Quando l’Iran torna a bruciare, si tira fuori Oriana Fallaci. Ma l’intervista a Khomeini del 1979 racconta qualcosa di molto più scomodo di quanto chi la usa voglia ammettere
Una stanza a Qom, settembre 1979
Era il 26 settembre 1979. L’Iran aveva da pochi mesi consumato la sua rivoluzione: lo Scià Mohammad Reza Pahlavi, fedele alleato di Washington per trent’anni, era fuggito nel gennaio di quell’anno mentre le strade di Teheran traboccavano di folla. Al suo posto era tornato dall’esilio parigino un vecchio con la barba lunga e lo sguardo chiuso: l’Ayatollah Ruhollah Khomeini. E in una sala del palazzo di Qom, città santa e cuore del potere clericale, una giornalista italiana con un chador nero addosso stava per fare la prima intervista della sua carriera che le sarebbe rimasta sotto pelle per sempre.
Oriana Fallaci era la prima donna occidentale ad ottenere un colloquio con un leader islamico di quella portata. Per arrivarci aveva dovuto accettare le condizioni del protocollo khomeinista: niente rossetto, niente smalto, capelli coperti, corpo nascosto. E il chador: quel telo nero che le donne iraniane erano state costrette a indossare per decreto pochi mesi dopo la rivoluzione — proprio quella stessa rivoluzione che una parte del mondo di sinistra aveva salutato come una liberazione dai soprusi dello Scià. La Fallaci lo indossò. Lo indossò con fastidio, con rabbia trattenuta, con la lucidità professionale di chi sa che l’inchiostro viene dopo.
Quel pomeriggio a Qom era anche — come avrebbe scritto lei stessa — il pomeriggio in cui cominciò a maturare dentro di lei la teoria che avrebbe chiamato islamofascismo, e che avrebbe enunciato vent’anni dopo ne La Rabbia e l’Orgoglio, sulle ceneri ancora fumanti delle Torri Gemelle. Ma questa è un’altra storia. Quella che ci interessa oggi è l’intervista. E soprattutto: perché la si cita, come la si usa, e cosa davvero racconta.
“Questo stupido cencio da medioevo”
L’incontro era stato preceduto da una serie di umiliazioni che la Fallaci avrebbe descritto con precisione nei suoi scritti. Un mullah l’aveva sorpresa nella stessa stanza del suo interprete mentre si cambiava d’abito per indossare il chador: secondo la legge islamica in vigore, una donna non poteva trovarsi sola con un uomo che non fosse suo marito. Soluzione: matrimonio temporaneo, firmato seduta stante davanti a un mullah, con scadenza prestabilita. Un dettaglio grottesco che la Fallaci non dimenticò.
Nell’intervista, pubblicata dal Corriere della Sera il 26 settembre 1979, Khomeini non la guardò mai in faccia. Rispose attraverso l’interprete. Si tenne lontano dalle domande come ci si tiene lontano da qualcosa che non si ritiene degno di risposta. La Fallaci insistette: sui prigionieri politici, sulle esecuzioni, sulla libertà di stampa, sui diritti delle donne. Arrivò al nodo finale con una domanda che aveva la forma di una provocazione calibrata.
«Su questo chador, per esempio, che lei impone alle donne e che mi hanno messo addosso per venire a Qom. Perché le costringe a nascondersi sotto un indumento così scomodo e assurdo, sotto un lenzuolo con cui non si può muoversi, neanche soffiarsi il naso? Ho saputo che anche per fare il bagno quelle poverette devono portare il chador. Ma come si fa a nuotare con il chador?»
Khomeini alzò gli occhi, cosa rara, la guardò con un lampo di disprezzo e rispose: «Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non riguardano voi occidentali. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Il chador è per le donne giovani e perbene.»
Poi rise. Ridevano anche gli uomini intorno a lui. La Fallaci, come avrebbe scritto, sentì montare una «ira sorda, gonfia di sdegno». E con una spallata si liberò del chador, che cadde sul pavimento «in una macchia oscena di nero», e disse: «Grazie, signor Khomeini. Lei è molto educato, un vero gentiluomo. La accontento sui due piedi. Me lo tolgo immediatamente questo stupido cencio da medioevo.»
