La conferenza sul clima in Amazzonia si chiude con un accordo al ribasso. Tra scandali organizzativi, prezzi alle stelle e resistenze petrolifere, il “vertice della verità” di Lula lascia più dubbi che certezze
Quando Luiz Inácio Lula da Silva ha deciso di ospitare la COP30 a Belém, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, aveva promesso che sarebbe stata “la conferenza della verità”. E in effetti, la verità è emersa. Ma non quella che il presidente brasiliano sperava. La COP30, conclusasi sabato 22 novembre con 24 ore di ritardo sulla tabella di marcia, ha messo in luce tutte le contraddizioni e le ipocrisie della diplomazia climatica globale: promesse economiche gigantesche, nessun impegno concreto sull’uscita dai combustibili fossili, e una serie di scandali organizzativi che hanno rischiato di far saltare l’intero vertice.
Il risultato? Un accordo ribattezzato “Global Mutirão” (termine portoghese che indica uno sforzo collettivo volontario) che triplicerà i fondi per l’adattamento climatico portandoli a 120 miliardi di dollari entro il 2035, con una roadmap finanziaria complessiva da 1.300 miliardi di dollari annui. Cifre impressionanti. Ma sul fronte delle emissioni? Zero tabelle di marcia vincolanti, nessuna menzione esplicita di carbone, petrolio e gas, nessun piano concreto per uscire dai combustibili fossili. Come se si potesse salvare il pianeta a colpi di assegni, senza toccare la fonte del problema.
L’Amazzonia brucia mentre i delegati negoziano
Se c’è un’immagine che racchiude il paradosso di questa COP30, è quella dell’incendio scoppiato il 20 novembre nella sede della conferenza. Mentre i delegati di quasi 200 Paesi discutevano di come salvare il pianeta dalle fiamme del riscaldamento globale, il gigantesco tendone in plastica che ospitava i padiglioni della conferenza ha preso fuoco. Un incidente, certo. Ma anche una metafora perfetta di un vertice che ha parlato molto e concluso poco.
Belém, città portuale di 1,3 milioni di abitanti alle porte dell’Amazzonia, è stata scelta da Lula proprio per il suo valore simbolico. La foresta pluviale più grande del mondo, con i suoi 6 milioni di chilometri quadrati, è il polmone verde del pianeta. Ospitare qui la COP30 doveva essere un messaggio potente: non si può salvare il clima senza salvare l’Amazzonia. Il problema è che Belém non era pronta. E quando una città non è pronta, succede di tutto.
Lo scandalo degli affitti: quando salvare il pianeta costa 60.000 dollari per 15 giorni
Uno dei capitoli più imbarazzanti di questa COP30 è stato lo scandalo degli alloggi. A febbraio 2025, quando molte delegazioni cominciavano a prenotare, i prezzi degli hotel e degli appartamenti su Airbnb erano letteralmente esplosi. Alcune simulazioni effettuate da osservatori indipendenti riportavano hotel a 50-60.000 dollari per 15 giorni. Non è un errore di battitura: sessantamila dollari. Una stanza su Airbnb costava mediamente 9.320 dollari a notte in piena COP.
Di fronte alle proteste, Lula aveva risposto con una battuta: “Se non trovate posto negli hotel, dormite sotto le stelle guardando il cielo”. Facile dirlo per chi, come lui, ha deciso di dormire su uno yacht privato. Meno facile per le delegazioni dei Paesi più poveri, quelle che subiscono maggiormente gli effetti del cambiamento climatico ma che non hanno i soldi per permettersi alloggi da emiro del petrolio.
Il risultato? Molti Paesi hanno ridotto drasticamente le loro delegazioni. L’Austria ha addirittura cancellato la partecipazione ufficiale, citando proprio i costi proibitivi degli alloggi. Paesi africani e insulari hanno minacciato di fare lo stesso. Nel frattempo, il governo brasiliano ha tentato di correre ai ripari: ha noleggiato due navi da crociera per offrire 6.000 posti letto aggiuntivi (a 600-1.300 dollari a notte per cabina condivisa), ha trasformato scuole pubbliche in ostelli temporanei, ha aperto un portale ufficiale per prenotazioni convenzionate. Troppo poco, troppo tardi.
A ottobre, di fronte a un’offerta eccessiva e a delegazioni che disdettavano in massa, i prezzi su Airbnb sono crollati del 40-47%. Ma il danno reputazionale era fatto. Come puoi chiedere ai Paesi poveri di impegnarsi nella lotta al clima se poi li metti nelle condizioni di non poter nemmeno partecipare alle tue conferenze?
E non è finita. Una volta arrivati a Belém, i delegati hanno scoperto che un caffè costava 9.000 pesos cileni (circa 9 euro), una fetta di pizza 10.000 pesos, un pranzo normale 20.000. Il cibo veniva pagato con carte prepagate speciali per i partecipanti alla COP, ricaricabili solo presso la banca “Caixa”. Se non avessi usato il saldo, non avresti potuto recuperare i soldi. Un sistema che ha fatto gridare all’elitarismo e che ha alimentato l’impressione che la COP sia diventata un evento per ricchi lobbisti, non per chi vuole davvero cambiare le cose.
