Trump, Netanyahu e l’Iran: perché il negoziato sul nucleare è diverso — e più pericoloso — di tutto ciò che abbiamo visto prima
C’è una data che dovremmo tenere a mente mentre seguiamo la crisi iraniana di questi giorni: l’8 maggio 2018. È il giorno in cui Donald Trump, al suo primo mandato, ha firmato il ritiro degli Stati Uniti dal JCPOA — l’accordo sul nucleare iraniano negoziato da Barack Obama nel 2015 con cinque grandi potenze mondiali. In quel momento, l’Iran arricchiva l’uranio al 3,67%. Oggi, a quasi otto anni di distanza, lo arricchisce al 60%. La “maximum pressure” ha prodotto esattamente il contrario di ciò che prometteva.
Oggi Trump è di nuovo alla Casa Bianca, e di nuovo si trova a dover gestire la questione nucleare iraniana. Ma il contesto è radicalmente cambiato: i siti di Natanz e Fordow sono stati bombardati nel giugno 2025, il regime di Teheran ha appena represso nel sangue le più grandi proteste dalla Rivoluzione del 1979, e Benjamin Netanyahu è diventato un interlocutore tanto decisivo quanto imprevedibile nel processo decisionale americano. Questo articolo prova a rispondere a una domanda che raramente viene posta nel dibattito pubblico italiano: perché questo negoziato è strutturalmente diverso — e più pericoloso — di tutti quelli che lo hanno preceduto?
Il JCPOA e l’architettura multilaterale: cosa era e perché funzionava
Per capire cosa stiamo perdendo, bisogna capire cosa c’era prima. L’accordo del 2015 — formalmente il Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA — non era un trattato di pace. Era un accordo di non-proliferazione: un sistema di vincoli tecnici, ispezioni internazionali e incentivi economici costruito per garantire che l’Iran non potesse sviluppare armi nucleari per almeno dieci-quindici anni, lasciando alla diplomazia il tempo di trovare soluzioni di lungo periodo.
La sua architettura era multilaterale per necessità, non per scelta estetica. Al tavolo sedevano Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Germania e Regno Unito — il cosiddetto P5+1 — insieme all’Unione Europea come coordinatrice. Questa configurazione aveva una funzione precisa: rendere quasi impossibile per qualsiasi singolo attore far deragliare i negoziati o violare l’accordo senza conseguenze collettive. Il controllo era affidato all’AIEA — l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica — che garantiva ispezioni continuative e trasparenza tecnica.
I numeri erano concreti e verificabili. L’Iran doveva: ridurre le centrifughe operative da 19.000 a circa 6.000; abbassare le scorte di uranio arricchito da 10.000 kg a 300 kg; limitare l’arricchimento al 3,67%; smantellare il reattore a acqua pesante di Arak. In cambio, riceveva la revoca progressiva delle sanzioni internazionali. Il “tempo di breakout” — il tempo necessario per produrre abbastanza uranio a uso bellico per una bomba — veniva portato da circa tre mesi a dodici mesi, dando alla comunità internazionale una finestra d’azione.
Non era un accordo perfetto. Israele lo ha sempre criticato perché non toccava né il programma missilistico iraniano né il sostegno ai gruppi proxy come Hezbollah e Hamas. L’Arabia Saudita lo guardava con sospetto. E le cosiddette “sunset clauses” — le clausole di scadenza — significavano che alcune restrizioni sarebbero venute meno dopo dieci o quindici anni. Ma funzionava come ciò che era: un sistema di contenimento temporaneo con garanzie collettive.
Il ritiro del 2018 e il paradosso della “maximum pressure”
Quando Trump ha ritirato gli USA dal JCPOA nell’maggio 2018, la logica dichiarata era semplice: l’accordo di Obama era insufficiente perché non copriva missili e proxy, e le sanzioni reimposta avrebbero costretto l’Iran a tornare al tavolo in posizione di debolezza, pronto ad accettare un accordo più comprensivo. Era una logica di coercizione economica.