Khomeini si alzò di scatto, scavalcò il chador e sparì. L’intervista era finita. E con essa, per la Fallaci, cominciava qualcosa d’altro.
Come si usa Fallaci (e come non si dovrebbe)
Quando oggi, nell’ora in cui l’Iran è di nuovo al centro del mondo, qualcuno tira fuori quel pomeriggio di Qom, lo fa con un’intenzione precisa. Il ragionamento implicito è: guardate cosa diceva Khomeini nel 1979. Guardate cosa è diventato l’Iran. La dittatura teocratica era già scritta in quelle risposte, già visibile in quello sguardo. E in controluce — ed è questo il punto più delicato — si lascia intendere che l’Iran dello Scià fosse qualcosa di preferibile. Qualcosa di perduto.
È un ragionamento che ha una sua parziale logica. Khomeini era davvero quello che appariva. L’intervista della Fallaci lo dimostrò con una chiarezza spietata: era un uomo che non dialogava, comandava. Che non argomentava, governava. Il regime che avrebbe costruito avrebbe abbassato l’età minima per il matrimonio a nove anni, introdotto la pena di morte per adulterio e blasfemia, represso nel sangue le minoranze etniche e religiose, costruito una macchina di controllo che ancora oggi opprime milioni di iraniani.
Ma c’è un problema. Il ragionamento che usa Fallaci come freccia contro Khomeini per rimpiangere implicitamente lo Scià dimentica — o più spesso omette deliberatamente — chi era lo Scià. E soprattutto dimentica come ci fosse arrivato al potere, e con l’aiuto di chi.
1953: la democrazia che l’Occidente distrusse
Per capire il 1979, bisogna tornare al 1951. In quell’anno l’Iran aveva un primo ministro democraticamente eletto che il Time aveva definito «uomo dell’anno» e che molti chiamavano il George Washington iraniano: Mohammad Mossadegh. Il suo governo aveva nazionalizzato il petrolio sottraendolo al monopolio della Anglo-Iranian Oil Company britannica, aveva avviato riforme sociali a favore dei diritti delle donne e dei lavoratori, aveva una visione laica e costituzionale dello Stato.
Il 19 agosto 1953, quel governo fu rovesciato da un colpo di Stato orchestrato congiuntamente dalla CIA americana e dall’MI6 britannico, con il nome in codice Operazione Ajax. Mossadegh venne arrestato e condannato. Lo Scià, che inizialmente aveva esitato a sostenere il golpe, fu rimesso sul trono. Gli Stati Uniti si assicurarono una quota consistente del petrolio iraniano. L’unica stagione democratica moderna dell’Iran veniva liquidata nell’arco di tre giorni.
Lo Scià governò per i successivi 26 anni come dittatore. La sua polizia segreta, la SAVAK, era uno degli apparati repressivi più brutali del Medio Oriente: sorveglianza, arresti, torture, esecuzioni. Non esportava la democrazia: la soffocava. Era moderno nel senso che indossava abiti occidentali e permetteva alle donne di lavorare — ma non nel senso che permettesse elezioni libere, stampa libera, opposizione politica. Era, nella sostanza, una dittatura con il beneplacito di Washington.
Nel 2013, sessant’anni dopo i fatti, la CIA ammise formalmente il suo ruolo nel colpo di Stato. Nel 2009, Barack Obama lo aveva già riconosciuto apertamente come atto contro un governo democratico. Ma la storia si insegna male, e si dimentica facilmente.
È da quella ferita del 1953 — la democrazia distrutta dall’esterno per proteggere il petrolio — che crebbero il rancore, il radicalismo e il terreno fertile su cui Khomeini costruì la sua rivoluzione. La folla che nel 1979 acclamava l’Ayatollah non stava soltanto abbattendo uno scià corrotto: stava vendicando, in modo distorto e terribile, trent’anni di umiliazioni in cui il suo paese era stato governato da un burattino straniero.
Il paradosso che nessuno vuole vedere
Ecco allora il paradosso che chi usa Fallaci come strumento politico non ha interesse a nominare: tanto lo Scià quanto Khomeini erano oppressori. L’uno con la faccia da moderno alleato dell’Occidente, l’altro con la faccia da antico profeta di Dio. Ma per le donne iraniane — le stesse donne che avevano marciato contro lo Scià e che poi si sarebbero ritrovate a marciare contro il chador — entrambi rappresentavano una forma di dominio.
