Controluce: Ucraina, le domande che nessuno fa

Lunedì 15 dicembre, a Berlino si terrà l’ennesimo vertice sulla guerra in Ucraina. Steve Witkoff, inviato speciale di Donald Trump, incontrerà Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer. Sul tavolo, il “piano Trump” — ora arrivato a 19 punti — che dovrebbe portare finalmente la pace. Mosca ha aperto alla possibilità di una zona demilitarizzata nel Donbass, purché controllata dalla Rosgvardia russa. I media parlano di “svolta imminente”.

Eppure, siamo qui, ancora una volta, a leggere le stesse parole: svolta, accordo decisivo, pace alle porte. Sono quasi 1400 giorni dall’invasione russa del 24 febbraio 2022. Quasi quattro anni. E la domanda che nessuno sembra farsi è: perché questa guerra non finisce?

O forse, ancora più scomoda: siamo sicuri che qualcuno voglia davvero che finisca?

L’illusione della svolta

C’è qualcosa di antropologico nel modo in cui raccontiamo questa guerra. Ogni vertice è “decisivo”, ogni negoziato è “a un passo dalla soluzione”, ogni dichiarazione è una “svolta”. Istanbul, Minsk, i colloqui segreti, il grano del Mar Nero, i prigionieri scambiati — tutto è stato presentato come l’anticamera della pace. Eppure, la guerra continua.

Il problema non è la buona fede dei negoziatori. Il problema è che continuiamo a cercare una soluzione rapida a un conflitto che, per sua natura, non può avere una soluzione rapida.

Le guerre occidentali degli ultimi trent’anni — Iraq, Libia, Afghanistan — ci hanno abituato a un’idea di conflitto: operazioni chirurgiche, campagne lampo, interventi limitati nel tempo. Anche quando sono andate male, sono sempre state raccontate come qualcosa di gestibile, di contenibile, di risolvibile. L’Ucraina rompe questo schema. È una guerra di logoramento ottocentesca combattuta con droni, missili ipersonici e guerra cibernetica. È lunga, cronica, strutturale. E noi non sappiamo più raccontare — né tantomeno pensare — questo tipo di conflitto.

Anche Putin, del resto, l’ha chiamata “operazione speciale“. Stesso linguaggio, stessa illusione di brevità. Come se bastasse un eufemismo per rendere digeribile l’indigeribile.

Il mito della resa

Abbiamo tutti in mente un’immagine della fine delle guerre: il 1945. La resa della Germania nazista, la firma degli accordi, le bandiere ammainate, i vincitori e gli sconfitti chiaramente definiti. È l’archetipo che usiamo per immaginare la fine di ogni conflitto.

Ma il 1945 è un’eccezione storica, non la regola.

Quella combinazione — guerra totale, mobilitazione industriale, ideologie radicali, assenza di deterrenza nucleare — non si è più ripetuta. Da allora, quasi nessun conflitto è finito con una resa totale. La Corea ha firmato un armistizio nel 1953 ed è tecnicamente ancora in guerra. Il Vietnam è finito con un ritiro americano, non con una resa. L’Afghanistan uguale. L’Iraq non è mai davvero finito.

Tuttavia, continuiamo a proiettare il modello del 1945 su ogni guerra. E così nascono le fantasie: il “collasso russo”, la “resa ucraina”, la “capitolazione di Putin”. Sono narrazioni che rivelano i nostri desideri, non la realtà sul terreno.

Sul campo, oggi, la situazione è uno stallo strategico. La Russia avanza lentamente e a costi enormi nel Donbass. L’Ucraina resiste e lancia controffensive locali, come a Kupiansk. Odessa è sotto attacco massiccio — 450 droni e 30 missili solo nell’ultima settimana — ma la città tiene. Nessuna delle due parti può “vincere” nel senso classico del termine. La Russia non può occupare tutta l’Ucraina. L’Ucraina non può riconquistare tutto il territorio perso.

Il vero indicatore non è il territorio conquistato o perso. È la capacità di sostenere lo sforzo bellico nel tempo. E su questo fronte, entrambe le parti sembrano avere ancora margine.

L’incompatibilità strutturale

Facciamo l’esercizio che nessuno fa: mettiamoci nei panni di ciascun attore. Non per giustificarli, ma per capire perché una pace “vera” è così improbabile.

Putin non può accettare una pace che venga percepita come una sconfitta. La guerra in Ucraina è la legittimità del suo regime. Ha costruito tutto sulla narrativa della “denazificazione”, del “mondo russo”, della difesa contro l’espansionismo NATO. Ritirarsi significherebbe ammettere che l'”operazione speciale” è fallita — un crollo di credibilità interno che il Cremlino non può permettersi. Inoltre, le annessioni di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson sono state inserite nella Costituzione russa. Non può rinunciarvi, legalmente e politicamente.

Zelensky e l’Ucraina non possono accettare un compromesso percepito come tradimento. Non è una disputa sui confini — è una questione esistenziale. L’esperienza dell’occupazione — Bucha, i crimini di guerra, i rapimenti di bambini — ha reso impossibile qualsiasi negoziato che implichi cedere territorio. La società ucraina si è trasformata: la guerra ha creato una coesione nazionale che rende inaccettabile qualsiasi “resa”. Chiunque firmasse una pace di questo tipo perderebbe ogni legittimità politica.

