Gaza, il Board of Peace e gli appetiti sommersi: chi governa davvero la ricostruzione

Nel primo articolo abbiamo analizzato cosa è stato davvero firmato il 9 ottobre e cosa manca clamorosamente nell’accordo: il popolo palestinese come soggetto politico. Ora è il momento di scavare più a fondo: chi governerà Gaza durante la “transizione”? Chi deciderà gli appalti della ricostruzione? E perché un palazzinaro miliardario e un ex premier di guerra siedono al tavolo della pace?

Benvenuti nel Board of Peace, dove la ricostruzione si chiama business e l’autodeterminazione si chiama “forse, dopo, se vi comportate bene”.

Tony Blair, Jared Kushner e il Board of Peace: chi governa davvero Gaza?

Il punto 9 del piano Trump istituisce un organismo chiamato Board of Peace (Consiglio per la Pace), presieduto da Donald Trump, con la partecipazione di «altri membri e capi di Stato che saranno annunciati, tra cui l’ex primo ministro Tony Blair». Questo organismo «definirà il quadro di riferimento e gestirà i finanziamenti per la ricostruzione di Gaza» fino a quando l’Autorità Palestinese non avrà completato il suo «programma di riforme».

Leggiamo bene: il Board gestirà i finanziamenti. Non li supervisionerà, non li monitorerà: li gestirà. È una differenza lessicale che pesa tonnellate. Chi gestisce i soldi, controlla il progetto. Chi controlla il progetto, controlla il territorio. Chi controlla il territorio, controlla il futuro politico di chi ci vive.

Tony Blair, lo stesso che nel 2003 trascinò il Regno Unito nella guerra in Iraq sulla base di prove inesistenti sulle armi di distruzione di massa, torna sulla scena mediorientale come supervisore della ricostruzione di Gaza. L’ironia è acre, la sostanza è politica: Blair rappresenta la tradizione interventista occidentale che si traveste da mediazione tecnocratica. Dal 2007 al 2015 è stato inviato speciale del Quartetto per il Medio Oriente (ONU, UE, USA, Russia), ruolo in cui non è riuscito a sbloccare nulla ma ha accumulato contatti, reti, consulenze miliardarie. Ora torna, non più come inviato ma come membro di un organismo che gestisce direttamente i fondi. (Interpretazione: la presenza di Blair segnala che la ricostruzione di Gaza sarà gestita secondo logiche occidentali, con margini molto ristretti per la partecipazione palestinese autonoma alle decisioni, fonte: Terrasanta.net, analisi Il Fatto Quotidiano).

Ma c’è un’altra presenza, più silenziosa e forse più decisiva: Jared Kushner, genero di Trump, imprenditore immobiliare e co-ideatore del piano di pace del 2020 (il cosiddetto “Deal of the Century”, mai accettato dai palestinesi). Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, Kushner era presente ai colloqui di Sharm el-Sheikh del 7 ottobre 2025 «in rappresentanza del cognato presidente». A quale titolo? Come garante della ricostruzione? Come consulente? Come investitore potenziale?

Il piano prevede «zone economiche speciali», «tariffe preferenziali», «investimenti internazionali» per creare «città miracolo» (punti 10 e 11). Ma chi deciderà gli appalti? Chi gestirà le concessioni? Chi trarrà profitto dalla trasformazione di Gaza? Il testo non lo dice. La governance sarà «tecnocratica e apolitica», ma i tecnocrati rispondono sempre a qualcuno. E in questo caso, rispondono a un Board presieduto da un presidente americano che ha già promesso «tariffe al 25% su tutti se non si blocca il gas russo» e che ha piazzato il genero palazzinaro ai negoziati.

Il giacimento fantasma: il gas di Gaza che nessuno nomina

Nel piano Trump, lungo venti punti e migliaia di parole, il giacimento di gas naturale al largo di Gaza non viene mai menzionato. Eppure, esiste, eccome. Si chiama Gaza Marine, si trova a circa 37 km dalla costa palestinese, e contiene riserve stimate in 1.000 miliardi di piedi cubi di gas naturale. Scoperto nel 2000, il giacimento è rimasto inutilizzato per due decenni a causa di dispute su chi ha il diritto di sfruttarlo: Israele, l’Autorità Palestinese, Hamas, o compagnie internazionali.

Come evidenziato nell’analisi del Fatto Quotidiano, questo è uno degli elementi più discussi tra gli analisti critici del piano. Se Gaza diventa una “zona economica speciale” sotto governance internazionale, chi controlla le risorse naturali? Il comitato tecnocratico? Il Board of Peace? Israele, che mantiene «una presenza di sicurezza perimetrale» indefinita (punto 16)?

L’assenza di riferimenti alle risorse naturali in un piano che promette “sviluppo economico” e “città miracolo” non è una svista: è una scelta. Parlare del gas significherebbe aprire una negoziazione su chi ne detiene la sovranità. Non parlarne significa lasciare la questione aperta, in attesa che la governance internazionale – presieduta da Trump, con Blair e (forse) Kushner ai comandi – decida per conto dei palestinesi.

La trappola della “deradicalizzazione”: chi decide cos’è il terrorismo?

