Ceuta e la crisi di Sánchez: anatomia di un premier sotto assedio

La crisi migratoria di Ceuta non ha messo alla prova solo i confini spagnoli, ma soprattutto la tenuta politica di Pedro Sánchez. Contestato in piazza, attaccato dall’opposizione, accerchiato dai partner europei e incrinato perfino dentro la propria maggioranza, il premier spagnolo ha risposto con una strategia difensiva — statistiche, lettere a Bruxelles, postura da vittima — che gli compra tempo ma non credibilità. E che dice molto su come si governa, oggi, un Paese europeo in minoranza.

Quando migliaia di migranti hanno raggiunto Ceuta in poche ore tra il 29 e il 31 luglio, molti a nuoto, la crisi non è rimasta confinata al piano umanitario o amministrativo. Si è trasformata quasi immediatamente in un test politico su un uomo solo: Pedro Sánchez. Il bilancio aggiornato a oggi, 4 agosto, parla di circa 72mila ingressi irregolari complessivi — una cifra cresciuta rispetto ai 60mila stimati nelle prime 48 ore — di cui 70mila già rimpatriati in Marocco, circa 2mila persone ancora a Ceuta e almeno 75 vittime accertate in mare, un bilancio che alcune fonti spagnole danno già oltre le 80 e che è destinato purtroppo a salire. Numeri che raccontano una gestione amministrativa relativamente rapida. Ma la velocità dei rimpatri non ha impedito che la vicenda diventasse, nel giro di un fine settimana, la crisi politica più pericolosa della legislatura per il premier spagnolo: perché a Ceuta, per la prima volta, i tre fronti che Sánchez tiene aperti da mesi — la piazza, l’opposizione, l’Europa — si sono saldati in un assedio unico.

Un premier già in minoranza prima della crisi

Per capire perché Ceuta è così pericolosa per Sánchez bisogna partire da dove si trovava prima che la crisi esplodesse. Il premier guida un governo di coalizione minoritario, dipendente ogni settimana dal sostegno di alleati indipendentisti e periferici, con sondaggi che negli ultimi mesi lo danno in flessione a vantaggio di popolari e Vox, e con un’opposizione che da mesi concentra la propria offensiva sulle vicende giudiziarie che hanno coinvolto il partito socialista e l’entourage del premier. In un contesto simile, ogni crisi che tocca temi identitari come sicurezza e immigrazione diventa immediatamente un moltiplicatore: non un problema da gestire, ma la prova — agli occhi degli avversari — di un fallimento strutturale.

C’è poi un elemento che complica il quadro e che va detto per onestà analitica: il collasso della frontiera non nasce da una scelta del governo, ma da un vincolo giudiziario. All’origine dell’effetto richiamo c’è infatti una sentenza del Tribunale Supremo di inizio luglio che vieta i respingimenti immediati di chi arriva a nuoto a Ceuta e Melilla — una decisione che, secondo Madrid, le reti di trafficanti hanno immediatamente strumentalizzato. Sánchez, in altre parole, si è trovato a gestire le conseguenze di una pronuncia che subisce, non di una politica che ha voluto. Ma in politica le attenuanti tecniche contano poco se la percezione è quella di un confine che crolla in diretta televisiva: e la percezione, in quelle 48 ore, è stata esattamente questa.

La piazza, Feijóo e la playlist: il fronte interno

La prima crepa si è aperta sul terreno più fisico: la piazza. Quando Sánchez è atterrato a Ceuta per la visita d’emergenza, è stato accolto da insulti e contestazioni da parte di residenti radunati vicino all’eliporto, con momenti di tensione tra manifestanti e polizia. Immagini che valgono più di qualsiasi sondaggio: il premier fischiato nel territorio che dovrebbe rassicurare.

Su quella crepa si è infilata l’opposizione con un’operazione politica precisa. Il leader del Partito Popolare Alberto Núñez Feijóo è volato a Ceuta e ha definito gli arrivi “un’occupazione premeditata e senza precedenti”, attribuendo la responsabilità a un “triplice fallimento” dell’esecutivo: della politica migratoria, della sicurezza e della politica estera. La formula è costruita con cura, perché salda in un’unica contestazione al “sanchismo” temi diversi — legalità, controllo delle frontiere, rapporti con il Marocco — che fino a ieri viaggiavano separati. Ancora più dura Vox con Santiago Abascal che ha annullato gli impegni internazionali per presentarsi personalmente nell’enclave, denunciando un “atto di guerra promosso dal Marocco” e chiedendo la militarizzazione permanente della frontiera.

