Controluce: il petrolio che non esplode. Perché Trump può permettersi di rompere la tregua con l’Iran

Gli Stati Uniti bombardano lo Stretto di Hormuz per due notti, Trump dichiara “finito” il cessate il fuoco, Teheran colpisce le basi americane nel Golfo. E il greggio, che dovrebbe impazzire, si limita a un sospiro. Dietro questa calma anomala si nasconde uno spostamento profondo nella mappa mondiale dell’energia — e la vera ragione per cui Washington ha potuto strappare l’intesa

C’è un’immagine che riassume questa settimana meglio di qualsiasi comunicato. Mentre dal palco del vertice NATO di Ankara Donald Trump annunciava che per lui il memorandum con l’Iran è finito, definiva i leader di Teheran “feccia” e minacciava di ripristinare il blocco navale, sui terminali degli operatori il prezzo del Brent saliva del 5-6%, superava i 78 dollari e si fermava lì. Il livello più alto delle ultime due settimane, certo. Ma appena un soffio, se si pensa che sono in corso raid americani nel principale collo di bottiglia petrolifero del pianeta, e che la risposta iraniana ha colpito ottantacinque installazioni militari statunitensi in Bahrein e Kuwait.

Settantotto dollari. Non centoventi, come appena un mese fa, al culmine della guerra. Non il panico da chiusura totale. Un rialzo che lo stesso Trump, poche ore dopo, prevedeva già in riassorbimento, parlando apertamente di un eccesso di offerta e di prezzi destinati a scendere. Ed è qui che si apre la vera domanda, quella che nessuno sta ponendo mentre tutti contano le bombe: perché il petrolio non esplode? E, soprattutto: cosa ci dice questa calma anomala sul perché Washington si è sentita libera di far saltare il tavolo?

Anatomia di due notti di fuoco

Vale la pena ricostruire con precisione ciò che è accaduto sullo Stretto, perché è nei dettagli che si misura la posta. Tutto comincia lunedì notte, quando i Guardiani della Rivoluzione colpiscono con missili tre navi commerciali in transito — la Al Rekayyat battente bandiera delle Isole Marshall, la saudita Wedyan e la liberiana Cyprus Prosperity — senza che Teheran ne rivendichi la responsabilità. È la scintilla. La risposta americana arriva nella notte tra martedì e mercoledì, ed è di un ordine di grandezza superiore: il CENTCOM annuncia di aver colpito oltre ottanta obiettivi — sistemi di difesa aerea, reti di comando e controllo, radar costieri, capacità missilistiche antinave — e di aver distrutto più di sessanta imbarcazioni leggere dei Pasdaran dentro e attorno al passaggio. Quattro o cinque volte più potente, riferiscono fonti americane ad Axios, dell’incursione di appena dieci giorni prima. Tra i bersagli, anche l’isola di Kharg, cuore delle esportazioni petrolifere iraniane.

Ma è la seconda notte a segnare il salto. Mercoledì gli Stati Uniti tornano a colpire — ed è la prima volta che centrano infrastrutture iraniane dal cessate il fuoco dell’8 aprile — lanciando missili da crociera su due ponti ferroviari nel nord-est del Paese. Esplosioni vengono riportate a Bandar Abbas, Qeshm, Sirik, e più a est a Chabahar e Konarak, dove salta anche l’elettricità. Dal vertice di Ankara, Trump minaccia apertamente di spingersi oltre: colpire le infrastrutture civili, e persino prendere il controllo di Kharg. La replica iraniana è immediata e speculare: l’IRGC dichiara di aver centrato ottantacinque installazioni militari americane in Bahrein e Kuwait con missili e droni, di aver abbattuto un drone MQ-9, di aver colpito la base aerea di Sheikh Isa. Nel mezzo, quasi seimila marittimi restano bloccati nel Golfo, e l’agenzia europea per la sicurezza aerea raccomanda alle compagnie di evitare i cieli di Iran, Iraq e Libano fino a fine agosto.

Qui una cosa va detta, misuratamente ma va detta. Colpire ponti ferroviari e minacciare infrastrutture civili, in nome della libertà di navigazione, significa allargare il bersaglio ben oltre le motovedette che insidiano le petroliere. Il Segretario generale della NATO Mark Rutte ha definito i raid “assolutamente necessari”, e la premessa americana non è infondata: è stato l’Iran a colpire per primo navi civili in un corridoio internazionale. Ma tra il rispondere a un attacco e il minacciare di prendersi un’isola petrolifera altrui corre una distanza che è bene non lasciar sparire nella cronaca del giorno.

