G20 di Johannesburg: il summit senza America (e senza senso?)

Il primo G20 africano si chiude con una dichiarazione congiunta nonostante il boicottaggio di Trump. Ma può un forum che rappresenta il 75% del PIL mondiale funzionare senza Stati Uniti, Cina e Russia? Il multilateralismo resiste, ma a che prezzo?

Domenica 23 novembre, alle ore 17:00 locali, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha battuto il martelletto cerimoniale sul tavolo della sala plenaria del Nasrec Expo Centre di Johannesburg. «Questo G20 si conclude formalmente e passa ora alla prossima presidenza, gli Stati Uniti, dove ci rivedremo l’anno prossimo». Di norma, in quel momento, avrebbe dovuto passare simbolicamente il martelletto al leader del paese che assume la presidenza rotante del G20. Ma il presidente Donald Trump non c’era. Washington aveva chiesto che Ramaphosa consegnasse il testimone a un funzionario diplomatico minore dell’ambasciata americana. I sudafricani hanno rifiutato.

Così si è chiuso il ventesimo vertice del G20, il primo mai ospitato sul continente africano. Un vertice storico per molte ragioni: perché si è tenuto a Johannesburg, simbolo della lotta contro l’apartheid. Perché ha messo al centro le priorità del Sud globale come mai prima d’ora. E soprattutto perché è stato il primo G20 a svolgersi senza la partecipazione degli Stati Uniti. Non solo: erano assenti anche Xi Jinping (Cina), Vladimir Putin (Russia), e persino Javier Milei (Argentina), che ha boicottato il vertice in solidarietà con Trump.

La domanda sorge spontanea: può un G20 funzionare senza quattro delle maggiori economie mondiali? O è diventato un G15 mascherato da forum globale, più utile per le fotografie di famiglia che per prendere decisioni che contano davvero?

Il boicottaggio di Trump: «genocidio bianco» o vendetta geopolitica?

Il boicottaggio americano non è stato una sorpresa. Già a inizio novembre, Donald Trump aveva annunciato che gli Stati Uniti non avrebbero inviato alcun rappresentante al vertice sudafricano. La motivazione ufficiale? Le accuse di «genocidio bianco» contro la minoranza afrikaner. «È una totale vergogna che il G20 si tenga in Sudafrica», aveva scritto Trump su Truth Social. «Gli afrikaner vengono uccisi e massacrati, e le loro terre vengono confiscate illegalmente».

Accuse che il governo sudafricano ha definito «inventate e usate per convenienza politica». I tribunali sudafricani hanno smentito più volte queste teorie, definendole «chiaramente immaginarie». Secondo i dati della polizia sudafricana, tra aprile 2020 e marzo 2024 ci sono stati 225 omicidi nelle fattorie del paese. Un numero tragico, ma non superiore alla media nazionale. La criminalità in Sudafrica è un problema diffuso che colpisce tutti i gruppi etnici, non solo i bianchi.

Ciò che ha davvero alimentato la teoria del «genocidio bianco» è l’Expropriation Act, la legge entrata in vigore a gennaio 2025 che consente al governo sudafricano di espropriare terre d’interesse pubblico anche senza indennizzo. Una riforma agraria controversa, certo, ma necessaria in un paese dove il 72% delle terre è ancora detenuto dalla minoranza bianca, eredità diretta dell’apartheid.

Trump ha fatto dell’accoglienza degli afrikaner una battaglia personale. Lo scorso 11 maggio, un primo gruppo di 59 sudafricani bianchi è atterrato negli Stati Uniti con lo status di rifugiati politici. Un unicum nell’amministrazione Trump, notoriamente ostile all’accoglienza di migranti e rifugiati da qualsiasi altro paese, dall’Afghanistan al Sudan. L’influenza di Elon Musk, miliardario sudafricano nato a Pretoria e stretto alleato del presidente, appare evidente.

