L’uccisione del capo del Cartello Jalisco Nueva Generación riapre il nodo della strategia messicana contro il narcotraffico: successo operativo o nuova fase di instabilità?
La morte di Nemesio Oseguèra Cervantes, conosciuto come El Mencho, segna uno spartiacque nella lunga e sanguinosa guerra tra lo Stato e i cartelli della droga in Messico. Ucciso durante un’operazione militare nello stato di Jalisco, cuore operativo della sua organizzazione, il leader del Cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG) era considerato il narcotrafficante più potente e ricercato del paese. Ma la sua eliminazione, più che chiudere un capitolo, ne apre uno nuovo e incerto.
L’onda d’urto immediata
Nelle ore successive alla notizia, diverse città dell’ovest messicano sono precipitate nel caos. A Guadalajara, seconda area metropolitana del paese, gruppi armati hanno incendiato veicoli, bloccato arterie stradali e attaccato obiettivi simbolici per dimostrare che l’organizzazione non era stata decapitata. Scene simili si sono viste in altri municipi della regione: sparatorie, convogli militari dispiegati, elicotteri in volo costante.
Il governo federale ha reagito inviando migliaia di soldati e rafforzando la presenza della Guardia Nacionàl. La narrativa ufficiale parla di “colpo storico al crimine organizzato”. E sul piano simbolico lo è: Oseguèra rappresentava la trasformazione del narcotraffico messicano in una struttura più aggressiva, più militarizzata, più globalizzata. Tuttavia, l’esperienza degli ultimi vent’anni impone cautela: operazioni simili non hanno ridotto in modo duraturo la violenza, ma hanno spesso innescato lotte interne e nuove escalation.
Il cartello più aggressivo
Il CJNG è nato come gruppo scissionista e in pochi anni è diventato una delle organizzazioni criminali più potenti del continente. La sua espansione è stata rapidissima: controllo di rotte strategiche nel Pacifico, produzione industriale di metanfetamine, ruolo centrale nel traffico di fentanyl verso gli Stati Uniti. A differenza di cartelli storici più “imprenditoriali”, il CJNG ha costruito la propria reputazione sulla violenza spettacolare: imboscate contro forze dell’ordine, utilizzo di armi pesanti, propaganda armata sui social. La leadership di Oseguèra era fortemente centralizzata. Questo ha garantito coesione e disciplina, ma rende oggi più fragile la struttura di comando.
La domanda cruciale è se l’organizzazione riuscirà a riorganizzarsi rapidamente o se entrerà in una fase di conflitto interno.
Il rischio frammentazione
I cartelli messicani non sono monoliti. Sono reti molto complesse di cellule regionali, alleanze locali, economie parallele. Senza una figura dominante, il CJNG potrebbe imboccare tre strade: la prima è una successione ordinata, ossia un comandante regionale o un membro della famiglia potrebbe assumere il controllo, mantenendo l’unità. La seconda è una leadership collegiale, con una divisione dei territori e una gestione meno verticale. La terza, la più destabilizzante, è la frammentazione: gruppi autonomi che si contendono piazze e corridoi di traffico. Storicamente, è quest’ultima opzione ad aver prodotto i picchi di violenza più elevati.
Il precedente di El Chapo
Quando Joaquín Guzmán, detto El Chapo, fu arrestato ed estradato negli Stati Uniti, molti osservarono che la cattura del capo del Cartello di Sinaloa avrebbe indebolito strutturalmente il narcotraffico. Non fu così. L’organizzazione sopravvisse, ma si divise in fazioni rivali. Ne seguì una fase di assestamento segnata da scontri interni e ridefinizione degli equilibri. Il sistema del narcotraffico messicano si è dimostrato resiliente. Non dipende solo dai leader, ma da un intreccio di fattori: domanda internazionale di droga, corruzione locale, marginalità sociale, disponibilità di armi, complicità transnazionali. Eliminare un capo può cambiare i vertici, ma non le condizioni strutturali.