In questo quadro, Sánchez ha commesso l’errore non forzato più costoso della sequenza: nel pieno della crisi è partito per le vacanze a Lanzarote, pubblicando sui social una playlist di musica e libri consigliati per l’estate. Un gesto di ostentata normalità che voleva forse comunicare controllo della situazione, e che ha invece regalato all’opposizione l’immagine perfetta del premier distante — con una valanga di critiche social a fare da cassa di risonanza. E le crepe non si fermano all’opposizione: perfino Sumar, partner minoritario della coalizione, ha chiesto un’indagine delle Nazioni Unite per accertare se le autorità marocchine abbiano deliberatamente favorito le partenze di massa — un modo di dire, dall’interno della maggioranza, che la linea del governo di non toccare Rabat non convince nemmeno gli alleati.

La strategia difensiva: statistiche e postura da vittima

Di fronte a questo assedio, Sánchez ha scelto la strada più comoda: rifugiarsi nei numeri invece di rispondere nel merito. Ha citato dati Frontex secondo cui la Spagna avrebbe registrato, nel periodo 2021-2026, meno ingressi irregolari dell’Italia, come se una statistica aggregata su cinque anni potesse cancellare 60mila arrivi in 48 ore e decine di corpi recuperati in mare davanti a Ceuta. È un argomento tecnicamente vero e politicamente evasivo: sposta la discussione dall’emergenza concreta, quella che l’opinione pubblica europea ha visto in diretta, a un terreno statistico dove è più facile avere ragione sulla carta e più difficile convincere chi ha guardato le immagini delle barriere galleggianti.

Sul piano diplomatico, la reazione di Madrid non è stata solo frontale, è stata sproporzionata rispetto alla sostanza del problema: convocare l’ambasciatore italiano per un chiarimento sulle parole di Tajani, e poi scrivere a Bruxelles lamentando una reazione “asimmetrica” dei Ventisette, significa scegliere di processare le reazioni altrui invece di spiegare come si sia arrivati a un simile collasso del controllo di frontiera in poche ore. Nella sua lettera alle istituzioni europee, Sánchez è arrivato ad accusare alcuni partner — senza nominarli, ma il riferimento all’Italia è trasparente — di aver chiesto “l’esclusione temporanea della Spagna dallo spazio Schengen”: una torsione retorica efficace, perché trasforma la richiesta reale dei suoi critici, più controlli e più rimpatri, nell’immagine ben più drammatica di una Spagna espulsa dall’Europa. È la mossa di un premier che preferisce la postura della vittima a quella dell’amministratore che ammette un problema e lo corregge.

L’accerchiamento europeo

Il terzo fronte è quello che rende la posizione di Sánchez davvero precaria, perché misura quanto il suo isolamento sia ormai strutturale. L’Italia ha sospeso temporaneamente Schengen nei collegamenti aerei e marittimi con la Spagna — una misura formalmente limitata a controlli mirati sui viaggiatori extra-UE, legittima sul piano formale ma difficilmente giustificabile come risposta a una minaccia concreta, dato che Ceuta non ha frontiere terrestri comuni con l’Italia, e che a Roma serve soprattutto come argomento da campagna permanente sulla sicurezza. Ma per Sánchez la sostanza non cambia: la mossa italiana non è rimasta isolata. Meloni e la premier danese Mette Frederiksen hanno promosso una lettera sottoscritta da ventidue capi di Stato e di governo europei che chiede rafforzamento delle frontiere esterne, rimpatri più efficaci e l’eliminazione dei “fattori di attrazione” — un riferimento nemmeno troppo velato alle regolarizzazioni del governo spagnolo. La lettera non menziona mai Schengen né alcuna “esclusione” della Spagna: è stata la replica di Sánchez a incollarle quell’etichetta. Ma ventidue firme su ventisette Stati membri dicono una cosa precisa: la linea migratoria che Sánchez rappresenta — l’unica apertamente favorevole all’accoglienza tra i grandi Paesi dell’Unione — è oggi minoritaria in Europa, e la crisi di Ceuta ha dato ai suoi avversari l’occasione per certificarlo nero su bianco.