Il documento finale: molte parole, pochi fatti
Veniamo al cuore della questione: l’accordo finale. Il “Global Mutirão” approvato sabato sera è un testo politico di indirizzo che conferma gli obiettivi dell’Accordo di Parigi: riduzione del 43% delle emissioni entro il 2030, del 60% entro il 2035, emissioni nette zero entro il 2050. Tutto già sentito. La novità, secondo i promotori, sarebbero due strumenti di implementazione: il “Global Implementation Accelerator” e la “Belém Mission to 1.5°C“, pensati per permettere ai Paesi di collaborare, ciascuno con i propri percorsi, per uscire dai combustibili fossili.
Il problema? Sono strumenti vaghi, senza una struttura operativa precisa, senza tappe concrete, senza meccanismi di verifica. Il primo resoconto è previsto per fine 2026. In altre parole: rimandiamo tutto al prossimo anno, sperando che qualcuno faccia qualcosa. È il classico esercizio di stile della diplomazia internazionale: mettere nero su bianco principi generali senza vincolare nessuno a niente.
E infatti, il grande assente del testo finale è proprio lui: il petrolio. Nessuna menzione esplicita di carbone, gas, petrolio. Nessuna roadmap vincolante per uscire dai combustibili fossili. Nessun piano concreto per fermare la deforestazione. Tutto rinviato a iniziative volontarie, processi paralleli, dialoghi futuri. L’unico riferimento è a quanto già deciso alla COP28 di Dubai, dove si parlava di “transition away” dai fossili. Ma anche lì, senza tempi né modalità precise.
Perché? Perché India, Arabia Saudita e altri Stati arabi produttori di petrolio si sono opposti tenacemente a qualsiasi impegno vincolante. E hanno vinto. L’Europa, insieme al Regno Unito e a una coalizione di oltre 80 Paesi, ha spinto per una roadmap chiara. Ma non è bastato. Di fronte alla resistenza della lobby petrolifera, l’accordo si è fermato al minimo comun denominatore.
I soldi ci sono (forse), ma dove vanno?
Sul fronte finanziario, la COP30 ha ottenuto qualche risultato. I Paesi ricchi si sono impegnati a triplicare i fondi per l’adattamento climatico entro il 2035, portandoli a 120 miliardi di dollari annui. È stata lanciata una roadmap “Baku-to-Belém” per arrivare ad almeno 1.300 miliardi di dollari annui entro il 2035. È stato creato il “Tropical Forests Forever Facility” con 6,7 miliardi di dollari per la conservazione forestale. Cifre impressionanti, sulla carta.
Il problema è che i soldi promessi nelle COP raramente arrivano davvero. E quando arrivano, spesso non raggiungono chi ne ha bisogno. Meno del 10% dei fondi globali per l’adattamento raggiunge il livello locale. I piccoli produttori agricoli, che sono in prima linea nella lotta al cambiamento climatico, ricevono una frazione minima delle risorse disponibili. Il divario tra retorica e realtà resta enorme.
E poi c’è la questione delle “climate-related trade measures”, ovvero i meccanismi di aggiustamento del carbonio alle frontiere come il CBAM europeo, la tassa sulle emissioni che l’UE applicherà dal 2026 sulle importazioni di acciaio, cemento, fertilizzanti e alluminio. I Paesi in via di sviluppo lo percepiscono come una misura commerciale ingiusta, un nuovo protezionismo mascherato da ambientalismo. L’Europa lo difende come necessario per evitare la delocalizzazione delle emissioni. Anche qui, nessun accordo. Tutto rimandato a un dialogo triennale che coinvolgerà l’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Europa isolata, Cina ambigua, USA assenti
La grande assente di questa COP30 è stata l’America di Donald Trump. Gli Stati Uniti hanno boicottato il vertice, lasciando l’Europa sola a reggere la bandiera dell’ambizione climatica. Il commissario europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, ha tuonato su X contro le ultime bozze dell’accordo, definendole “insufficienti”. Il giorno dopo, ha comunicato con freddezza il raggiungimento di un’intesa. Traduzione: abbiamo accettato un compromesso al ribasso perché non avevamo alternative.
Mohammed Chahim, vicepresidente della delegazione del Parlamento Europeo, è stato ancora più diretto: “La distanza tra ambizione climatica e riduzione effettiva delle emissioni rimane drammaticamente ampia. I Paesi petroliferi hanno resistito, e l’Europa si è trovata sempre più isolata”. Manuela Pereira, capo della delegazione europea, ha tentato di salvare la faccia: “Il multilateralismo ha tenuto, abbiamo evitato il fallimento totale”. Ma è chiaro che l’Europa sta perdendo peso nei negoziati climatici.