Ma dietro la retorica sul «genocidio», c’è anche una vendetta geopolitica. Il Sudafrica ha denunciato Israele alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia per «condotta genocida» nella Striscia di Gaza. Un’iniziativa che ha fatto infuriare Washington. Il boicottaggio del G20 è anche un modo per punire Pretoria per la sua posizione propalestinese.

Un G20 monco: le grandi assenze

Trump non è stato l’unico grande assente. Il presidente cinese Xi Jinping ha disertato il vertice, inviando al suo posto il vicepremier Ding Xuexiang. Vladimir Putin, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra in Ucraina, ha mandato il ministro degli Esteri Sergei Lavrov. E il presidente argentino Javier Milei, alleato di ferro di Trump, ha boicottato l’evento in solidarietà con il tycoon, mandando il ministro degli Esteri Pablo Quirno.

Il risultato? Un G20 che dovrebbe rappresentare il 75% del PIL mondiale e i tre quarti del commercio globale si è riunito senza alcuni dei suoi membri più influenti. Come ha fatto notare il premier canadese Mark Carney: «Il vertice ha riunito paesi che rappresentano 3/4 della popolazione mondiale, 2/3 del PIL globale e 3/4 del commercio mondiale, e tutto questo senza la partecipazione ufficiale degli Stati Uniti. Questo è un promemoria che il centro di gravità dell’economia globale si sta spostando… Il mondo continuerà ad andare avanti senza gli Stati Uniti».

Parole coraggiose. Ma sono vere? Il mondo può davvero «andare avanti» senza gli Stati Uniti, la più grande economia del pianeta e il principale fornitore di sicurezza globale? È una domanda legittima, soprattutto considerando che Washington assumerà la presidenza del G20 il 1° dicembre 2025 e che Trump ha già annunciato che terrà il prossimo vertice a Miami nel 2026. Con quali regole? Con quale agenda? E soprattutto, chi ci sarà?

La dichiarazione finale: un successo o una facciata?

Nonostante le assenze e le tensioni, il G20 di Johannesburg si è chiuso con una dichiarazione finale congiunta di 122 paragrafi. Un risultato che il ministro degli Esteri sudafricano Ronald Lamola ha definito «un successo straordinario che rivoluzionerà il modo in cui il Sud globale partecipa e opera nell’economia mondiale».

La dichiarazione, intitolata “G20 South Africa Summit: Leaders’ Declaration”, mette al centro le priorità del Sud globale: crescita economica inclusiva, riduzione delle disuguaglianze, sicurezza alimentare, transizione energetica giusta, riforma del debito sovrano, intelligenza artificiale per lo sviluppo sostenibile. Tutti temi che riflettono le preoccupazioni dell’Africa e dei paesi in via di sviluppo.

Ma c’è un problema. Gli Stati Uniti, pur non partecipando al vertice, hanno fatto pressione sul Sudafrica affinché non rilasciasse una dichiarazione finale congiunta. Washington voleva solo uno “chair’s statement”, un documento redatto unilateralmente dal paese ospitante quando non c’è consenso unanime. Un documento, cioè, che non riflette la posizione collettiva del G20 e che quindi non ha alcun peso politico.

Il Sudafrica ha resistito. «L’assenza degli Stati Uniti non conferisce loro alcun potere sulle conclusioni del G20», ha replicato il portavoce del ministero degli Esteri Chrispin Phiri. «Non ci faremo intimidire. La coercizione per assenza non può essere riconosciuta come strumento negoziale».

È stata una vittoria diplomatica per Ramaphosa, che è riuscito a far approvare una dichiarazione congiunta nonostante il boicottaggio americano. Ma è anche un segnale preoccupante: il G20 rischia di spaccarsi in due blocchi, con gli Stati Uniti da una parte e il resto del mondo dall’altra. E le dichiarazioni del G20, per quanto importanti simbolicamente, non sono vincolanti. Sono solo documenti d’intenti. Cosa succederà quando si tratterà di implementarle concretamente?

