Elio Vittorini: “Il garofano rosso” e la gioventù dell’epoca fascista

Il garofano rosso è un romanzo di Elio Vittorini pubblicato dapprima in puntate sulla rivista letteraria Solaria nel 1933 e vede la sua prima pubblicazione nel 1948. Definito come uno dei romanzi più importanti della narrativa giovanile italiana del Novecento. Vittorini racconta le vicissitudini di un giovane siciliano, Alessio Mainardi, seguendone le tappe fondamentali nel passaggio dall’età dell’innocenza all’età adulta. Ne attraversa così le problematiche scolastiche, le diatribe con i compagni di classe, ma soprattutto la conoscenza dell’amore, dapprima con Giovanna come protagonista e poi Zobeida. A fare da sfondo a questo romanzo di formazione è il fascismo. La narrazione delle vicende di Mainardi prende vita durante il periodo dell’assassiniodi Giacomo Matteotti, avvenuto a Roma il 10 giugno 1924.

Il passaggio verso l’età adulta avviene sotto il segno della violenza, del sangue, del desiderio di rivoluzione. È qui che si sente l’eco dell’avvento del fascismo nella vita di Mainardi e dei suoi compagni e di tanti giovani che crescono credendo nell’ideale di dover uccidere qualcuno, e il sangue diventa così protagonista della vita di questi giovani. Il garofano rosso rappresenta l’attrazione per la violenza e la forza che il regime fascista esercitava sui giovani, vedendo nel suo aspetto sanguinario e rivoluzionario una forma di vitalità e di contestazione dell’ordine stabilito. C’è la volontà di partecipare alla rivoluzione che il fascismo incarna agli occhi dei ragazzi, Mainardi freme per poter partecipare alla Marcia su Roma, ma appare ancora impreparato e per Vittorini il giovane non ha ancora gli strumenti critici adatti a smascherare la retorica del fascismo. Questa smania di partecipare alla lotta fa parte del senso di inquietudine tipica della giovinezza, l’idea che prendendo parte alla lotta e alla violenza ci si possa sentire liberi e finalmente adulti. La verità è che più si cresce, più vengono meno tutte le illusioni su cui Mainardi si è appoggiato. Egli comprende che crescere significa affacciarsi a un mondo fatto di contraddizioni. Questi giovani – come lo stesso Vittorini sottolinea nella sua prefazione – vivono sotto la “forza” del fascismo che uccide Matteotti ma hanno sentito parlare anche di socialismo, di comunismo. Vittorini definisce la loro condizione come di ambivalenza.

«E l’ambivalenza del loro animo favorisce, naturalmente, l’affermazione italiana del fascismo. È sempre tanto più facile lasciarsi prendere da una corrente che resistere».

Il passaggio verso l’età adulta comporta la scoperta del desiderio. Vittorini ne approfondisce il percorso sentimentale ed erotico, in cui elemento centrale anche qui è il colore rosso del garofano che gli viene regalato da Giovanna. Possedere quel garofano significa il passaggio dall’innocenza alla maturità sessuale e il rosso ne diventa traccia fisica. Allo stesso tempo il fiore è destinato ad appassire e qui Mainardi apprende quanto gli stessi sentimenti siano imprevedibili e spesso destinati a sfiorire. Ma è anche il colore della ribellione politica e sociale, legato alle lotte operaie e socialiste, quindi implicitamente in contrasto con il grigiore conformista del regime. Indossare quel fiore significa dichiarare la propria vitalità e la propria differenza.

Si può ritenere che il romanzo non sia un’approvazione del fascismo, ma un romanzo di formazione che mostra la presa di coscienza di un adolescente e la sua ribellione verso le convenzioni e l’ordine borghese. In Garofano rosso la dimensione sentimentale ed erotica si intreccia con quella politica e simbolica: crescere significa confrontarsi con il desiderio e con le passioni, ma anche con i condizionamenti di un’epoca storica che pretende di governare la vita dei giovani. Vittorini riesce così a trasformare la vicenda di Alessio in un ritratto universale della gioventù, sospesa tra eros e storia, tra sogno di libertà e necessità di fare i conti con la realtà.

“Ed alzai le mani, in un istintivo gesto d’angoscia, come ad esprimere il senso di vuoto che mi desolava l’anima. Ma le mie parole non dicevano nulla di vero. E sentivo che quel vuoto non veniva dalla fine improvvisa che aveva cancellato lei, la donna bionda, e ch’era invece un vuoto più antico, a cui sarei giunto in ogni modo appena mi fossi trovato fuori dalla casa delle mie notti di febbre e di desiderio. Era il vuoto di ogni volta che avevo lasciato lei per tornare al mio vecchio mondo di ragazzo e che ogni volta avevo creduto di riempire correndo di nuovo a lei: il vuoto dell’amicizia perduta, e del bene che non avevo detto.”

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