Il punto 1 del piano stabilisce che «Gaza sarà una zona deradicalizzata, libera dal terrorismo». Il punto 13 chiede la «distruzione permanente» di tutte le infrastrutture militari e la smilitarizzazione totale sotto supervisione di osservatori indipendenti. Il punto 6 prevede amnistia per i membri di Hamas che si impegneranno «alla pacifica convivenza e alla consegna delle armi», mentre chi vorrà lasciare Gaza avrà «passaggio sicuro verso Paesi disposti a riceverli».

Ma chi sono questi osservatori? Chi definisce cosa rientra nel concetto di “terrorismo”? Il piano non lo specifica. La Forza internazionale di stabilizzazione (ISF) sarà composta da «partner arabi e internazionali» sotto guida USA, e addestrerà «forze di polizia palestinesi selezionate» (punto 15). Selezionate da chi? Secondo quali criteri? Chi garantisce che la “deradicalizzazione” non diventi uno strumento per eliminare qualsiasi forma di resistenza politica palestinese, non solo quella armata?

Il precedente storico è eloquente: in Afghanistan, dopo il 2001, la “deradicalizzazione” è diventata sinonimo di repressione di qualsiasi movimento che contestasse la presenza occidentale. In Iraq, la “de-baathificazione” ha smantellato intere strutture statali, lasciando un vuoto che ha alimentato ISIS. In Bosnia, la “deradicalizzazione” post-Dayton ha creato una società paralizzata, divisa in enclave etniche sotto tutela internazionale permanente.

(Interpretazione: il rischio è che la “deradicalizzazione” di Gaza diventi uno strumento per eliminare qualsiasi forma di resistenza politica palestinese, non solo quella armata. La selezione delle forze di polizia da parte di un organismo internazionale a guida USA potrebbe tradursi nella creazione di una forza di sicurezza funzionale agli interessi israeliani e americani, non a quelli della popolazione di Gaza. Chi deciderà cosa è “terrorismo” e cosa è “resistenza legittima”? La storia recente del Medio Oriente suggerisce che questa distinzione è sempre politica, mai tecnica, fonte: analisi ISPI, Amnesty International cit. da fonti di ricerca, Il Fatto Quotidiano).

Il precedente storico: Dayton, Bosnia ed Erzegovina

Il modello del “piano di pace imposto dall’esterno con governance internazionale” ha un precedente: gli Accordi di Dayton del 1995, che posero fine alla guerra in Bosnia ed Erzegovina. Anche lì, un Alto Rappresentante internazionale (inizialmente Carl Bildt, poi altri) supervisionava l’applicazione dell’accordo, con poteri straordinari per rimuovere funzionari eletti, imporre leggi, bloccare decisioni.

Trent’anni dopo, la Bosnia è ancora uno stato paralizzato, diviso in due entità (Federazione di Bosnia ed Erzegovina e Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina), con una governance debole e una presenza internazionale permanente. L’Alto Rappresentante esiste ancora. Il Paese non è sovrano: è amministrato. Le elezioni si tengono, ma i poteri reali sono altrove. Le riforme sono imposte dall’esterno, non negoziate internamente. Il risultato? Una pace fredda, senza riconciliazione, con tensioni etniche congelate ma non risolte.

Gaza rischia lo stesso destino? Un territorio sotto tutela internazionale indefinita, con una popolazione priva di autodeterminazione reale, governata da tecnocrati nominati dall’esterno, mentre le potenze regionali e globali si spartiscono risorse e influenze. Non è uno scenario di pace: è uno scenario di amministrazione coloniale post-moderna.

Le analogie sono inquietanti:

  • Governance internazionale a tempo indefinito: Dayton prevedeva una presenza temporanea; 30 anni dopo, è ancora lì. Il piano Trump parla di governance transitoria «fino a quando l’Autorità palestinese non avrà completato il suo programma di riforme» (punto 9): quanto tempo? Chi decide quando le riforme sono sufficienti?
  • Esclusione delle parti locali dalle decisioni chiave: a Dayton, i leader bosniaci, serbi e croati firmarono sotto pressione occidentale. A Gaza, l’Autorità Palestinese è marginale, Hamas deve disarmarsi, i palestinesi non negoziano: subiscono.
  • Clausole elastiche che diventano permanenti: a Dayton, la “transizione” doveva durare pochi anni. A Gaza, Israele manterrà «una presenza di sicurezza perimetrale» fino a quando Gaza non sarà «adeguatamente protetta» (punto 16): clausola elastica per eccellenza.

Trump, il Nobel e la minaccia dell’inferno

Trump si è autocandidato al Premio Nobel per la Pace. Nel frattempo, secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, ha dichiarato: «Se Hamas non accetta il piano di pace, conoscerà l’inferno». La contraddizione non è un bug, è una feature del trumpismo: pace attraverso la minaccia, diplomazia attraverso l’ultimatum, negoziato attraverso il diktat.

Ma questa non è pace. È una resa mascherata da accordo. Hamas ha accettato perché non aveva alternative: Gaza è distrutta al 90%, la popolazione è affamata, gli aiuti sono bloccati da mesi, i vertici politici sono stati decimati da raid mirati. Israele ha accettato perché ha ottenuto tutto ciò che voleva nella prima fase, senza impegnarsi su nulla di vincolante per il futuro. Gli Stati Uniti hanno orchestrato l’intesa perché serve a Trump come vittoria di politica estera in vista delle elezioni del 2026.

