Controluce: Ucraina, il piano di pace che l’Europa non vuole (ma di cui forse ha bisogno)

Novembre 2025 passerà alla storia come il mese in cui la pace in Ucraina è diventata finalmente una possibilità concreta. O almeno così sembrerebbe. Dopo quasi quattro anni di guerra, morti e macerie, Donald Trump ha presentato il suo piano per chiudere il conflitto: inizialmente 28 punti che hanno fatto gridare allo scandalo mezza Europa. Dopo i colloqui di Ginevra del 24 novembre tra Washington e Kiev, la bozza è stata ridotta a 19 punti, eliminando alcuni elementi giudicati “non accettabili” dall’Ucraina. Un piano che, pur tra le polemiche, ha messo sul tavolo l’unica vera alternativa alla guerra infinita. La reazione dell’Unione Europea? Una controproposta in 27 punti che modifica, lima, aggiusta e.… complica tutto.

Ma facciamo un passo indietro. Perché, al di là delle dichiarazioni ufficiali e dei comunicati diplomatici, c’è una domanda che emerge prepotente: l’Europa vuole davvero la pace, o sta semplicemente cercando di salvare la faccia dopo essere stata tagliata fuori dai giochi che contano?

Il piano Trump: una svendita o un realismo brutale?

Il piano americano è stato definito da molti una “svendita” dell’Ucraina. E in effetti, leggendo la bozza originale a 28 punti, la sensazione è quella di un accordo scritto più a Mosca che a Washington. I negoziati di Ginevra hanno limitato il documento a 19 punti, ma la sostanza resta controversa. Crimea, Donetsk e Luhansk vengono riconosciute come russe. Kiev dovrà rinunciare per sempre all’ingresso nella NATO, inserendo questo divieto nella propria Costituzione. L’esercito ucraino sarà ridotto a 600.000 unità. La Russia tornerà nel G8 e vedrà gradualmente rimosse le sanzioni.

Dall’altra parte, però, c’è anche qualcosa che Putin non può ignorare: garanzie di sicurezza per l’Ucraina modellate sull’articolo 5 della NATO. Se Mosca attaccherà di nuovo Kiev, scatterà una risposta militare coordinata degli Stati Uniti e degli alleati europei. Le sanzioni torneranno immediatamente e ogni beneficio ottenuto con l’accordo verrà revocato. Non è poco.

Il piano è stato scritto durante il volo di ritorno di Trump dal Medio Oriente, dopo il successo (relativo) dell’accordo tra Israele e Hamas. A metterlo nero su bianco sono stati Jared Kushner, genero del presidente, e Steve Witkoff, inviato speciale, con la collaborazione di Kirill Dmitriev, emissario del Cremlino. Una diplomazia parallela, fuori dai canali istituzionali, che ha fatto infuriare mezzo Congresso americano e praticamente tutta Europa.

Quando il piano è trapelato sulla stampa il 18 novembre, è scoppiato il caos. Marco Rubio, segretario di Stato, è stato sommerso di telefonate furiose da parlamentari europei e americani. L’Ucraina ha definito il documento “più favorevole alla Russia che a noi“. L’Europa si è sentita umiliata. Ma, nel frattempo, qualcosa si è mosso.

La controproposta europea: più dignitosa, ma meno realistica?

Di fronte allo “schiaffo” di Trump, Regno Unito, Francia e Germania hanno presentato il loro piano alternativo. Anche qui 27 punti, ma con differenze sostanziali rispetto alla proposta americana.

Sul fronte territoriale, gli europei non riconoscono le annessioni russe. I negoziati dovranno partire dall’attuale linea del fronte, senza concessioni preventive. L’Ucraina si impegna a non riconquistare con la forza i territori occupati, ma non cede la loro sovranità legale. È una differenza cruciale: il piano Trump dice “Crimea e Donbass sono russe”, quello europeo dice “ne parliamo dopo il cessate il fuoco”.

Sull’esercito ucraino, l’Europa alza il limite a 800.000 unità (contro le 600.000 di Trump) e rifiuta qualsiasi limite all’industria della difesa di Kiev. Sulla NATO, la porta non viene sbarrata definitivamente: “l’adesione dell’Ucraina dipende dal consenso degli Stati membri dell’Alleanza”. Una formula diplomatica che lascia aperta la possibilità, anche se molto teorica.

Sugli asset russi congelati, l’Europa è durissima: rimarranno bloccati fino a quando Mosca non avrà risarcito tutti i danni causati dalla guerra. Il piano Trump, invece, prevede di usare 100 miliardi per investimenti guidati da Washington, con il 50% dei profitti destinati agli Stati Uniti. Una spartizione che ha fatto storcere il naso a Bruxelles.

Il paradosso: chi sta davvero lavorando per la pace?

Ed eccoci, dunque, al cuore del problema. L’Europa critica il piano Trump perché troppo favorevole a Putin. Ma quale alternativa offre? Un piano che Mosca ha già definito “poco costruttivo” e che il Cremlino ha sostanzialmente bocciato. Il portavoce russo Dmitry Peskov ha fatto capire che la Russia non accetterà nulla che si discosti troppo dalla versione originale concordata ad agosto 2024 ad Anchorage tra Trump e Putin.