Il risultato è stato il contrario. Libero dai vincoli del JCPOA, l’Iran ha accelerato il programma di arricchimento in modo sistematico: dal 3,67% del 2018 al 20%, poi al 60% del 2025. Poco prima dei raid militari del giugno 2025, l’Iran aveva accumulato circa 441 kg di uranio arricchito al 60% — materiale che, secondo la Defense Intelligence Agency americana, richiedeva “probabilmente meno di una settimana” per essere portato alla purezza del 90% necessaria per un ordigno nucleare. La pressione massima aveva prodotto un Iran nucleare massimamente avanzato.
C’è un secondo effetto che viene raramente calcolato: le sanzioni reimposte nel 2018-2019 hanno devastato l’economia iraniana in modo indiscriminato, colpendo soprattutto la classe media e i giovani istruiti — esattamente la componente della società più propensa a spingere per una modernizzazione del regime. L’inflazione è esplosa, il rial ha perso il 70% del suo valore in pochi anni, la disoccupazione giovanile ha superato il 40%. Il malcontento economico ha alimentato le proteste del 2019, del 2022 con Mahsa Amini, e infine le rivolte catastrofiche del dicembre 2025-gennaio 2026. La “maximum pressure” non ha indebolito il regime: ha indebolito la società civile iraniana, lasciando il regime — l’IRGC in particolare — più concentrato e più militarizzato.
Biden e il tentativo di Vienna: perché il ritorno al JCPOA è fallito
L’amministrazione Biden ha ereditato la situazione peggiore possibile: un Iran più avanzato a livello nucleare, una popolazione esasperata dalle sanzioni e un quadro diplomatico degradato. Il tentativo di Blinken e Sullivan di riportare gli USA nel JCPOA attraverso i colloqui di Vienna (2021-2022) si è arenato su un nodo apparentemente tecnico ma politicamente insormontabile: l’Iran chiedeva garanzie formali che una futura amministrazione americana non avrebbe potuto ritirarsi di nuovo dall’accordo. Era una richiesta legittima data la storia recente, ma costituzionalmente impossibile da soddisfare: nessun presidente americano può vincolare giuridicamente i successori su accordi esecutivi.
Il metodo Biden, però, restava fondamentalmente multilaterale e procedurale: accordo collettivo, ispezioni AIEA, incrementalismo diplomatico. I suoi limiti erano la lentezza e l’incapacità di creare urgenza. Ma il suo vantaggio strutturale era decisivo: l’esistenza di un sistema di freni collettivi rendeva quasi impossibile una degenerazione improvvisa verso lo scenario militare. Francia, Germania, Russia e Cina sedevano allo stesso tavolo. Nessuno aveva interesse a una guerra nel Golfo. Il meccanismo AIEA garantiva transparenza tecnica indipendente.
Quello che Biden non ha fatto — e che forse avrebbe dovuto fare — è stato creare una coalizione politica interna abbastanza solida da rendere l’accordo difficilmente reversibile. Il JCPOA era un executive agreement, non un trattato ratificato dal Senato. Era, in altre parole, un accordo che un presidente successivo poteva stracciare con una firma. L’aveva già fatto Trump nel 2018. L’avrebbe fatto di nuovo.
Trump 2.0: l’imprevedibilità come dottrina
Il Trump del secondo mandato porta con sé una visione del negoziato internazionale che è fondamentalmente diversa da quella di qualsiasi presidente americano degli ultimi trent’anni. Non si tratta solo di differenze tattiche. È una differenza filosofica.
Per Clinton, Bush, Obama e Biden, il negoziato con l’Iran era innanzitutto un problema di architettura istituzionale: costruire un sistema di garanzie collettive abbastanza robusto da sopravvivere alle turbolenze politiche. Per Trump, il negoziato è essenzialmente un confronto tra personalità: chi è più forte, chi cede per primo, chi convince l’altro che il costo del non-accordo è insostenibile. Il modello dichiarato è quello con Kim Jong-un — dove Trump ha incontrato il leader nordcoreano tre volte, ottenuto titoli di giornale senza precedenti, e prodotto zero progressi concreti sul disarmo nucleare nordcoreano.
