Il 4 dicembre 2025 la Casa Bianca ha pubblicato un documento che avrebbe meritato le prime pagine di tutti i giornali del mondo. Si chiama “Strategia di sicurezza nazionale”, ma il suo contenuto va ben oltre la sicurezza. È un manifesto ideologico che ridefinisce il rapporto tra Stati Uniti ed Europa, e lo fa con una chiarezza brutale.
Il documento che cambia tutto
Il documento cita esplicitamente Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, un libro del 1918-1922 che teorizzava la fine della civiltà occidentale. Non è una citazione casuale. L’amministrazione Trump sta dicendo al mondo che l’ordine liberale costruito dopo la Seconda guerra mondiale – quello fondato su democrazia, diritti umani e multilateralismo – è finito. E che gli Stati Uniti non intendono più difenderlo.
Per l’Europa, le implicazioni sono devastanti. Il documento applica alla vecchia alleata una versione aggiornata della Dottrina Monroe del 1823: quella che considerava le Americhe “sfera d’interesse” esclusiva di Washington. Oggi Trump estende quel concetto all’Europa, ai paesi dell’Europa centrale, orientale e meridionale. Il messaggio è chiaro: l’Unione Europea non è più un’alleata da proteggere, ma un territorio da influenzare.
La guerra silenziosa alla democrazia
Come si destabilizza una democrazia dall’esterno? Non servono carri armati. Bastano finanziamenti ai partiti giusti, pressioni economiche mirate, e una narrativa che delegittimi le istituzioni esistenti. È esattamente ciò che sta accadendo.
L’amministrazione Trump ha intensificato i rapporti con i movimenti dell’estrema destra europea. Lo slogan “Make Europe great again” non è solo retorica: è un programma politico che prevede il sostegno attivo a forze che vogliono smantellare l’Unione dall’interno. L’obiettivo dichiarato è “restituire la grandezza” a quei paesi che “vogliono ristabilire la loro indipendenza dalle strutture sovranazionali” – leggi: uscire dall’UE o renderla irrilevante.
Il paradosso è storico: gli Stati Uniti, che nel 1945 hanno contribuito a costruire l’architettura democratica europea, oggi lavorano attivamente per demolirla. Non perché l’Europa sia diventata un nemico, ma perché un’Europa unita e forte non serve più agli interessi americani così come li intende Trump. Un’Europa frammentata, divisa, litigiosa è molto più facile da gestire.
Nel vuoto avanza il Dragone
Mentre Washington smantella, Pechino costruisce. E lo fa con una strategia che coniuga interessi economici, ambizioni geopolitiche e – paradossalmente – leadership climatica.
I numeri sono impressionanti. La Cina produce oggi tra il 60 e l’80% dei pannelli solari, delle turbine eoliche e delle batterie del mondo. Nel 2024 ha installato più capacità solare di quanta ne abbia mai avuta l’intera Europa. La Longyear, una sola azienda cinese, produce più turbine eoliche di tutti i paesi occidentali messi insieme. Entro il 2030, secondo Bloomberg, le aziende cinesi di veicoli elettrici controlleranno un terzo del mercato mondiale.
Xi Jinping ha trasformato quello che Trump definisce una “truffa” – il cambiamento climatico – nella più grande opportunità economica e geopolitica del secolo. Il messaggio è chiaro: mentre l’America torna al carbone e al petrolio, la Cina si posiziona come fornitore globale delle tecnologie del futuro. Non è idealismo ambientalista: è pragmatismo strategico allo stato puro.
C’è un sottotesto geopolitico che pochi hanno colto. Nel mio articolo di ottobre su Controluce ho raccontato il “divorzio energetico” tra Asia e Russia: Cina e India che abbandonano il petrolio russo sotto pressione delle sanzioni americane. Ma quella storia ha un sequel. La Cina non sta solo abbandonando la Russia come fornitore energetico: sta diventando essa stessa il nuovo centro gravitazionale dell’energia mondiale. Solo che invece di esportare combustibili fossili, esporta le tecnologie per farne a meno.
L’Europa senza bussola
Ed eccoci al cuore del problema. L’Europa del 2026 si trova stretta in una morsa: da un lato un alleato storico che lavora per destabilizzarla, dall’altro un competitor che vuole renderla dipendente dalle sue tecnologie. E non ha una strategia per affrontare nessuno dei due.
Sul fronte americano, la risposta europea oscilla tra l’incredulità e la sottomissione. Molti leader europei continuano a trattare Trump come un’anomalia temporanea, un incidente di percorso dopo il quale si tornerà alla “normalità” atlantica. È un’illusione pericolosa. Il documento del 4 dicembre non è il capriccio di un presidente: è l’espressione di una trasformazione profonda della politica estera americana, che potrebbe sopravvivere a Trump stesso.
Sul fronte cinese, la situazione non è migliore. L’Europa ha bisogno delle tecnologie verdi cinesi per raggiungere i suoi obiettivi climatici, ma teme – giustamente – di creare una nuova dipendenza strategica dopo quella dal gas russo. È la trappola perfetta: non puoi fare a meno della Cina per la transizione energetica, ma ogni pannello solare importato da Pechino aumenta la tua vulnerabilità geopolitica.
Tre scenari per il 2026
Come evolverà questa situazione nei prossimi mesi? Tre gli scenari possibili.
Il primo scenario è quello della “frammentazione accelerata”. L’offensiva trumpiana funziona: i partiti euroscettici guadagnano terreno, alcuni paesi dell’Europa centrale si avvicinano sempre più a Washington bypassando Bruxelles, l’Unione si paralizza in veti incrociati. La Cina ne approfitta per stringere accordi bilaterali con i singoli stati, dividendo ulteriormente il fronte europeo. Probabilità: 35%.
Il secondo scenario è quello del “risveglio europeo”. La minaccia americana diventa così evidente da provocare una reazione uguale e contraria. L’Europa accelera sull’autonomia strategica, investe massicciamente in difesa comune e tecnologie verdi domestiche, costruisce una politica estera indipendente. È lo scenario auspicato da chi crede nel progetto europeo, ma richiede una leadership che oggi non si vede. Probabilità: 25%.
Il terzo scenario è quello dello “stallo prolungato”. L’Europa non si frammenta ma nemmeno si rafforza. Naviga a vista, gestisce le crisi una alla volta, rimanda le decisioni strategiche. Intanto perde terreno sia rispetto agli Stati Uniti sia rispetto alla Cina, diventando sempre più marginale negli equilibri globali. È lo scenario più probabile proprio perché è quello che richiede meno decisioni. Probabilità: 40%.
La lezione del nuovo anno
Il 2026 si apre con una certezza: il mondo che abbiamo conosciuto sta finendo. L’ordine liberale costruito dopo il 1945, con gli Stati Uniti come garante e l’Europa come partner privilegiato, non esiste più. Al suo posto emerge un sistema fluido, instabile, dove le alleanze tradizionali contano meno dei calcoli di convenienza immediata.
Per l’Europa, questo significa una cosa sola: è finito il tempo in cui poteva permettersi di non scegliere. Tra un alleato che vuole destabilizzarla e un competitor che vuole dominarla, deve trovare una terza via. Deve diventare, finalmente, un attore autonomo sulla scena mondiale.
La lanterna illumina anche questo: il paradosso di un Occidente che si autodistrugge mentre l’Oriente avanza. La domanda è se l’Europa saprà trovare la sua luce propria, o se si lascerà spegnere dai venti che soffiano da entrambi i lati dell’Atlantico e del Pacifico.