I contenuti: solidarietà, uguaglianza, sostenibilità

La presidenza sudafricana aveva scelto il motto «Solidarity, Equality, Sustainability» (Solidarietà, Uguaglianza, Sostenibilità). Tre parole che riflettono l’approccio inclusivo di Pretoria e che hanno guidato i lavori del vertice.

Sulla transizione energetica, i leader hanno ribadito la necessità di aumentare i finanziamenti per le energie rinnovabili e per una «giusta transizione», con particolare attenzione alle economie più esposte alla crisi climatica. Il vertice ha riconosciuto il ruolo centrale dell’Africa nelle future catene del valore dell’energia pulita, riaffermando l’importanza di investimenti in infrastrutture verdi e tecnologie a basse emissioni. Parole nobili, ma prive di impegni concreti o scadenze vincolanti.

Sul debito sovrano, uno dei temi più caldi per i paesi africani, i leader hanno espresso il loro impegno a sostenere sforzi multilaterali. Hanno preso nota dell’uso volontario di misure come clausole di resilienza al debito o operazioni di gestione del passivo. Ma anche qui, nessun meccanismo vincolante per cancellare o ristrutturare il debito dei paesi più poveri.

Sulla riforma delle istituzioni multilaterali, la dichiarazione sottolinea che la governance globale deve riflettere meglio la composizione del mondo contemporaneo e garantire una rappresentanza più adeguata al Sud globale. Traduzione: l’Africa e i paesi in via di sviluppo vogliono più voce in capitolo nel Fondo Monetario Internazionale, nella Banca Mondiale, e nelle Nazioni Unite. Ma chi glielo concederà? Gli Stati Uniti e l’Europa hanno sempre resistito a queste riforme perché significherebbero cedere parte del loro potere.

Sull’intelligenza artificiale, i leader hanno espresso l’impegno a sfruttare il potenziale delle tecnologie digitali ed emergenti, mitigandone i rischi. Hanno accolto con favore il lancio dell’iniziativa «AI for Africa». Ma cosa significa concretamente? Chi finanzierà questa iniziativa? E come si eviterà che l’intelligenza artificiale diventi un nuovo strumento di dominio delle potenze tecnologiche occidentali e cinesi sui paesi più poveri?

L’Europa: presente ma marginale

L’Unione Europea era rappresentata dal presidente del Consiglio europeo António Costa, che ha partecipato a tutte e tre le sessioni del vertice. Costa ha sottolineato il ruolo dell’UE come principale donatore mondiale (42% dell’aiuto allo sviluppo globale) e ha ribadito l’impegno europeo per la riforma delle banche multilaterali di sviluppo e per la lotta al cambiamento climatico.

Ma l’Europa a Johannesburg è apparsa più che altro come spettatrice. Il vero scontro geopolitico si giocava altrove: tra gli Stati Uniti che boicottavano e il Sudafrica che resisteva. L’Europa ha fatto da garante morale, applaudendo le belle parole sulla solidarietà e la sostenibilità. Ma quando si è trattato di discutere il piano di pace per l’Ucraina, i leader europei si sono dovuti confrontare con la realtà: il piano Trump è quello che conta, non le controproposte europee.

In un comunicato separato rilasciato a margine del G20, i leader europei hanno espresso preoccupazione per il piano di pace americano per l’Ucraina, definendolo «bisognoso di ulteriore lavoro» e aggiungendo che le limitazioni proposte sulle forze armate ucraine «lascerebbero l’Ucraina vulnerabile a futuri attacchi». Ma chi li ascolta? Ormai i negoziati si svolgono tra Washington, Mosca e Kiev. L’Europa resta fuori.

Anche la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni era presente a Johannesburg. In una dichiarazione alla stampa, ha detto una cosa intelligente: «L’Europa non era tra i redattori del piano Trump, ma molte questioni incluse richiedono l’Europa: ricostruzione, garanzie di sicurezza, ingresso dell’Ucraina nell’UE. La fase è delicata, dobbiamo guardare all’obiettivo. L’UE deve mostrare maturità».