Il negoziato attuale con l’Iran segue la stessa logica: bilateralità esclusiva (mediata dall’Oman, non dall’Europa o dall’ONU), imprevedibilità deliberata come leva negoziale (“10-15 giorni o conseguenze devastanti”), e l’uso di dispositivi militari — due portaerei nel Golfo, bombardieri B-2 ridispiegati — come argomento alla cieca. Kushner e Witkoff, i negoziatori, non sono diplomatici di carriera con decenni di esperienza nel dossier iraniano: sono deal-maker abituati a logiche transazionali.
Il problema è che le richieste di Trump non sono negoziabili nel senso tradizionale del termine. Washington chiede zero arricchimento, smantellamento dell’infrastruttura nucleare, stop ai missili balistici e fine del supporto ai proxy regionali. È una richiesta di resa totale — non di compromesso. Nessuna potenza regionale con pretese di sovranità e con la memoria storica dell’Iran ha mai accettato condizioni simili senza essere militarmente sconfitta. E l’Iran non è stato militarmente sconfitto: i raid di giugno 2025 hanno danneggiato i siti, non eliminato né le competenze né la volontà politica.
Netanyahu: il terzo vertice del triangolo
Non si capisce nulla della crisi attuale senza capire il ruolo di Benjamin Netanyahu — e soprattutto il modo in cui questo ruolo è cambiato rispetto alle precedenti amministrazioni americane.
Con Obama, Netanyahu era un avversario dichiarato della politica iraniana americana. Si è presentato al Congresso nel 2015 a discutere il JCPOA senza nemmeno avvisare la Casa Bianca — un gesto di sfida istituzionale senza precedenti. Obama ha resistito, l’accordo è passato, e le relazioni USA-Israele ne hanno sofferto per anni.
Con Biden, Netanyahu era un interlocutore scomodo ma contenuto nell’ambito di una relazione comunque bilaterale formale. La guerra a Gaza ha reso la relazione più tesa, non meno — con Biden che esercitava pressioni, anche se mai abbastanza, sulla questione umanitaria.
Con Trump 2.0, Netanyahu è diventato qualcosa di strutturalmente diverso: un co-protagonista del processo decisionale americano sul Medio Oriente. In sette incontri dall’inizio del secondo mandato, Netanyahu ha portato alla Casa Bianca intelligence sulle presunte menzogne iraniane ai negoziatori, ha ottenuto un accordo informale per cui gli USA sosterrebbero attacchi israeliani ai siti missilistici se i negoziati fallissero, e ha spinto con successo perché le trattative includessero missili e proxy — una posizione molto più radicale di quella americana ufficiale.
Thomas Friedman del New York Times ha scritto che Netanyahu “sta sputando in faccia all’America” usando la crisi iraniana come schermo per portare avanti l’agenda di annessione della Cisgiordania. È un’analisi dura, ma pone una domanda legittima che ogni analista seriamente deve porsi: Netanyahu ha interesse a un accordo negoziale con l’Iran? Un accordo parziale — anche solo sul nucleare, lasciando missili e proxy per dopo — ridurrebbe la pressione militare sull’Iran senza risolvere le questioni che Israele considera esistenziali. Dal punto di vista di Netanyahu, lo scenario preferibile potrebbe essere un accordo che non si chiude, seguito da un’escalation militare che cambia il quadro regionale.
Questo non significa che le preoccupazioni di sicurezza israeliane siano infondate — non lo sono. Ma significa che gli interessi di Netanyahu nel negoziato non coincidono necessariamente con quelli di Trump, e che il presidente americano rischia di essere trascinato in una logica di escalation che non ha scelto e che potrebbe non riuscire a controllare.
Cosa manca oggi che c’era prima: il sistema dei freni collettivi
Ci sono tre differenze strutturali tra i negoziati attuali e tutti quelli che li hanno preceduti, e ciascuna di esse contribuisce a rendere la situazione di febbraio 2026 più pericolosa di qualsiasi crisi iraniana degli ultimi vent’anni.