Stato contro cartelli: una guerra lunga vent’anni
Dal 2006, anno in cui il governo federale lanciò l’offensiva militare contro i cartelli, il Messico vive una guerra a bassa intensità permanente. I morti si contano a centinaia di migliaia. Intere regioni sono state militarizzate. Alcune organizzazioni sono scomparse, altre si sono rafforzate. La strategia della “decapitazione” – ossia quella di colpire i leader per indebolire le strutture – ha prodotto risultati alterni. In molti casi ha generato una proliferazione di gruppi più piccoli e meno controllabili, la violenza non è diminuita in modo stabile. L’uccisione di Oseguèra si inserisce in questa logica: un successo operativo che però rischia di avere effetti ambivalenti. Se il CJNG dovesse indebolirsi, altri attori cercheranno di occupare gli spazi lasciati vacanti. Il Cartello di Sinaloa, ancora potente e ben radicato nelle reti internazionali, potrebbe tentare di riconquistare territori contesi negli ultimi anni ma anche organizzazioni locali potrebbero emergere. Nel breve periodo, le aree più a rischio sono quelle dove il CJNG aveva imposto un controllo capillare: stati occidentali e porti strategici mentre nel medio periodo, lo scenario dipenderà dalla capacità dello Stato di mantenere una presenza stabile e di impedire una guerra di successione.
L’impatto sulla popolazione civile
Per i cittadini messicani, la morte di El Mencho è un evento distante solo in apparenza. Le ritorsioni immediate – blocchi stradali, incendi, sparatorie – hanno colpito spazi urbani quotidiani. Il narcotraffico non è un fenomeno isolato nelle montagne o nei deserti: attraversa città, economie locali, amministrazioni municipali. Ogni fase di transizione tra cartelli comporta un aumento dell’incertezza. Commercianti sotto estorsione, comunità rurali controllate da gruppi armati, giovani reclutati come manodopera criminale: la stabilità di questi equilibri informali è fragile. Ogni passaggio di potere genere un momento difficile verso il riassestamento, con un nuovo capo, nuovi equilibri, nuovi assetti.
Il ruolo degli Stati Uniti
La dimensione internazionale è centrale. Il CJNG era un attore chiave nel traffico di fentanyl verso il mercato statunitense. Washington ha esercitato forte pressione sul governo messicano negli ultimi anni per colpire i vertici delle organizzazioni responsabili dell’epidemia di oppioidi. La cooperazione in materia di intelligence ha probabilmente avuto un ruolo anche nell’operazione che ha portato alla morte di Oseguèra. Tuttavia, finché la domanda di droga rimarrà elevata e il flusso di armi dagli Stati Uniti verso il Messico continuerà, la dinamica resterà circolare.
Un momento di verità
La morte di El Mencho rappresenta un momento di verità per lo Stato messicano. Può diventare un’occasione per consolidare il controllo istituzionale nelle aree contese, investire in giustizia locale, ridurre la dipendenza dalla sola risposta militare, oppure può trasformarsi nell’ennesimo episodio di una guerra che cambia nomi e volti ma non logica. Il narcotraffico in Messico non è mai stato solo una questione di capi carismatici: è piuttosto un sistema economico, sociale e politico radicato. La scomparsa di uno dei suoi protagonisti più potenti apre una fase di instabilità che potrebbe durare mesi.
La domanda dunque non è se il CJNG sopravvivrà alla morte del suo leader: la domanda è se lo Stato saprà approfittare di questo vuoto per cambiare paradigma. Perché nella storia recente del Messico, la caduta di un boss ha quasi sempre segnato l’inizio di un nuovo equilibrio violento, non la fine del conflitto.
Rispetto all’attuale situazione che il Messico sta vivendo, abbiamo intervistato un’attivista impegnata con le comunità colpite dalla violenza dei cartelli (che per motivi di sicurezza preferisce restare anonima) per ascoltare una testimonianza diretta sulle conseguenze della morte di El Mencho e sul possibile futuro del Messico.
Qual è la situazione nelle città messicane oggi?
Di incertezza. Per molti anni si è vissuto così, ma alcune persone, come me, si rifiutano di normalizzare la violenza, di rendere il terrore qualcosa di quotidiano e culturale. L’insicurezza ci sovrasta: le forze armate non sono riuscite a evitare i narcoblocchi né a impedire che si semini il terrore ogni volta che viene catturato o ucciso un capo del livello dei figli del Chapo o, come nei giorni recenti, del leader del cartello più potente e temuto del Messico e, secondo alcuni, del mondo.
Nelle ultime settimane, cosa è cambiato concretamente nella vita quotidiana delle persone?
Usciamo per andare a scuola, al lavoro, per il tempo libero e il divertimento con la paura di non tornare a casa. La paura ci rende più cauti, ci mantiene sulla difensiva, sempre all’erta. Viviamo in un Paese praticamente in guerra, immersi in una guerra che non è la nostra.
Morte di El Mencho. Come si è arrivati a questo punto? Era prevedibile?