La Fallaci lo capì meglio di molti. Nella sua intervista non stava difendendo lo Scià: stava smascherando Khomeini. Stava mostrando, con il suo corpo prima ancora che con le parole, cosa significasse un sistema in cui una donna non poteva sedersi di fronte a un leader politico senza coprirsi come se la sua presenza fosse una minaccia. Era giornalismo nel senso più autentico del termine: usare la propria posizione per rivelare qualcosa che il potere preferirebbe nascondere.
Ma quella stessa intervista, riletta oggi, dice anche altro. Dice che l’Occidente che ora si scandalizza della Repubblica Islamica è lo stesso Occidente che nel 1953 distrusse la democrazia iraniana per proteggere i propri interessi petroliferi. È lo stesso Occidente che per trent’anni mantenne e armò lo Scià sapendo cosa facesse la SAVAK. È lo stesso Occidente che poi si sorprese quando, nel 1979, la rabbia di un popolo trovò la sua forma più oscura.
La lezione che non si impara
Oggi il post su LinkedIn che ha ispirato questo articolo suggerisce che sarebbe interessante fare un pezzo su quell’intervista, visto che «è quello l’Iran rimpianto dai bombardanti». È un’ironia, probabilmente. Ma nasconde una domanda seria: cosa rimpianta esattamente chi rimpiange l’Iran pre-1979?
Se rimpiange la laicità, la possibilità per le donne di studiare e lavorare senza il chador, il cosmopolitismo di una Teheran che nei decenni sessanta e settanta era una delle città più vivaci del Medio Oriente — allora sta rimpiangendo qualcosa di reale, qualcosa che il regime khomeinista ha effettivamente distrutto e che milioni di iraniani desiderano ancora con dolore.
Ma se usa quel rimpianto per giustificare l’idea che l’intervento militare esterno — ieri come oggi — possa «restituire» quell’Iran, allora sta ripetendo esattamente l’errore del 1953. Quell’errore che ha prodotto il khomeinismo. Perché nessun popolo costruisce la propria libertà sotto le bombe di qualcun altro. Nessuna democrazia si esporta con i cacciabombardieri. La storia lo dimostra con la coerenza brutale di un teorema: Iraq, Afghanistan, Libia. E ora, forse, Iran.
Le ragazze iraniane che scendono in piazza, che si tagliano i capelli in segno di ribellione, che urlano «Donna, Vita, Libertà» lo sanno meglio di chiunque altro. Non stanno chiedendo di essere liberate da qualcuno. Stanno chiedendo di scegliere il proprio destino. È una differenza sottile, ma è la differenza tra la libertà e la sua caricatura.
Cosa ci dice davvero quella stanza
Torniamo a Qom, settembre 1979. Oriana Fallaci è seduta sul tappeto. Il chador è sul pavimento. Khomeini è sparito. L’interprete è pietrificato. La scena vale più di mille editoriali perché è vera, è fisica, è documentata.
Ma cosa ci dice davvero? Ci dice che Khomeini era un dittatore? Sì, e lo diceva già abbondantemente prima che la Fallaci si togliesse il velo. Ci dice che il regime teocratico era già scritto in quella stanza? Sì, e chi aveva occhi per vedere poteva leggerlo. Ci dice che la rivoluzione del 1979 era destinata a tradire le sue stesse promesse di liberazione? Sì, e molti lo dissero in tempo reale.
Ma ci dice anche un’altra cosa, più scomoda. Ci dice che quella stanza non era sorta dal nulla. Che dietro Khomeini c’era lo Scià. Che dietro lo Scià c’era la CIA. Che dietro la CIA c’era il petrolio. E che quella catena di cause ed effetti — di colpi di Stato, di regimi sostenuti, di democrazie sacrificate agli interessi strategici — è la stessa catena che ha portato al punto in cui siamo oggi.
Chi usa Fallaci senza dire queste cose non sta facendo giornalismo. Sta facendo propaganda. Spesso in buona fede, questo va detto: è più facile guardare il gesto iconico che la storia lunga che lo precede.
Noi preferiamo la storia lunga. È più faticosa. Ma è l’unica che vale la pena raccontare.