E i palestinesi? Loro non hanno accettato nulla, perché nessuno gliel’ha chiesto. Non sono stati al tavolo. Non hanno firmato. Non hanno negoziato. Hanno subito. Come sempre.

La retorica del “Nobel per la pace” mentre si minaccia “l’inferno” è la sintesi perfetta dell’approccio trumpiano: non si negozia con i nemici, si dettano le condizioni. Non si costruisce la pace, si impone la tregua. E se non accetti, conoscerai conseguenze peggiori. È la pace del più forte, non la pace dei giusti.

Le “città miracolo” e il miraggio dello sviluppo economico

Il punto 10 del piano promette «un piano economico di sviluppo, ideato da Trump, per ricostruire e rilanciare Gaza» convocando «un gruppo di esperti che hanno contribuito alla nascita di alcune delle moderne “città miracolo” fiorenti in Medio Oriente». Saranno considerate «le numerose proposte di investimento già avanzate da gruppi internazionali» per «creare posti di lavoro, opportunità e speranza per il futuro di Gaza».

Ma quali sono queste “città miracolo”? Dubai? Abu Dhabi? Doha? Riad? Tutte costruite su petrolio e gas, con manodopera migrante sfruttata, architetture scintillanti che nascondono regimi autoritari e disuguaglianze strutturali. È questo il modello per Gaza? Grattacieli sulla sabbia, zone franche per investitori internazionali, casinò (kosher, naturalmente), resort di lusso dove una volta c’erano campi profughi?

Il punto 11 prevede l’istituzione di «una zona economica speciale, con tariffe preferenziali e accessi agevolati, da negoziare con i Paesi partecipanti». Zona economica speciale significa: regole fiscali vantaggiose per le imprese, deregolamentazione, attrazione di capitali stranieri. In teoria, dovrebbe portare sviluppo. In pratica, spesso produce enclave economiche disconnesse dal territorio, dove i profitti vanno all’estero e i locali lavorano come manodopera a basso costo.

Il punto 12 aggiunge: «Nessuno sarà costretto a lasciare Gaza, e chi vorrà partire sarà libero di farlo, così come di tornare. Incoraggeremo le persone a restare, offrendo loro la possibilità di costruire una Gaza migliore».

“Nessuno sarà costretto”: formula rassicurante. Ma se Gaza diventa un cantiere permanente, se le case sono tutte da ricostruire, se la governance è internazionale, se le forze di polizia sono “selezionate” dall’esterno, se le risorse sono gestite dal Board of Peace, se l’autodeterminazione è condizionata a riforme indefinite – quanto è “libera” la scelta di restare? E quanto è “libera” la scelta di tornare, se nel frattempo la tua terra è diventata una zona economica speciale amministrata da altri?

L’Autorità Palestinese: l’assente ingiustificato (o giustificatissimo)

L’Autorità Palestinese, guidata da Mahmoud Abbas (Abu Mazen), 89 anni, al potere dal 2005 senza elezioni dal 2006, compare nel piano Trump solo come nota a margine. Il punto 9 specifica che il Board of Peace gestirà Gaza «fino a quando l’Autorità palestinese non avrà completato il suo programma di riforme, come delineato in varie proposte, tra cui il piano di pace del presidente Trump del 2020 e la proposta saudita-francese (la cosiddetta Dichiarazione di New York), fatta propria dall’Assemblea generale dell’Onu lo scorso 12 settembre» (fonte: Terrasanta.net).

In altre parole: l’Autorità Palestinese potrà tornare a Gaza solo se si riforma. Ma chi decide quando le riforme sono sufficienti? Il Board of Peace, presieduto da Trump. Dunque, l’AP è sotto esame permanente, con esaminatori che sono anche parti interessate.

Abu Mazen ha dichiarato, subito dopo l’annuncio dell’accordo, di augurarsi che l’intesa possa «aprire la strada alla creazione di uno stato palestinese», obiettivo «a lungo termine» del piano statunitense (fonte: Internazionale). Ma Netanyahu e vari ministri del suo governo si sono opposti pubblicamente a questa eventualità. Il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, di estrema destra, ha dichiarato che voterà contro l’accordo e che si oppone alla liberazione dei prigionieri palestinesi.

Il punto 19: l’autodeterminazione come miraggio condizionato

Il punto 19 è quello che dovrebbe entusiasmare i sostenitori della causa palestinese. Recita: «Mentre la ricostruzione di Gaza avanza e il programma di riforma dell’Autorità Palestinese viene applicato con serietà, potrebbero crearsi finalmente le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese, che riconosciamo come aspirazione del popolo palestinese».

Scomponiamo la frase:

  • «Mentre la ricostruzione avanza»: quanto tempo? Decenni, probabilmente, visto lo stato di distruzione.
  • «E il programma di riforma dell’AP viene applicato con serietà»: chi decide cos’è “serietà”? Il Board of Peace.
  • «Potrebbero crearsi»: condizionale. Non “si creeranno”, ma “potrebbero”. Dipende.
  • «Le condizioni per un percorso credibile»: non “lo stato”, ma “un percorso verso”. Non “autodeterminazione immediata”, ma “condizioni per un percorso credibile”.
  • «Che riconosciamo come aspirazione»: si riconosce l’aspirazione, non il diritto. Un’aspirazione è un desiderio; un diritto è una pretesa legittima.

