Dalla frammentazione alla conoscenza condivisa: la nuova sfida della medicina dello sport

Articolo a cura di Raffaele Natella – Coordinatore Commissione giovani e innovazione scientifica Sport Medicine Hub e di
Tommaso Crepax – Responsabile AI e Data Governance -Sport Medicine Hub

La medicina dello sport produce ogni giorno una quantità enorme di dati: visite, esami di laboratorio, dati funzionali, diagnostica per immagini, percorsi riabilitativi, tempi di recupero, performance dell’atleta. Ognuna di queste informazioni però non sempre trova spazio in un percorso condiviso; sempre più comunemente viaggiano su binari paralleli figli delle più svariate motivazioni. In questo modo si crea la difficoltà che è la sfida dei nostri giorni, rendere questi dati confrontabili, leggibili e riutilizzabili.

Il paradosso è evidente. Da un lato la medicina dello sport appare sempre più avanzata sul piano diagnostico e tecnologico; dall’altro una frammentazione delle informazioni. Lo stesso infortunio può essere descritto con terminologie differenti, con livelli di dettaglio non omogenei e con referti poco comparabili. Così i dati esistono, ma non dialogano tra loro.

Questa frammentazione del dato clinico è sia un limite organizzativo che un ostacolo scientifico. Se i dati non sono standardizzati, diventa più difficile costruire casistiche solide, confrontare protocolli diagnostici o riabilitativi, individuare ricorrenze epidemiologiche e valutare con maggiore precisione i tempi di recupero. In questo modo si accumula esperienza clinica, ma non sempre la si trasforma in sapere utile per tutti. Non si tratta quindi di inventare nuovi dati, ma di valorizzare meglio quelli che già vengono prodotti

Frammentazione del dato clinico, assenza di standardizzazione, e mancata interoperabilità tra sistemi trovano una risposta diretta nel quadro normativo europeo costruito attorno alla Strategia europea per i dati (2020), che ha posto proprio nella valorizzazione del dato già esistente, e non nella sua mera produzione, il proprio obiettivo fondante.

In ambito sanitario, l’European Health Data Space [Reg. UE 2025/327] affronta strutturalmente il problema della leggibilità e della comparabilità: impone formati elettronici interoperabili per i dati clinici per consentire la circolazione del dato tra sistemi nazionali diversi. Sul piano del riutilizzo secondario, lo stesso regolamento consente che dati prodotti nell’attività clinica ordinaria quali visite, esami, percorsi riabilitativi, e tempi di recupero vengano messi a disposizione di ricercatori e istituzioni per costruire casistiche, confrontare protocolli e individuare ricorrenze epidemiologiche [EHDS, artt. 45-75]

Il Data Governance Act [Reg. UE 2022/868] aggiunge il tassello dell’altruismo del dato, permettendo ad atleti e pazienti di condividere volontariamente le proprie informazioni per finalità di interesse generale, mentre il Data Act [Reg. UE 2023/2854] estende la portabilità ai dati generati da dispositivi indossabili e strumenti di monitoraggio funzionale, oggi centrali nella medicina dello sport. Il tutto resta ancorato alle garanzie del GDPR [Reg. UE 2016/679, art. 9] per il trattamento dei dati sanitari come categoria speciale ed alla individuaione di basi legittime per il riutilizzo del dato, ad esempio per scopi sientifici e di ricerca.

La sfida clinica e organizzativa è anche di governance del dato. Tuttavia, l’Europa ha già costruito strumenti normativi adeguati a tali sfide, restando alle organizzazioni specifiche il compito di applicarli con consapevolezza anche agli specifici contesti della medicina dello sport.

Tutto ciò sembra porre le basi adatte per una rivoluzione della medicina dello sport, che può, e forse deve partire da una visione più ampia dell’atleta. L’idea fondamentale è che per il professionista sanitario l’atleta non deve essere solo una diagnosi, una lesione o un’immagine radiologica, ma una persona inserita in un contesto fatto di carichi di lavoro, abitudini di recupero, qualità del sonno, storia sportiva, intensità degli allenamenti, calendario agonistico e organizzazione tecnica. Tutti questi elementi incidono sul rischio di infortunio, sulla prognosi e sulla personalizzazione del trattamento.

Un profilo clinico più esteso dovrebbe quindi includere dati biografici ed epidemiologici, dati fisiologici e di recupero, analitiche sportive (cosiddette sports analytics), ma anche dati di contesto sportivo e organizzativo. Solo così è possibile leggere il caso clinico in modo più completo e vicino alla realtà. Queste informazioni non sono accessorie: sono parte integrante della valutazione del paziente.

Una base dati condivisa cambierebbe profondamente la pratica clinica. Consentirebbe anche ai centri più piccoli e ai singoli professionisti di accedere a una conoscenza più ampia della propria esperienza individuale. In prospettiva, dati meglio organizzati potrebbero sostenere non solo la ricerca clinica e l’analisi epidemiologica, ma anche strumenti di supporto alle decisioni mediche

La sfida, in fondo, è semplice da formulare e difficile da realizzare: fare in modo che ogni singolo caso non resti isolato, ma contribuisca ad accrescere la conoscenza collettiva. Solo così la medicina dello sport potrà diventare non solo più moderna, ma anche più scientifica, comparabile e utile.

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