Raid e violazioni minano la fase uno dell’accordo di pace. Israele parla di “autodifesa” mentre Hamas di “provocazione”. Intanto gli inviati americani tentano di salvare la tregua
Una quiete apparente. A poco più di dieci giorni dall’accordo di cessate il fuoco, mediato dagli Stati Uniti, la fragile pausa nella guerra di Gaza è già incrinata da violazioni, diffidenze e da una crisi umanitaria che continua a peggiorare.
Israele infatti accusa Hàmas di violare il cessate il fuoco rispondendo con nuovi bombardamenti, presentandoli come azioni mirate contro obiettivi militari. Hàmas, dal canto suo, parla di provocazioni e di tentativi di sabotare la tregua. La spirale della sfiducia continua a girare, mentre ogni raid, ogni blocco, ogni risposta armata riduce la credibilità stessa dell’accordo. Proprio ieri sera, 20 ottobre, un attacco con droni israeliani ha ucciso diversi miliziani palestinesi a Gaza dopo che avevano attraversato la cosiddetta “Linea Gialla”, oltre la quale l’esercito israeliano si era ritirato secondo i termini del cessate il fuoco. L’episodio, avvenuto nel quartiere orientale di Shejaiya, rischia di riaccendere le ostilità. Israele sostiene che i miliziani rappresentassero una minaccia imminente; per Hàmas, si tratta invece di una violazione diretta dell’accordo.
Questo il clima dunque, tutt’altro che risolutivo, quando tra pochi giorni dovrebbe scattare la fase due dell’accordo, successiva al rilascio di tutti gli ostaggi da entrambe le parti. Negli Stati Uniti, la preoccupazione che il premier israeliano Benjamin Netanyahu possa rompere la tregua e tornare alle operazioni militari contro Hàmas è percepibile, così come riporta lo stesso New York Times, tanto da far volare in Israele il vicepresidente J.D. Vance insieme agli inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner nel tentativo di consolidare la tregua e mantenere un canale di comunicazione aperto tra le parti, esortando Netanyahu a non intraprendere nessuna azione avversa alla realizzazione della prima fase del piano – così come raccontato da Channel 12. Durante gli incontri di ieri, Vance ed i suoi avrebbero ribadito che il diritto all’autodifesa “non può giustificare azioni che compromettano la tregua”. Questo mentre, in parallelo, il governo americano sta conducendo colloqui con la Turchia per l’invio di una squadra di specialisti incaricata di localizzare i corpi dei 15 ostaggi israeliani ancora dispersi a Gaza — un tema che rimane uno dei punti più delicati del negoziato. Il messaggio è chiaro: mantenere la pace al momento è una priorità strategica, non solo per la stabilità regionale, ma anche per la credibilità diplomatica di Washington.
Trump, dal canto suo tuona (nuovamente) contro Hàmas, assicurando, rispetto agli accordi di pace, che: “Se Hàmas viola la tregua li sradicheremo”. Nulla di nuovo sommato tutto, rispetto ai precedenti tentativi di pace e cessate il fuoco. Nonostante – stavolta – la mediazione dei Paesi arabi ed il silenzio – probabilmente temporaneo – dell’Iran, la pace del 13 ottobre sembra ormai conclamarsi come semplicemente più enfatizzata rispetto ai precedenti tentativi.
Nel frattempo, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ribadito che la campagna militare “non è finita”. Israele, ha detto, continuerà a colpire Hàmas finché non sarà completamente disarmato. Un messaggio che suona come una smentita implicita della tregua stessa. Questo mentre sul terreno la situazione umanitaria rimane drammatica. Chiuso nuovamente il valico di Rafah, gli aiuti che entrano nella Striscia sono ancora insufficienti: circa 750 tonnellate al giorno, contro le 2.000 necessarie. Il Programma alimentare mondiale avverte che, con i soli valichi di Kerem Shalom e Kissufim attivi, le scorte bastano a sfamare meno della metà della popolazione per due settimane. Inoltre, nel nord della Striscia, intere zone restano isolate. L’acqua è contaminata, gli ospedali operano senza elettricità e molte famiglie sopravvivono con una sola razione di pane al giorno.
Abu Mazen e la sfida del dopo-Hamas
Interessante e tempestivo l’intervento del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), che il 7 novembre sarà in Italia per incontrare la Premier Giorgia Meloni. In una lunga intervista al Corriere della sera Abu Mazen ha parlato di Gaza e del suo progetto politico e delle possibili soluzioni: la città, secondo Abu Mazen, deve tornare sotto l’autorità dello Stato di Palestina, unita alla Cisgiordania attraverso istituzioni comuni e un governo legittimo. Il Presidente dellANP propone la presenza temporanea di una forza arabo-internazionale con mandato ONU per gestire la transizione e ribadisce l’urgenza di fermare le misure israeliane che minano la soluzione dei due Stati. Il leader palestinese inoltre, insiste sulla prima necessità del disarmo di Hàmas e sul suo eventuale reinserimento nella vita politica, a condizione che riconosca Israele e rispetti gli accordi internazionali.
Condanna infine le esecuzioni sommarie compiute da Hàmas a Gaza, definendole “crimini contro lo Stato di diritto”. Abu Mazen, nel suo intervento, ha ribadito dunque con convinzione il suo pieno sostegno alla soluzione dei due Stati: “Resta l’unica opzione per garantire pace, sicurezza e stabilità nell’intera regione“, esortando gli stati del mondo al riconoscimento internazionale.
Le reazioni internazionali
Se dal Vaticano si alza una voce di allarme, con il cardinale Pietro Parolin che ha definito “inaccettabili” le aggressioni dei coloni contro i cristiani in Cisgiordania, sottolineando la complessità del contesto e chiedendo che siano garantite la libertà religiosa e la sicurezza di tutte le comunità, anche dal Qatar arriva un nuovo appello. L’emiro Tamim bin Hamad al-Thani ha denunciato le violazioni israeliane del cessate il fuoco, accusando la comunità internazionale di non essere in grado di garantire protezione al popolo palestinese. “La Striscia di Gaza — ha dichiarato — è stata trasformata in un luogo inabitabile. Serve una protezione immediata per i civili.” Parole che riecheggiano il crescente sentimento di frustrazione nel mondo arabo, importante presenza di intermediazione in questo tentativo di pace, dove invece la tregua viene percepita come un’illusione fragile, incapace di interrompere davvero la spirale di violenza e privazioni.
Nel frattempo, in Europa la discussione sulla crisi si è trasformata in una questione di coerenza politica. Le istituzioni europee continuano a invocare il rispetto del diritto internazionale e la protezione dei civili, ma le esitazioni sulle sanzioni verso Israele e la lentezza con cui gli aiuti raggiungono la Striscia mettono in dubbio la credibilità della diplomazia occidentale. Da parte italiana, pur mantenendo un impegno umanitario e un ruolo di sostegno alle missioni delle Nazioni Unite, ad oggi il governo si trova di fronte a una sfida più politica che tecnica: riuscire a tradurre la solidarietà in azioni concrete.
Dunque, mentre la diplomazia si muove tra promesse e ritardi, Gaza resta sospesa tra tregua e ritorno alla guerra. Ogni bombardamento mirato, ogni blocco di aiuti, ogni parola di troppo rischia di far crollare il fragile equilibrio costruito nelle ultime settimane. Sul terreno, la popolazione vive come se nulla fosse davvero cambiato: le esplosioni si sono diradate, ma poco è davvero cambiato. Gaza è in un limbo, dove vige la sopravvivenza quotidiana scandita dall’attesa di una pace che resta ancora difficile da definire.