Il punto 19 è un capolavoro di retorica diplomatica: promette tutto e non impegna a nulla. È l’orizzonte che retrocede mentre cammini. È la carota che penzola davanti al mulo, sempre a distanza di morso.

Il punto 20 aggiunge: «Gli Stati Uniti avvieranno un dialogo tra Israele e i palestinesi per concordare un orizzonte politico di pacifica e prospera coesistenza» (fonte: Terrasanta.net). “Avvieranno un dialogo”: non “imporranno una soluzione”, non “garantiranno un risultato”, ma “avvieranno un dialogo”. Dopo due anni di guerra, 67.000 morti palestinesi, 90% di Gaza distrutta, il massimo che si promette è “avviare un dialogo”.

Il dialogo interreligioso: la ciliegina retorica sulla torta avvelenata

Il punto 18 prevede l’avvio di «un processo di dialogo interreligioso, fondato sui valori di tolleranza e della pacifica convivenza, per cercare di cambiare mentalità e narrazioni di palestinesi e israeliani, sottolineando i benefici che possono derivare dalla pace».

Dialogo interreligioso. Tolleranza. Pace. Parole bellissime, usate come sedativo. Il problema non è religioso: è politico, territoriale, coloniale. Non è una questione di “mentalità e narrazioni” da cambiare attraverso workshop di dialogo. È una questione di occupazione militare, di controllo delle risorse, di diritti negati, di terre espropriate, di popolazione sotto assedio da 17 anni.

Il dialogo interreligioso è la ciliegina retorica sulla torta avvelenata: suona bene, fa figura nei comunicati ONU, ma non risolve nulla. Perché il conflitto israelo-palestinese non è uno scontro di civiltà né una guerra di religione: è un conflitto asimmetrico tra un’entità statale militarmente potente e una popolazione occupata e frammentata.

La privatizzazione di una tragedia

Il piano Trump per Gaza non è un piano di pace. È un progetto di ricostruzione sotto amministrazione internazionale, con governance esterna, interessi economici opachi, autodeterminazione rimandata sine die, e un popolo palestinese ridotto a “popolazione da riqualificare”.

I venti punti promettono «città miracolo», ma non dicono chi ci vivrà. Promettono «autodeterminazione», ma solo dopo riforme indefinite e ricostruzioni che dureranno decenni. Promettono «ricostruzione», ma con Tony Blair e Jared Kushner ai comandi. Promettono «pace», ma con clausole elastiche che permettono a Israele di mantenere il controllo perimetrale indefinito.

Hamas deve disarmarsi, consegnare le armi, accettare l’amnistia o andarsene. Israele controlla ancora il 53% della Striscia. L’Autorità Palestinese è marginalizzata, sotto esame, esclusa. Il Board of Peace gestisce i finanziamenti. Le zone economiche speciali attirano investitori. Il gas di Gaza non viene nominato. L’autodeterminazione è un “percorso credibile” condizionato. Il dialogo interreligioso cambia le “mentalità”.

Questo non è un accordo di pace. È la privatizzazione di una tragedia, con il bollino “Made in USA” e la firma di chi, fino a ieri, prometteva di “finire il lavoro”. Se questa è la pace, allora la guerra era solo la fase preparatoria del business.

Gaza non diventerà una “città miracolo”. Diventerà una zona economica speciale amministrata dall’esterno, con una popolazione sotto tutela permanente, senza sovranità reale, mentre gli investitori internazionali ricostruiscono (e lucrano su) le macerie. È il modello coloniale del XXI secolo: non occupi militarmente, amministri tecnicamente. Non annetti formalmente, controlli economicamente. Non neghi il diritto all’autodeterminazione, lo rinvii indefinitamente.

Il piano Trump è un esperimento di governance post-conflitto in cui il conflitto non è risolto, ma congelato; in cui la pace non è costruita, ma imposta; in cui il popolo non è protagonista, ma oggetto. È Dayton sotto il sole del Mediterraneo. È la Bosnia del Medio Oriente. È l’amministrazione internazionale mascherata da processo di pace.

E Netanyahu tace. Perché sa che ha vinto. Non ha ottenuto la distruzione totale di Hamas – quella resta incompiuta. Ma ha ottenuto qualcosa di meglio: la neutralizzazione politica di Gaza per i decenni a venire, con il timbro della comunità internazionale.

Trump vuole il Nobel? Allora dovrebbe rileggersi la motivazione del Nobel per la Pace assegnato nel 1994 a Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin per gli Accordi di Oslo. Quegli accordi promettevano autodeterminazione entro cinque anni. Sono passati trent’anni. Gaza è ancora assediata, la Cisgiordania è ancora occupata, lo stato palestinese è ancora un’aspirazione.

Il piano Trump rischia di fare la stessa fine: promesse magniloquenti, governance internazionale a tempo indefinito, autodeterminazione rimandata, e un popolo che continua ad aspettare – mentre altri decidono del suo futuro.