Nemmeno la solidarietà ricevuta è quella che sembra. Macron ha telefonato a Sánchez offrendo aiuto attraverso Frontex e non ha firmato la lettera dei ventidue, presentandosi come l’ultimo alleato europeista del premier spagnolo. Ma mentre pronuncia parole di sostegno, la Francia mantiene da mesi controlli attivi lungo tutte le proprie frontiere — comprese quelle con la Spagna — fino al 31 ottobre 2026, e proprio nei giorni della crisi Macron ha fatto rafforzare ulteriormente il confine pirenaico con unità mobili, aerei e droni. Per Sánchez è la conferma più amara: perfino l’alleato che lo difende in pubblico si protegge da lui in privato. Il suo isolamento non è una percezione, è una geografia.

Il vertice: una tregua di facciata

Il Consiglio Giustizia e Affari interni convocato in videocall per oggi, presieduto dal ministro irlandese Jim O’Callaghan, ha offerto a Sánchez la vittoria di immagine che cercava — e nulla di più. La versione ufficiale è rassicurante: Ceuta sarebbe stata “un test per le frontiere dell’Unione, ampiamente superato”, nessun migrante è entrato nello spazio Schengen, la macchina dei rimpatri ha funzionato. Il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha potuto rivendicare i 70mila rientri in Marocco e ha usato il vertice come cassa di risonanza contro l’Italia, definendo la misura di Roma “completamente inutile e sproporzionata” e chiedendone la revoca immediata. Ma il risultato concreto è impietoso: la sospensione italiana resta in vigore, Piantedosi l’ha difesa come “scelta di natura cautelare” senza fare marcia indietro, e le conclusioni condivise dai ministri — più rimpatri, lotta ai trafficanti, frontiere esterne, partenariati con i Paesi terzi — sono la formula standard con cui l’Unione chiude ogni emergenza migratoria senza affrontarne le cause. Con un dettaglio che per Sánchez pesa più di tutti: quelle conclusioni ricalcano l’agenda della lettera dei ventidue, non la sua. Il vertice che doveva riabilitarlo ha finito per certificare che l’Europa parla ormai la lingua dei suoi avversari.

Tre scenari per il premier

Come si esce da un assedio su tre fronti? Per Sánchez le traiettorie possibili sono essenzialmente tre.

Primo scenario — la tenuta logorante (probabilità: 50%). Sánchez resiste: i rimpatri rapidi gli permettono di archiviare l’emergenza sul piano amministrativo, l’opposizione non ha i numeri per sfiduciarlo e gli alleati di coalizione, pur critici, non hanno interesse a elezioni anticipate che premierebbero le destre. Ma ogni crisi successiva — e Ceuta ha dimostrato che possono materializzarsi in 48 ore — lo troverà più debole, con un capitale politico che si assottiglia senza rigenerarsi.

Secondo scenario — la spirale (probabilità: 30%). La saldatura tentata da Feijóo tra vicende giudiziarie, sicurezza e politica estera funziona: se nei prossimi mesi si aggiunge un nuovo elemento di crisi — un’altra ondata a Ceuta o Melilla, un incidente diplomatico con Rabat, uno sviluppo giudiziario — la pressione per elezioni anticipate diventa insostenibile e la legislatura si chiude prima del termine, con i sondaggi attuali che consegnerebbero il Paese a una coalizione PP-Vox.

Terzo scenario — il rilancio europeo (probabilità: 20%). Sánchez trasforma l’isolamento in bandiera: si intesta il ruolo di ultima voce alternativa al fronte della fermezza, scommettendo su un incidente di percorso della linea dura — un fallimento clamoroso dei rimpatri altrui, una crisi umanitaria che ribalti l’opinione pubblica — per tornare centrale. È lo scenario che richiede l’ingrediente oggi più scarso: tempo.

Quale che sia la traiettoria, Ceuta ha già lasciato un segno permanente: ha mostrato che il premier spagnolo non ha più margini. Non in casa, dove la piazza lo fischia e la maggioranza scricchiola. Non in Europa, dove ventidue governi su ventisette hanno firmato l’agenda dei suoi avversari. La domanda, a questo punto, non è se Sánchez abbia gestito bene o male la crisi di Ceuta. È quanto a lungo si possa governare un Paese europeo restando in minoranza ovunque.

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