Il rischio, allora, è che l’Europa stia sabotando la pace non per principio, ma per orgoglio. Perché la verità scomoda è questa: l’Unione Europea è stata tagliata fuori dai negoziati chiave. Trump tratta direttamente con Putin e Zelensky. Gli inviati americani volano tra Mosca, Kiev e Abu Dhabi. E Bruxelles? Guarda da lontano, redige controproposte che nessuno le ha chiesto, e si aggrappa al ruolo di “garante morale” che nessuno le riconosce più.

Kaja Kallas, Alta rappresentante UE per gli affari esteri, ha ammesso candidamente: “Perché un piano funzioni, serve che l’Europa e l’Ucraina siano a bordo“. Ma la domanda è: chi ha detto che l’Europa debba essere “a bordo”? Trump ha dimostrato che si può negoziare benissimo anche senza Bruxelles. E questo, per il Vecchio Continente, è uno schiaffo politico molto più doloroso delle concessioni territoriali a Putin.

E l’Ucraina? In mezzo a due fuochi

Nel mezzo di questa partita a scacchi tra Washington e Bruxelles c’è l’Ucraina, che continua a morire. Mentre i diplomatici discutono su quanti soldati Kiev può tenere in caserma e se la Crimea è “legalmente” russa o no, la Russia continua ad avanzare sul campo. Kupiansk, Pokrovsk, Myrnohrad: città che cadono una dopo l’altra mentre i negoziati si trascinano.

Zelensky ha definito “sostanziali” i progressi fatti a Ginevra con la delegazione americana. Ha ringraziato Trump pubblicamente, dopo che il presidente USA lo aveva accusato di essere “ingrato”. Ha detto che “molte cose stanno cambiando”. Ma si capisce che il leader ucraino è con le spalle al muro. Da una parte Trump che gli dice: “Firma entro il 27 novembre o ti taglio i fondi”. Dall’altra l’Europa che gli sussurra: “Resisti, non cedere, noi ti sosteniamo” (ma senza dirgli con cosa, esattamente).

Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha parlato di “capitolazione” a proposito del piano Trump. Ma cosa propone la Francia? Truppe europee sul suolo ucraino? Aerei da combattimento? O solo belle parole e pacche sulle spalle mentre gli ucraini continuano a morire?

Il rischio: un’Europa irrilevante nel proprio continente

Qui sta il punto più doloroso per chi crede nell’Unione Europea come progetto politico. La guerra in Ucraina si sta combattendo nel cuore dell’Europa. È una questione di sicurezza continentale. Eppure, le decisioni chiave le sta prendendo un presidente americano in combutta con un dittatore russo, mentre l’Europa resta a guardare.

Il piano Trump sarà anche criticabile, discutibile, forse persino ingiusto. Ma esiste. È concreto. Ha date, numeri, meccanismi. La controproposta europea è più “dignitosa”, ma è anche meno realistica. E soprattutto, non ha il potere di essere implementata. Perché chi può davvero fermare la guerra sono gli Stati Uniti (che forniscono armi e intelligence a Kiev) e la Russia (che le sta sparando addosso). L’Europa può fare la voce grossa, ma alla fine conta poco.

Giorgia Meloni, al G20 di Johannesburg, ha detto una cosa intelligente: “L’Europa non era tra i redattori del piano Trump, ma molte questioni incluse richiedono l’Europa: ricostruzione, garanzie di sicurezza, ingresso dell’Ucraina nell’UE. La fase è delicata, dobbiamo guardare all’obiettivo. L’UE deve mostrare maturità“.

Ecco, forse è proprio questa la parola chiave: maturità. Smettere di fare la prima della classe e accettare che il mondo è cambiato. Che l’Europa non è più il centro della diplomazia globale. Che Trump può essere sgradevole, ma ha il potere di chiudere la guerra. E che, forse, un accordo imperfetto è meglio di una guerra infinita.

La pace che l’Europa non vuole

Il titolo di questa rubrica è provocatorio, lo so. Ma la domanda resta: l’Europa sta davvero lavorando per la pace, o sta solo cercando di non perdere la faccia? Perché se l’obiettivo è fermare la guerra, allora bisogna essere pronti a compromessi. Anche dolorosi. Anche ingiusti.

Il piano Trump ha difetti enormi. Ma ha anche un pregio: può funzionare. Mosca ha fatto capire che molti punti sono “accettabili”. Kiev sta negoziando. Gli Stati Uniti mettono sul tavolo garanzie concrete. La controproposta europea, invece, è un esercizio di stile. Elegante, ma sterile.

E intanto, mentre l’Europa discute di principi e di dignità, gli ucraini continuano a morire. E la credibilità dell’Unione come attore geopolitico si riduce giorno dopo giorno. Forse è ora di scegliere: vuoi salvare l’Ucraina o salvare la tua reputazione? Perché, come stanno dimostrando questi mesi, le due cose potrebbero non essere compatibili.

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