Nel primo articolo abbiamo analizzato cosa è stato davvero firmato il 9 ottobre e cosa manca clamorosamente nell’accordo: il popolo palestinese come soggetto politico. Ora è il momento di scavare più a fondo: chi governerà Gaza durante la “transizione”? Chi deciderà gli appalti della ricostruzione? E perché un palazzinaro miliardario e un ex premier di guerra siedono al tavolo della pace?

Benvenuti nel Board of Peace, dove la ricostruzione si chiama business e l’autodeterminazione si chiama “forse, dopo, se vi comportate bene”.

Tony Blair, Jared Kushner e il Board of Peace: chi governa davvero Gaza?

Il punto 9 del piano Trump istituisce un organismo chiamato Board of Peace (Consiglio per la Pace), presieduto da Donald Trump, con la partecipazione di «altri membri e capi di Stato che saranno annunciati, tra cui l’ex primo ministro Tony Blair». Questo organismo «definirà il quadro di riferimento e gestirà i finanziamenti per la ricostruzione di Gaza» fino a quando l’Autorità Palestinese non avrà completato il suo «programma di riforme».

Leggiamo bene: il Board gestirà i finanziamenti. Non li supervisionerà, non li monitorerà: li gestirà. È una differenza lessicale che pesa tonnellate. Chi gestisce i soldi, controlla il progetto. Chi controlla il progetto, controlla il territorio. Chi controlla il territorio, controlla il futuro politico di chi ci vive.

Tony Blair, lo stesso che nel 2003 trascinò il Regno Unito nella guerra in Iraq sulla base di prove inesistenti sulle armi di distruzione di massa, torna sulla scena mediorientale come supervisore della ricostruzione di Gaza. L’ironia è acre, la sostanza è politica: Blair rappresenta la tradizione interventista occidentale che si traveste da mediazione tecnocratica. Dal 2007 al 2015 è stato inviato speciale del Quartetto per il Medio Oriente (ONU, UE, USA, Russia), ruolo in cui non è riuscito a sbloccare nulla ma ha accumulato contatti, reti, consulenze miliardarie. Ora torna, non più come inviato ma come membro di un organismo che gestisce direttamente i fondi. (Interpretazione: la presenza di Blair segnala che la ricostruzione di Gaza sarà gestita secondo logiche occidentali, con margini molto ristretti per la partecipazione palestinese autonoma alle decisioni, fonte: Terrasanta.net, analisi Il Fatto Quotidiano).

Ma c’è un’altra presenza, più silenziosa e forse più decisiva: Jared Kushner, genero di Trump, imprenditore immobiliare e co-ideatore del piano di pace del 2020 (il cosiddetto “Deal of the Century”, mai accettato dai palestinesi). Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, Kushner era presente ai colloqui di Sharm el-Sheikh del 7 ottobre 2025 «in rappresentanza del cognato presidente». A quale titolo? Come garante della ricostruzione? Come consulente? Come investitore potenziale?

Il piano prevede «zone economiche speciali», «tariffe preferenziali», «investimenti internazionali» per creare «città miracolo» (punti 10 e 11). Ma chi deciderà gli appalti? Chi gestirà le concessioni? Chi trarrà profitto dalla trasformazione di Gaza? Il testo non lo dice. La governance sarà «tecnocratica e apolitica», ma i tecnocrati rispondono sempre a qualcuno. E in questo caso, rispondono a un Board presieduto da un presidente americano che ha già promesso «tariffe al 25% su tutti se non si blocca il gas russo» e che ha piazzato il genero palazzinaro ai negoziati.

Il giacimento fantasma: il gas di Gaza che nessuno nomina

Nel piano Trump, lungo venti punti e migliaia di parole, il giacimento di gas naturale al largo di Gaza non viene mai menzionato. Eppure, esiste, eccome. Si chiama Gaza Marine, si trova a circa 37 km dalla costa palestinese, e contiene riserve stimate in 1.000 miliardi di piedi cubi di gas naturale. Scoperto nel 2000, il giacimento è rimasto inutilizzato per due decenni a causa di dispute su chi ha il diritto di sfruttarlo: Israele, l’Autorità Palestinese, Hamas, o compagnie internazionali.

Come evidenziato nell’analisi del Fatto Quotidiano, questo è uno degli elementi più discussi tra gli analisti critici del piano. Se Gaza diventa una “zona economica speciale” sotto governance internazionale, chi controlla le risorse naturali? Il comitato tecnocratico? Il Board of Peace? Israele, che mantiene «una presenza di sicurezza perimetrale» indefinita (punto 16)?

L’assenza di riferimenti alle risorse naturali in un piano che promette “sviluppo economico” e “città miracolo” non è una svista: è una scelta. Parlare del gas significherebbe aprire una negoziazione su chi ne detiene la sovranità. Non parlarne significa lasciare la questione aperta, in attesa che la governance internazionale – presieduta da Trump, con Blair e (forse) Kushner ai comandi – decida per conto dei palestinesi.

La trappola della “deradicalizzazione”: chi decide cos’è il terrorismo?