L’Europa non può accettare che le conquiste russe vengano riconosciute. Farlo significherebbe ammettere che in Europa, nel XXI secolo, si possono cambiare i confini con la forza. Sarebbe la fine dell’ordine post-1945 basato sull’intangibilità delle frontiere. Ma l’Europa non ha una posizione unitaria: Ungheria e Slovacchia creano crepe. E qui emerge il paradosso: per alcuni attori europei, un conflitto congelato potrebbe convenire più di una vittoria russa netta.

Gli Stati Uniti sono divisi tra due logiche. Trump vuole un “win” mediatico — il Nobel per la pace, la foto della stretta di mano, il titolo sui giornali. Ma l’establishment americano ha un obiettivo strategico diverso: separare Russia e Cina. La Russia ha già iniziato ad abbandonare teatri storici — Caucaso, Medio Oriente — in favore di Washington, segnalando disponibilità. Ma per Putin, l’Ucraina è “la madre di tutte le questioni”: l’unica su cui non cederà. E qui sta la contraddizione americana: una pace che premia l’aggressione russa manda un segnale globale pericoloso (l’uso della forza paga), ma continuare la guerra costa e non risolve.

Questi quattro livelli — Russia, Ucraina, Europa, Stati Uniti — sono strutturalmente incompatibili. Non è questione di buona volontà. È questione di interessi fondamentali che si escludono a vicenda.

Gli scenari reali

Se la resa totale è un’illusione e gli obiettivi sono incompatibili, quali sono gli scenari realistici? Non quelli che vorremmo, ma quelli che la storia e la logica geopolitica suggeriscono.

Scenario 1: Conflitto congelato (modello Corea)
Una linea di controllo de facto, un cessate il fuoco senza trattato di pace, due entità che restano tecnicamente in guerra per decenni. È lo scenario che la storia suggerisce come più probabile. La penisola coreana è divisa dal 1953, e il conflitto non è mai stato formalmente risolto. Potrebbe accadere lo stesso con l’Ucraina: una zona cuscinetto, presidi militari permanenti, tensione costante ma senza combattimenti attivi.

Scenario 2: Guerra endemica a bassa intensità
Il conflitto continua per anni, sparisce dai titoli dei giornali ma non dalla realtà. Bombardamenti periodici, droni, attacchi mirati, nessuna soluzione all’orizzonte. È quello che è successo nel Donbass tra il 2014 e il 2022, prima dell’invasione su larga scala. Una guerra dimenticata dai media ma vissuta quotidianamente dalla popolazione locale.

Scenario 3: Vassallaggio russo verso la Cina
Questo è lo scenario di cui quasi nessuno parla, ma potrebbe essere il più sottile e il più importante. La Cina sta sfruttando la debolezza russa per legare Mosca sempre più strettamente. Investimenti cinesi in infrastrutture energetiche russe, quote in Rosneft e Gazprom, dipendenza tecnologica e commerciale. La Russia rischia di diventare un fornitore esclusivo della Cina, ma a condizioni dettate da Pechino. Non più due potenze alla pari, ma una dominante e un cliente. Xi Jinping non rompe con Putin — lo “addomestica”. E questo cambia radicalmente gli equilibri globali.

Il “piano Trump” a 19 punti non è una soluzione — è un sintomo. Sintomo del bisogno di “abbreviare la storia”, di credere che un documento possa risolvere contraddizioni strutturali. È una proiezione che cambia a seconda degli interlocutori e dei vertici. La sua stessa esistenza riconosce la necessità di trattare — ma ognuno ha un’idea diversa di cosa significhi “trattare”.

E l’Italia?

Mentre tutti parlano di pace e piani, qualcuno a Roma sta pensando a come posizionare l’Italia per il “dopo”? O per il “durante”?

L’Italia ha un’opportunità strategica enorme: diventare hub energetico mediterraneo. Il gasdotto TAP è già operativo e porta gas azero. I rigassificatori di Piombino, Livorno, Ravenna possono diventare porte d’ingresso per GNL da Qatar, Stati Uniti, Algeria. La posizione geografica dell’Italia è una leva geopolitica potenziale. Ma serve visione di lungo periodo, investimenti mirati, capacità di non farsi sfuggire il momento.

Il rischio è che mentre tutti discutono di Ucraina, l’Italia perda l’occasione di riposizionarsi. Perché le grandi trasformazioni geopolitiche raramente fanno rumore. Accadono nei terminal portuali, nei contratti firmati in silenzio, nelle rotte marittime che cambiano direzione. Mentre i media inseguono dichiarazioni e tweet, il mondo si riscrive altrove.

Controluce

Perché questa guerra non finisce? Forse perché la struttura stessa del conflitto rende la pace più difficile di quanto vogliamo ammettere. Forse perché continuiamo a cercare svolte che non arriveranno nel modo in cui le immaginiamo. Forse perché, in fondo, qualcuno ha più da guadagnare dalla guerra che dalla pace.

Non sono risposte facili. Ma sono le domande che mancano.

Mentre il mondo guarda la luce, noi guardiamo controluce. E vediamo ciò che altri non possono — o non vogliono — vedere.

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