1. L’assenza del quadro multilaterale
Con Obama e Biden, anche nei momenti di massima tensione, esisteva un sistema di contenimento collettivo: Francia, Germania, UK, Russia e Cina sedevano tutti allo stesso tavolo con interessi divergenti che si bilanciavano. Nessuno voleva una guerra nel Golfo. L’Europa frenava l’America. La Russia frenava l’Iran. La Cina frenava tutti per proteggere i propri approvvigionamenti energetici. Oggi quel sistema non esiste: i negoziati si svolgono bilateralmente attraverso l’Oman, l’Europa è esclusa, Russia e Cina stanno dall’altra parte (hanno appena condotto esercitazioni navali congiunte con l’Iran nel Golfo dell’Oman), e il Congresso americano è così diviso che persino la richiesta di autorizzazione preventiva per un’azione militare — avanzata dai leader democratici il 20 febbraio — non ha precedenti recenti.
2. L’assenza di ispezioni e trasparenza tecnica
Con il JCPOA in vigore, l’AIEA aveva accesso continuativo ai siti nucleari iraniani. I dati erano verificabili, indipendenti dalla narrativa politica di qualsiasi governo. Oggi, dopo che l’Iran ha espulso gli ispettori dopo i raid del giugno 2025, nessuno sa con certezza quale sia lo stato reale del programma nucleare. Trump afferma di aver “obliterato” i siti. L’AIEA parla di “gravi danni ma non totali”. Le immagini satellitari mostrano tetti ricostruiti sopra gli edifici danneggiati di Natanz e Isfahan. In assenza di ispezioni, entrambe le parti negoziano sulla base di stime e intelligence — una situazione ideal-tipica per i malintesi catastrofici.
3. L’asimmetria radicale delle richieste
Il JCPOA chiedeva all’Iran un compromesso verificabile: meno centrifughe, meno uranio, più ispezioni, in cambio di meno sanzioni. Era una logica di scambio che entrambe le parti potevano presentare internamente come un guadagno. Trump chiede qualcosa di categoricamente diverso: zero arricchimento, smantellamento totale dell’infrastruttura nucleare, stop ai missili, fine dei proxy. È una richiesta che, se accettata, priverebbe l’Iran di qualsiasi deterrenza convenzionale in una regione dove Israele è una potenza nucleare non dichiarata. Khamenei sa che nessun leader che accettasse queste condizioni sopravvivrebbe politicamente. Il programma missilistico non è un capriccio: è l’unica vera assicurazione sulla vita del regime in assenza della bomba.
Tre scenari, una domanda di fondo
Mentre scriviamo, l’Iran sta preparando una proposta scritta da consegnare a Washington. Trump ha dato 10-15 giorni. Ci sono tre scenari plausibili.
- Accordo parziale: Iran accetta limitazioni simboliche sull’arricchimento con ispezioni AIEA robuste, USA alleggeriscono alcune sanzioni, missili e proxy restano fuori dall’accordo per ora. Netanyahu è furioso, ma Trump incassa il titolo diplomatico. Scenario fragile, ma il meno peggio.
- Stallo con pressione crescente: nessun accordo, Trump ordina strike limitati per fare pressione. L’Iran risponde attraverso i proxy. Lo Stretto di Hormuz — attraverso cui transita il 31% del petrolio mondiale — diventa il campo di battaglia economico. Il Brent, già a 71 dollari al barile, potrebbe superare i 100.
- Escalation totale: attacchi massicci su siti nucleari e missilistici, risposta iraniana piena, chiusura dello Stretto di Hormuz, coinvolgimento di Hezbollah in Libano e degli Houthi nello Yemen. Scenario che nessuno vuole ufficialmente, ma che la logica attuale rende non trascurabile.
Ma sotto tutti e tre gli scenari c’è una domanda più profonda, che è la domanda vera di questa crisi: è possibile gestire la non-proliferazione nucleare con ultimatum da social media, portaerei come argomento negoziale e un interlocutore come Netanyahu che ha interessi propri nel processo? La risposta che l’amministrazione Trump darà nelle prossime settimane — con o senza accordo — definirà l’architettura di sicurezza del Medio Oriente per i prossimi decenni.