Il punto 1 del piano stabilisce che «Gaza sarà una zona deradicalizzata, libera dal terrorismo». Il punto 13 chiede la «distruzione permanente» di tutte le infrastrutture militari e la smilitarizzazione totale sotto supervisione di osservatori indipendenti. Il punto 6 prevede amnistia per i membri di Hamas che si impegneranno «alla pacifica convivenza e alla consegna delle armi», mentre chi vorrà lasciare Gaza avrà «passaggio sicuro verso Paesi disposti a riceverli».

Ma chi sono questi osservatori? Chi definisce cosa rientra nel concetto di “terrorismo”? Il piano non lo specifica. La Forza internazionale di stabilizzazione (ISF) sarà composta da «partner arabi e internazionali» sotto guida USA, e addestrerà «forze di polizia palestinesi selezionate» (punto 15). Selezionate da chi? Secondo quali criteri? Chi garantisce che la “deradicalizzazione” non diventi uno strumento per eliminare qualsiasi forma di resistenza politica palestinese, non solo quella armata?

Il precedente storico è eloquente: in Afghanistan, dopo il 2001, la “deradicalizzazione” è diventata sinonimo di repressione di qualsiasi movimento che contestasse la presenza occidentale. In Iraq, la “de-baathificazione” ha smantellato intere strutture statali, lasciando un vuoto che ha alimentato ISIS. In Bosnia, la “deradicalizzazione” post-Dayton ha creato una società paralizzata, divisa in enclave etniche sotto tutela internazionale permanente.

(Interpretazione: il rischio è che la “deradicalizzazione” di Gaza diventi uno strumento per eliminare qualsiasi forma di resistenza politica palestinese, non solo quella armata. La selezione delle forze di polizia da parte di un organismo internazionale a guida USA potrebbe tradursi nella creazione di una forza di sicurezza funzionale agli interessi israeliani e americani, non a quelli della popolazione di Gaza. Chi deciderà cosa è “terrorismo” e cosa è “resistenza legittima”? La storia recente del Medio Oriente suggerisce che questa distinzione è sempre politica, mai tecnica, fonte: analisi ISPI, Amnesty International cit. da fonti di ricerca, Il Fatto Quotidiano).

Il precedente storico: Dayton, Bosnia ed Erzegovina

Il modello del “piano di pace imposto dall’esterno con governance internazionale” ha un precedente: gli Accordi di Dayton del 1995, che posero fine alla guerra in Bosnia ed Erzegovina. Anche lì, un Alto Rappresentante internazionale (inizialmente Carl Bildt, poi altri) supervisionava l’applicazione dell’accordo, con poteri straordinari per rimuovere funzionari eletti, imporre leggi, bloccare decisioni.

Trent’anni dopo, la Bosnia è ancora uno stato paralizzato, diviso in due entità (Federazione di Bosnia ed Erzegovina e Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina), con una governance debole e una presenza internazionale permanente. L’Alto Rappresentante esiste ancora. Il Paese non è sovrano: è amministrato. Le elezioni si tengono, ma i poteri reali sono altrove. Le riforme sono imposte dall’esterno, non negoziate internamente. Il risultato? Una pace fredda, senza riconciliazione, con tensioni etniche congelate ma non risolte.

Gaza rischia lo stesso destino? Un territorio sotto tutela internazionale indefinita, con una popolazione priva di autodeterminazione reale, governata da tecnocrati nominati dall’esterno, mentre le potenze regionali e globali si spartiscono risorse e influenze. Non è uno scenario di pace: è uno scenario di amministrazione coloniale post-moderna.

Le analogie sono inquietanti:

  • Governance internazionale a tempo indefinito: Dayton prevedeva una presenza temporanea; 30 anni dopo, è ancora lì. Il piano Trump parla di governance transitoria «fino a quando l’Autorità palestinese non avrà completato il suo programma di riforme» (punto 9): quanto tempo? Chi decide quando le riforme sono sufficienti?
  • Esclusione delle parti locali dalle decisioni chiave: a Dayton, i leader bosniaci, serbi e croati firmarono sotto pressione occidentale. A Gaza, l’Autorità Palestinese è marginale, Hamas deve disarmarsi, i palestinesi non negoziano: subiscono.
  • Clausole elastiche che diventano permanenti: a Dayton, la “transizione” doveva durare pochi anni. A Gaza, Israele manterrà «una presenza di sicurezza perimetrale» fino a quando Gaza non sarà «adeguatamente protetta» (punto 16): clausola elastica per eccellenza.

Trump, il Nobel e la minaccia dell’inferno

Trump si è autocandidato al Premio Nobel per la Pace. Nel frattempo, secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, ha dichiarato: «Se Hamas non accetta il piano di pace, conoscerà l’inferno». La contraddizione non è un bug, è una feature del trumpismo: pace attraverso la minaccia, diplomazia attraverso l’ultimatum, negoziato attraverso il diktat.

Ma questa non è pace. È una resa mascherata da accordo. Hamas ha accettato perché non aveva alternative: Gaza è distrutta al 90%, la popolazione è affamata, gli aiuti sono bloccati da mesi, i vertici politici sono stati decimati da raid mirati. Israele ha accettato perché ha ottenuto tutto ciò che voleva nella prima fase, senza impegnarsi su nulla di vincolante per il futuro. Gli Stati Uniti hanno orchestrato l’intesa perché serve a Trump come vittoria di politica estera in vista delle elezioni del 2026.