Era prevedibile che ci sarebbe stata la cattura o l’eliminazione di qualche capo, vista la pressione esercitata dal Paese vicino del nord (gli Stati Uniti, n.d.r.). Vogliono iniziare un’altra guerra, ma ora nel nostro Paese. Per questo era prevedibile: non sapevamo contro chi, ma ce lo si aspettava, anche per l’urgenza del governo messicano di mostrare risultati nella lotta contro il narcotraffico e, dall’altra parte, di distogliere l’attenzione dai crimini commessi dal presidente Trump — stupri, omicidi, infanticidi, cannibalismo — e da quanto emerso nei documenti di Epstein.
L’eliminazione del leader del CJNG è una vittoria reale o solo simbolica?
Personalmente mi sembra solo una vittoria simbolica. Qualcuno prenderà il suo posto. Tutto si riorganizzerà: ci saranno nuovi accordi, nuove trattative, senza dubbio.
Strategia dello Stato: la cosiddetta strategia di “decapitazione” dei cartelli ha funzionato in passato?
Non ha funzionato. La violenza è la stessa di trent’anni fa. Con la decapitazione di un cartello si formano nuovi cartelli, nuove cellule criminali: è come un cancro. Molti vogliono essere capi, nascono dispute interne, si frammentano e danno vita a nuove associazioni. Perché questa strategia funzioni, è necessario eliminare la corruzione a tutti i livelli di governo e in tutte le istituzioni militari.
Cosa manca oggi alla politica di sicurezza messicana?
Mantenere le promesse fatte: eliminare la corruzione.
Rischio e protezione: teme una guerra interna nella CJNG?
Abbiamo paura e sì, accadrà. È qualcosa di naturale: così funziona quando viene meno la testa di un cartello.
Quando un cartello si indebolisce, chi paga il prezzo più alto?
La cittadinanza è la più indifesa: i poveri e i giovani, che vengono reclutati più facilmente. I più vulnerabili siamo sempre noi, destinati a pagare il prezzo più alto.
Chi vi sta difendendo? Vi sentite protetti o esposti?
In Messico è difficile fidarsi delle forze armate. La corruzione permea anche lì.
Dimensione internazionale: quanto pesa la domanda di droga negli Stati Uniti nella situazione attuale?
Ci accusano di essere il principale produttore ed esportatore di droga verso quel Paese, ma loro sono i principali consumatori. Gli Stati Uniti hanno bisogno di una giustificazione per invaderci. Noi, pur potendo essere in disaccordo con il nostro governo, non saremo mai favorevoli a un intervento straniero, come è avvenuto in Venezuela e in altri Paesi dell’Africa e dell’Asia, né al blocco eterno contro Cuba.
Senza un cambiamento nella politica antidroga statunitense, è davvero possibile ridurre la violenza in Messico?
C’è un amalgama tra i tre, ma credo che predomini il globalismo attraverso il narcoterrorismo.
Chi comanda oggi in Messico: lo Stato, il narcotraffico o gli interessi esterni?
C’è una fusione tra i tre, ma credo che prevalga il narcotraffico.
Prospettive future: cosa succederà ora? Questo momento può trasformarsi in un punto di svolta?
Per la morte del Mencho, non molto: è un capo in più ucciso per essersi opposto alla cattura. Piuttosto pesa la minaccia di un intervento così spudorato del governo Trump, che esige la lotta al narcotraffico e giustifica una guerra per intervenire nelle questioni di sicurezza pubblica nel nostro Paese. Il punto di svolta, secondo questa narrativa, sarebbe salvarci dalle droghe che causano tanto danno e morte e far credere alle persone che sarà il nostro eroe.
Cosa dovrebbe fare ora il governo per evitare un’escalation?
Evitare con tutti i mezzi che la corruzione continui. Evitare che chi ci governa faccia parte dei cartelli e impedire che militari, polizia e responsabili della nostra sicurezza possano in qualche modo servire i cartelli.
Da che parte stanno i militari?
All’interno degli stessi comandi militari le preferenze sono divise nella salvaguardia degli interessi di diversi cartelli.
Percezione internazionale: cosa non capisce la comunità internazionale sulla crisi messicana?
Essere a sud degli Stati Uniti d’America ci pone in una condizione di costante minaccia. Il presidente di quel Paese (Trump, n.d.r.) cerca di giustificare un’invasione, come ha fatto in altri Stati senza che nessuno lo fermi. La morte del Mencho, dal mio punto di vista, rientra in quello che dicevo prima: la presidente Claudia Sheinbaum sta cercando di dimostrare lavoro e risultati ai messicani e agli Stati Uniti, mentre il presidente degli USA cerca di presentarsi come il salvatore della nostra nazione.






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