E la Cina? Pechino gioca un ruolo ambiguo. Da un lato si dipinge come capofila della transizione verde, investendo massicciamente in rinnovabili e veicoli elettrici. Dall’altro, non figura tra i Paesi che chiedono accordi più ambiziosi alla COP. La Cina vuole mantenere la sua posizione di “Paese in via di sviluppo” per non essere vincolata agli stessi obblighi dei Paesi ricchi. È una strategia pragmatica, ma ipocrita.
Le voci critiche: ambientalisti delusi, popoli indigeni in piazza
Se i governi hanno applaudito l’accordo finale (almeno formalmente), ambientalisti e società civile non hanno nascosto la delusione. Angelo Bonelli, dei Verdi italiani, ha definito la COP30 “un passo indietro gravissimo per il futuro del pianeta. La mancanza di qualsiasi roadmap per la transizione dai combustibili fossili è la diretta conseguenza della pressione enorme esercitata dalle lobby fossili”.
Jennifer Morgan, ex inviato speciale per il clima del governo tedesco e oggi direttrice di Greenpeace International, ha commentato: “Sebbene ben lontano da quanto sarebbe necessario, il risultato di Belém rappresenta un progresso significativo”. Una frase diplomatica per dire: abbiamo evitato il peggio, ma non è abbastanza.
I popoli indigeni dell’Amazzonia, che vivono in prima linea gli effetti della deforestazione e del cambiamento climatico, hanno protestato per tutta la durata della conferenza. Il 22 novembre, ultimo giorno della COP, il popolo Munduruku ha bloccato l’ingresso della “Blue Zone”, l’area riservata ai negoziati ufficiali. La loro richiesta? Che i leader mondiali smettessero di parlare e iniziassero ad agire. Che proteggessero le foreste invece di promettere soldi che non arriveranno mai. Che ascoltassero chi da sempre vive in armonia con la natura invece di dare retta alle lobby del petrolio.
Lula celebra, ma il bilancio è controverso
Di fronte alle critiche, Lula ha difeso il risultato: “Alla COP della verità, la scienza ha prevalso. Il multilateralismo ha vinto. Nell’anno in cui il pianeta ha superato per la prima volta, e forse in modo permanente, il limite di 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali, la comunità internazionale ha affrontato una scelta: continuare o arrendersi. Abbiamo scelto la prima opzione”.
Parole di circostanza. La verità è che la COP30 ha confermato quanto oggi sia difficile trovare un punto di equilibrio globale sulla lotta al cambiamento climatico. Le tensioni geopolitiche (dalla guerra in Ucraina al Medio Oriente), il ritorno del protezionismo, la crisi economica, la diffidenza tra Nord e Sud del mondo: tutto questo rende sempre più complicato raggiungere accordi ambiziosi.
Eleonora Cogo, responsabile del team finanza del think tank italiano ECCO, ha provato a vedere il bicchiere mezzo pieno: “Il fatto che ci sia un risultato, per quanto debole, è comunque buono. La vera sconfitta sarebbe stata non averlo. La transizione energetica sta andando avanti in tutto il mondo, anche se non alla velocità auspicata. L’Agenzia internazionale dell’energia ci dice che già oggi gli investimenti in energia pulita sono il doppio rispetto a quelli in fonti fossili”.
Una COP che lascia l’amaro in bocca
La COP30 di Belém si chiude con un bilancio controverso. Da un lato, ha evitato il fallimento totale: quasi 200 Paesi hanno approvato un accordo comune, oltre 118 hanno presentato nuovi piani climatici nazionali, sono stati stanziati miliardi per l’adattamento e la conservazione forestale. Dall’altro, non è riuscita a fare il salto di qualità che il pianeta richiederebbe: nessun impegno vincolante sui combustibili fossili, nessuna roadmap chiara per la deforestazione, nessun meccanismo di verifica concreto.
E poi ci sono gli scandali organizzativi che hanno reso questa COP un esempio di come NON si dovrebbe organizzare un vertice globale: prezzi alle stelle, delegazioni escluse, incendi, disorganizzazione. Tutto questo in una città che, per quanto simbolica, non era pronta ad ospitare 50.000 persone.
Forse Lula aveva ragione: questa è stata davvero la “COP della verità”. La verità che la diplomazia climatica è sempre più impotente di fronte agli interessi economici delle lobby petrolifere. La verità che i Paesi ricchi promettono soldi ma non vogliono cambiare il loro stile di vita. La verità che l’Europa sta perdendo peso sulla scena globale. La verità che, mentre noi negoziamo, il pianeta brucia. Letteralmente.
La prossima COP si terrà ad Adelaide, in Australia, nel 2026. Speriamo che sia davvero diversa. Ma, a giudicare dai precedenti, è lecito dubitarne.