E i palestinesi? Loro non hanno accettato nulla, perché nessuno gliel’ha chiesto. Non sono stati al tavolo. Non hanno firmato. Non hanno negoziato. Hanno subito. Come sempre.

La retorica del “Nobel per la pace” mentre si minaccia “l’inferno” è la sintesi perfetta dell’approccio trumpiano: non si negozia con i nemici, si dettano le condizioni. Non si costruisce la pace, si impone la tregua. E se non accetti, conoscerai conseguenze peggiori. È la pace del più forte, non la pace dei giusti.

Le “città miracolo” e il miraggio dello sviluppo economico

Il punto 10 del piano promette «un piano economico di sviluppo, ideato da Trump, per ricostruire e rilanciare Gaza» convocando «un gruppo di esperti che hanno contribuito alla nascita di alcune delle moderne “città miracolo” fiorenti in Medio Oriente». Saranno considerate «le numerose proposte di investimento già avanzate da gruppi internazionali» per «creare posti di lavoro, opportunità e speranza per il futuro di Gaza».

Ma quali sono queste “città miracolo”? Dubai? Abu Dhabi? Doha? Riad? Tutte costruite su petrolio e gas, con manodopera migrante sfruttata, architetture scintillanti che nascondono regimi autoritari e disuguaglianze strutturali. È questo il modello per Gaza? Grattacieli sulla sabbia, zone franche per investitori internazionali, casinò (kosher, naturalmente), resort di lusso dove una volta c’erano campi profughi?

Il punto 11 prevede l’istituzione di «una zona economica speciale, con tariffe preferenziali e accessi agevolati, da negoziare con i Paesi partecipanti». Zona economica speciale significa: regole fiscali vantaggiose per le imprese, deregolamentazione, attrazione di capitali stranieri. In teoria, dovrebbe portare sviluppo. In pratica, spesso produce enclave economiche disconnesse dal territorio, dove i profitti vanno all’estero e i locali lavorano come manodopera a basso costo.

Il punto 12 aggiunge: «Nessuno sarà costretto a lasciare Gaza, e chi vorrà partire sarà libero di farlo, così come di tornare. Incoraggeremo le persone a restare, offrendo loro la possibilità di costruire una Gaza migliore».

“Nessuno sarà costretto”: formula rassicurante. Ma se Gaza diventa un cantiere permanente, se le case sono tutte da ricostruire, se la governance è internazionale, se le forze di polizia sono “selezionate” dall’esterno, se le risorse sono gestite dal Board of Peace, se l’autodeterminazione è condizionata a riforme indefinite – quanto è “libera” la scelta di restare? E quanto è “libera” la scelta di tornare, se nel frattempo la tua terra è diventata una zona economica speciale amministrata da altri?

L’Autorità Palestinese: l’assente ingiustificato (o giustificatissimo)

L’Autorità Palestinese, guidata da Mahmoud Abbas (Abu Mazen), 89 anni, al potere dal 2005 senza elezioni dal 2006, compare nel piano Trump solo come nota a margine. Il punto 9 specifica che il Board of Peace gestirà Gaza «fino a quando l’Autorità palestinese non avrà completato il suo programma di riforme, come delineato in varie proposte, tra cui il piano di pace del presidente Trump del 2020 e la proposta saudita-francese (la cosiddetta Dichiarazione di New York), fatta propria dall’Assemblea generale dell’Onu lo scorso 12 settembre» (fonte: Terrasanta.net).

In altre parole: l’Autorità Palestinese potrà tornare a Gaza solo se si riforma. Ma chi decide quando le riforme sono sufficienti? Il Board of Peace, presieduto da Trump. Dunque, l’AP è sotto esame permanente, con esaminatori che sono anche parti interessate.

Abu Mazen ha dichiarato, subito dopo l’annuncio dell’accordo, di augurarsi che l’intesa possa «aprire la strada alla creazione di uno stato palestinese», obiettivo «a lungo termine» del piano statunitense (fonte: Internazionale). Ma Netanyahu e vari ministri del suo governo si sono opposti pubblicamente a questa eventualità. Il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, di estrema destra, ha dichiarato che voterà contro l’accordo e che si oppone alla liberazione dei prigionieri palestinesi.

Il punto 19: l’autodeterminazione come miraggio condizionato

Il punto 19 è quello che dovrebbe entusiasmare i sostenitori della causa palestinese. Recita: «Mentre la ricostruzione di Gaza avanza e il programma di riforma dell’Autorità Palestinese viene applicato con serietà, potrebbero crearsi finalmente le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese, che riconosciamo come aspirazione del popolo palestinese».

Scomponiamo la frase:

  • «Mentre la ricostruzione avanza»: quanto tempo? Decenni, probabilmente, visto lo stato di distruzione.
  • «E il programma di riforma dell’AP viene applicato con serietà»: chi decide cos’è “serietà”? Il Board of Peace.
  • «Potrebbero crearsi»: condizionale. Non “si creeranno”, ma “potrebbero”. Dipende.
  • «Le condizioni per un percorso credibile»: non “lo stato”, ma “un percorso verso”. Non “autodeterminazione immediata”, ma “condizioni per un percorso credibile”.
  • «Che riconosciamo come aspirazione»: si riconosce l’aspirazione, non il diritto. Un’aspirazione è un desiderio; un diritto è una pretesa legittima.

