Ad extirpanda: civiltà e inciviltà giudiziaria

Il 15 maggio ricorreva un anniversario singolare e poco conosciuto, tant’è vero che chi scrive ne ha avuto contezza per puro caso: il 15 maggio 1252 Papa Innocenzo IV emanò la bolla “Ad extirpanda” in forza della quale il sospettato di eresia veniva rimandato al podestà, che era autorizzato a disporre della tortura perché confessasse apertamente l’eresia e indicasse i nomi di altri eretici.

Può sembrare inutile citare un simile avvenimento a quasi otto secoli di distanza, ma in realtà se ne possono trarre alcune – purtroppo – attuali considerazioni.

La prima: non deve stupire il fatto in sé che si perseguisse e condannasse l’eresia, non solo se apparentemente manifestata ma anche se coltivata silenziosamente all’interno della coscienza individuale. Siamo in pieno medioevo e la libertà di pensiero era qualcosa di sconosciuto. I processi contro Giordano Bruno e Galileo Galilei, peraltro celebrati alcuni secoli dopo, ne sono piena conferma.

La seconda: deve almeno un po’ stupire che la barbara prassi della tortura sia stata apertamente autorizzata da un papa, vicario di Cristo che dovrebbe promuovere e diffondere sulla terra i messaggi evangelici di pace e fratellanza.

La terza: purtroppo la prassi della tortura non si è esaurita con la fine di quel periodo oscuro che un po’ semplicisticamente chiamiamo medioevo, ma si è protratta ben oltre e in alcune parti del mondo non è del tutto scomparsa. Così come non è scomparsa l’incivile prassi della pena di morte, tutt’ora praticata perfino negli ultra progrediti USA.

A questo punto mi piace ricordare che fu nel secolo dei lumi e nella nostra civilissima Europa che tali forme di autentica barbarie furono per prima volta messe in discussione, e che a ciò diede un importante contributo un grande italiano, Cesare Beccaria, autore del saggio Dei delitti e delle pene che ancora oggi, dopo due secoli e mezzo, appare come un autentico monumento di civiltà giuridica.

Nel suo saggio Beccaria affronta numerosi temi, tutti attualissimi: non solo la tortura, ma anche altri quali la prescrizione e la valutazione delle dichiarazioni di quelli che, lì definiti con altri termini, oggi chiamiamo “pentiti”.

Ebbene, se queste sono le nostre radici culturali, non dobbiamo meravigliarci – e anzi dobbiamo essere orgogliosi – del fatto che nella nostra Europa è definitivamente bandita la pena capitale (e, incidentalmente, rilevo come fu l’Italia una delle prime nazioni al mondo ad abolirla con il Codice Zanardelli, salvo poi reintrodurla durante il fascismo), e che i nostri sistemi giuridici sono ispirati a forme di garantismo altrove tuttora sconosciuto. Garantismo che non significa derogare all’esigenza di certezza della pena, ma che costantemente si ispiri a due sacrosanti principi: ritenere l’imputato innocente fino alla condanna definitiva e preferire la presenza di un colpevole libero piuttosto che di un innocente in carcere.

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