Parole sagge. Ma anche un po’ tardive. Perché la maturità avrebbe dovuto portare l’Europa a sedersi al tavolo dei negoziati prima, non ad accontentarsi delle briciole dopo.

Il passaggio di consegne (mancato) e il G20 di Miami 2026

La cerimonia di chiusura ha riservato un momento simbolico e imbarazzante. Di norma, il paese che conclude la presidenza del G20 passa simbolicamente il martelletto al leader del paese successivo. Ma Trump non c’era. Washington aveva chiesto che Ramaphosa consegnasse il testimone a un funzionario diplomatico minore. Pretoria ha rifiutato.

«Questo martelletto passa ora alla prossima presidenza, gli Stati Uniti», ha detto Ramaphosa. E l’ha tenuto con sé.

Un gesto simbolico che racchiude tutte le tensioni di questo G20. Gli Stati Uniti vogliono delegittimare il vertice sudafricano, ma allo stesso tempo pretendono di assumere la presidenza e di guidare il G20 nel 2026. Trump ha già annunciato che il prossimo summit si terrà a Miami, in Florida. E che «ripristinerà la legittimità» del forum.

Cosa significa? Probabilmente che Trump cercherà di ribaltare l’agenda inclusiva e progressista della presidenza sudafricana. Che tornerà a temi cari agli Stati Uniti: sicurezza, commercio, lotta al terrorismo. Che escluderà i paesi che non gli piacciono, come ha già fatto con il Sudafrica.

La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha criticato duramente Ramaphosa per aver «rifiutato di facilitare una transizione fluida della presidenza del G20». È un’accusa ridicola, considerando che sono stati gli Stati Uniti a boicottare il vertice. Ma è anche un segnale inquietante di ciò che ci aspetta nel 2026.

Il multilateralismo sopravvive, ma è agonizzante

Il G20 di Johannesburg si chiude con un bilancio ambivalente. Da un lato, ha dimostrato che il multilateralismo può resistere anche senza gli Stati Uniti. Che i paesi del Sud globale possono unirsi e far valere le proprie priorità. Che la solidarietà tra nazioni è ancora possibile.

Dall’altro, ha mostrato tutte le crepe di un sistema internazionale in crisi profonda. Un G20 senza Stati Uniti, Cina, Russia e Argentina è davvero ancora un G20? O è solo un club di paesi che si riuniscono per fare bella figura senza poter prendere decisioni che contano?

Il presidente francese Emmanuel Macron, uno dei pochi leader occidentali presenti a Johannesburg, ha abbracciato calorosamente Ramaphosa alla fine del vertice. Ma ha anche ammesso candidamente che «le divisioni al summit erano ancora evidenti». Traduzione: abbiamo fatto finta di essere uniti, ma sappiamo tutti che non è vero.

Il premier canadese Mark Carney ha dichiarato che «il mondo si sta riorganizzando, stanno emergendo nuove connessioni». Ma quali connessioni? Quelle tra paesi africani che non hanno i mezzi per implementare le riforme che propongono? Quelle tra paesi latinoamericani che dipendono ancora dagli investimenti occidentali? O quelle con la Cina, che sta costruendo la Nuova Via della Seta mentre l’Occidente discute di solidarietà?

La verità è che il G20 di Johannesburg è stato un esercizio di sopravvivenza. Ha dimostrato che il multilateralismo non è morto. Ma è anche chiaro che è agonizzante. Trump lo sa, e infatti si prepara a seppellirlo definitivamente a Miami nel 2026.

Il prossimo vertice G20 si terrà a Miami, Florida, nel novembre 2026. Sarà interessante vedere chi ci sarà, chi mancherà, e soprattutto quali temi verranno messi al centro dell’agenda. Dopo il «Solidarity, Equality, Sustainability» di Johannesburg, cosa ci aspetta? «America First» sembra la risposta più probabile.

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