Il punto 19 è un capolavoro di retorica diplomatica: promette tutto e non impegna a nulla. È l’orizzonte che retrocede mentre cammini. È la carota che penzola davanti al mulo, sempre a distanza di morso.

Il punto 20 aggiunge: «Gli Stati Uniti avvieranno un dialogo tra Israele e i palestinesi per concordare un orizzonte politico di pacifica e prospera coesistenza» (fonte: Terrasanta.net). “Avvieranno un dialogo”: non “imporranno una soluzione”, non “garantiranno un risultato”, ma “avvieranno un dialogo”. Dopo due anni di guerra, 67.000 morti palestinesi, 90% di Gaza distrutta, il massimo che si promette è “avviare un dialogo”.

Il dialogo interreligioso: la ciliegina retorica sulla torta avvelenata

Il punto 18 prevede l’avvio di «un processo di dialogo interreligioso, fondato sui valori di tolleranza e della pacifica convivenza, per cercare di cambiare mentalità e narrazioni di palestinesi e israeliani, sottolineando i benefici che possono derivare dalla pace».

Dialogo interreligioso. Tolleranza. Pace. Parole bellissime, usate come sedativo. Il problema non è religioso: è politico, territoriale, coloniale. Non è una questione di “mentalità e narrazioni” da cambiare attraverso workshop di dialogo. È una questione di occupazione militare, di controllo delle risorse, di diritti negati, di terre espropriate, di popolazione sotto assedio da 17 anni.

Il dialogo interreligioso è la ciliegina retorica sulla torta avvelenata: suona bene, fa figura nei comunicati ONU, ma non risolve nulla. Perché il conflitto israelo-palestinese non è uno scontro di civiltà né una guerra di religione: è un conflitto asimmetrico tra un’entità statale militarmente potente e una popolazione occupata e frammentata.

La privatizzazione di una tragedia

Il piano Trump per Gaza non è un piano di pace. È un progetto di ricostruzione sotto amministrazione internazionale, con governance esterna, interessi economici opachi, autodeterminazione rimandata sine die, e un popolo palestinese ridotto a “popolazione da riqualificare”.

I venti punti promettono «città miracolo», ma non dicono chi ci vivrà. Promettono «autodeterminazione», ma solo dopo riforme indefinite e ricostruzioni che dureranno decenni. Promettono «ricostruzione», ma con Tony Blair e Jared Kushner ai comandi. Promettono «pace», ma con clausole elastiche che permettono a Israele di mantenere il controllo perimetrale indefinito.

Hamas deve disarmarsi, consegnare le armi, accettare l’amnistia o andarsene. Israele controlla ancora il 53% della Striscia. L’Autorità Palestinese è marginalizzata, sotto esame, esclusa. Il Board of Peace gestisce i finanziamenti. Le zone economiche speciali attirano investitori. Il gas di Gaza non viene nominato. L’autodeterminazione è un “percorso credibile” condizionato. Il dialogo interreligioso cambia le “mentalità”.

Questo non è un accordo di pace. È la privatizzazione di una tragedia, con il bollino “Made in USA” e la firma di chi, fino a ieri, prometteva di “finire il lavoro”. Se questa è la pace, allora la guerra era solo la fase preparatoria del business.

Gaza non diventerà una “città miracolo”. Diventerà una zona economica speciale amministrata dall’esterno, con una popolazione sotto tutela permanente, senza sovranità reale, mentre gli investitori internazionali ricostruiscono (e lucrano su) le macerie. È il modello coloniale del XXI secolo: non occupi militarmente, amministri tecnicamente. Non annetti formalmente, controlli economicamente. Non neghi il diritto all’autodeterminazione, lo rinvii indefinitamente.

Il piano Trump è un esperimento di governance post-conflitto in cui il conflitto non è risolto, ma congelato; in cui la pace non è costruita, ma imposta; in cui il popolo non è protagonista, ma oggetto. È Dayton sotto il sole del Mediterraneo. È la Bosnia del Medio Oriente. È l’amministrazione internazionale mascherata da processo di pace.

E Netanyahu tace. Perché sa che ha vinto. Non ha ottenuto la distruzione totale di Hamas – quella resta incompiuta. Ma ha ottenuto qualcosa di meglio: la neutralizzazione politica di Gaza per i decenni a venire, con il timbro della comunità internazionale.

Trump vuole il Nobel? Allora dovrebbe rileggersi la motivazione del Nobel per la Pace assegnato nel 1994 a Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin per gli Accordi di Oslo. Quegli accordi promettevano autodeterminazione entro cinque anni. Sono passati trent’anni. Gaza è ancora assediata, la Cisgiordania è ancora occupata, lo stato palestinese è ancora un’aspirazione.

Il piano Trump rischia di fare la stessa fine: promesse magniloquenti, governance internazionale a tempo indefinito, autodeterminazione rimandata, e un popolo che continua ad aspettare – mentre altri decidono del suo futuro.

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