Un’arma spuntata

Per capire quanto sia insolito ciò che stiamo osservando, bisogna ricordare cos’è stato Hormuz per mezzo secolo. Da quello stretto lembo d’acqua passava, prima della guerra, circa un quinto del petrolio mondiale, con centoventi-centoquaranta navi al giorno. Chiuderlo, o anche solo minacciarlo, ha sempre significato una cosa sola: far tremare i mercati e, con essi, le cancellerie occidentali. È la leva che Teheran impugna dal marzo scorso, quando ha assunto il controllo del passaggio e ha iniziato a imporre un pedaggio implicito, colpendo le navi che lo attraversano senza seguire le sue indicazioni. Al picco del conflitto, quando il traffico era crollato a due sole petroliere al giorno, il greggio aveva sfondato quota centoventi dollari. Funzionava. La minaccia era credibile perché il dolore era reale.

Questa settimana quella stessa arma è stata impugnata di nuovo — e ha fatto cilecca. Alle tre petroliere colpite nello Stretto, e agli oltre ottanta obiettivi con cui Washington ha risposto, il mercato ha reagito con un’alzata di spalle. Il greggio, invece di andare nel panico, si è limitato a quel sospiro da 78 dollari. Perché?

Cinque ragioni per una calma anomala

La prima è la più semplice: c’è troppo petrolio. L’OPEC+ ha allentato le briglie sulla produzione e i produttori del Golfo avevano già aumentato l’output; il mondo si stava preparando a un eccesso di offerta, e questa escalation arriva a rovesciare bruscamente proprio quell’attesa di sovrabbondanza. Dove c’è capacità inutilizzata, uno shock trova sempre un cuscino su cui atterrare.

La seconda è che la domanda è fiacca. L’Agenzia americana per l’energia ha tagliato le stime e ora prevede che il consumo globale di greggio, nel 2026, addirittura diminuisca di 1,1 milioni di barili al giorno. Un mondo che consuma meno è un mondo in cui è più difficile, per una crisi geopolitica, spingere i prezzi alle stelle.

La terza è la più importante, ed è anche la meno raccontata: stavolta lo Stretto non è chiuso. L’Iran colpisce in modo chirurgico, poche navi alla volta, secondo la logica del pedaggio — non sigilla Hormuz come durante la guerra. Il traffico ha anzi mostrato una sorprendente tenuta, con oltre cento attraversamenti verificati in un solo fine settimana. Le navi continuano a passare, e il mercato lo vede.

La quarta è che la mappa dei produttori è cambiata. Gli Stati Uniti sono diventati un esportatore-cuscinetto: il loro export netto di greggio e prodotti ha toccato ad aprile il record di 5,8 milioni di barili al giorno, andando a rimpiazzare parte dei flussi del Golfo messi a rischio. Lo shale americano assorbe ciò che Hormuz non lascia passare.

La quinta è psicologica. Gli operatori hanno già visto questo film, molte volte, da marzo in poi: ogni fiammata viene contenuta, ogni minaccia rientra. Trump stesso, dopo aver alzato la voce, ha smorzato dicendo di non credere al ritorno di una guerra totale. Il mercato non prezza una catastrofe: prezza l’ennesimo episodio destinato a spegnersi.

La connessione che nessuno sta facendo

Ed eccoci al punto, alla connessione che sta sotto la superficie delle due notizie di giornata. Il prezzo contenuto e la tregua stracciata non sono due fatti separati: sono lo stesso fatto, visto da due lati.

Trump ha potuto permettersi di dichiarare “finita” l’intesa e di bombardare Hormuz proprio perché il petrolio, oggi, non gli si ritorce contro. Nel 1980, nel 2011, un colpo allo Stretto avrebbe terrorizzato le economie occidentali e legato le mani a Washington. Nel 2026, con l’OPEC+ a briglia sciolta, la domanda debole e gli Stati Uniti primo esportatore netto, quel colpo vale una frazione di prima. La leva storica dell’Iran — trasformare una crisi in uno shock energetico globale — si è scaricata. E quando l’avversario impugna un’arma spuntata, chi gli sta di fronte scopre una libertà d’azione che prima non aveva.

Ed è qui che la lettura si fa, inevitabilmente, anche critica. Perché una politica che può permettersi l’escalation solo finché il mercato resta calmo è una politica che scommette — e scommette su una variabile, il prezzo del greggio, che non controlla. Se Teheran decidesse davvero di chiudere lo Stretto, la stessa logica si rovescerebbe di colpo, e a pagarla per prima non sarebbe Washington, protetta dallo shale, ma l’Europa esposta sul gas e i civili del Golfo. La calma di oggi non è una garanzia: è un margine. E i margini si esauriscono.

C’è poi un costo meno visibile, ma più duraturo. Dichiarare “finita” un’intesa firmata appena tre settimane prima, pur lasciando aperta la porta ai negoziatori, è una mossa di pressione efficace nell’immediato e corrosiva nel tempo: insegna a Teheran — e agli alleati che osservano — che una firma americana vale finché conviene a chi l’ha apposta. È la stessa logica che nel 2018 stracciò l’accordo sul nucleare, e che oggi rende ogni intesa futura più difficile da credere. Ripristinare le sanzioni e colpire infrastrutture non piega necessariamente un avversario che ha appena giurato, per bocca di Ghalibaf, di non piegarsi: rischia piuttosto di restringere le vie d’uscita, obbligando entrambi a rilanciare per non perdere la faccia.

Nulla di tutto questo assolve l’Iran, che di quello Stretto ha fatto uno strumento di ricatto e che ha colpito per primo navi civili. Ma illuminare le connessioni significa anche riconoscere che una decisione può essere insieme comprensibile nelle sue ragioni e imprudente nei suoi effetti. Trump ha ragione a pensare di potersi permettere questo scontro. La domanda — che vale per tutti noi — è se possa permettersi ciò che verrebbe dopo, qualora il margine si esaurisse.

E per l’Europa? Per l’Italia?

Qui la calma del greggio non deve ingannare, perché il fronte più esposto per noi non è il petrolio ma il gas. Ed è già in movimento: sul mercato di Amsterdam, il riferimento europeo, i contratti sono balzati di oltre il 4%, verso i 48,5 euro. Un’Europa che ha faticosamente ricostruito i propri equilibri energetici dopo il divorzio dal metano russo si ritrova di nuovo con un fianco scoperto, questa volta a sud-est.

E c’è un secondo fronte, tutto politico. Ad Ankara Trump non ha risparmiato gli alleati: sull’Italia ha detto che ha “fatto molto male” nelle decisioni sulle proprie basi, con Giorgia Meloni costretta a rivendicare una linea “chiara” e a tenerla. È il paradosso di un vertice NATO che riafferma l’unità sulla libertà di navigazione a Hormuz mentre il suo membro più potente logora, uno strappo dopo l’altro, la fiducia degli altri. Per Roma, esposta sul Mediterraneo e dipendente dalle rotte energetiche che da quello Stretto si diramano, la posta è doppia: economica e diplomatica insieme.

Tre scenari

Cosa accadrà nelle prossime settimane? Come sempre in geopolitica, non c’è una risposta univoca. Ci sono traiettorie, probabilità. Ne identifico tre.

Il primo è quello della “calma armata”. Le fiammate continuano — un attacco a una nave, una rappresaglia, una dichiarazione incendiaria — ma lo Stretto resta sostanzialmente aperto, il greggio oscilla tra i settanta e gli ottanta dollari, e nessuno ha interesse a far saltare tutto. È il proseguimento dell’esistente: né guerra né pace, una tensione cronica che il mercato impara a ignorare. La probabilità? Circa il 45%. È lo scenario più noioso e, proprio per questo, il più probabile nel breve termine.

Il secondo è quello dello “strappo su Hormuz”. Teheran, messa all’angolo dalla revoca sul petrolio e dai raid, decide di chiudere davvero il passaggio — come ha ricominciato a minacciare. È lo scenario in cui l’arma spuntata torna affilata: il traffico collassa, il Brent riparte verso i centocinque dollari e oltre, e la calma di questi giorni si rivela un’illusione. L’Europa lo pagherebbe subito sul gas. La probabilità? Circa il 30%. Il vero rischio non è un calcolo, ma un incidente che sfugge di mano.

Il terzo è quello del “ritorno al tavolo”. Il “finito” di Trump si rivela l’ennesima uscita retorica, i negoziatori riprendono i contatti indiretti, e si ricuce un’intesa parziale — magari solo sulla navigazione, rimandando il nucleare. Sarebbe la conferma che dietro la teatralità di Ankara resta una logica di contenimento condivisa da entrambe le parti. La probabilità? Circa il 25%. È lo scenario che richiede a Trump di rinunciare a una vittoria annunciata, e all’Iran di ingoiare l’umiliazione delle sanzioni ripristinate.

La calma più pericolosa

Resta, alla fine, una riflessione che va oltre i barili e le percentuali. Per mezzo secolo l’Occidente ha temuto Hormuz come si teme una miccia accesa. Oggi scopre di poterci quasi convivere, perché la mappa dell’energia si è ridisegnata sotto i nostri piedi e il ricatto di ieri non fa più la stessa paura. È un sollievo, in apparenza. Ma è anche una trappola. Perché quando lo strumento che per decenni ha imposto prudenza a tutti smette di spaventare, sparisce anche il freno che teneva gli attori lontani dall’errore. La calma del greggio non racconta un mondo più sicuro: racconta un mondo in cui il vecchio deterrente si è dissolto e nessuno ne ha ancora costruito uno nuovo. E le crisi peggiori, la storia lo insegna, nascono proprio quando si smette di avere paura al momento sbagliato.

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