Gaza: un conflitto che non fa più notizia

Sono passati mesi dall’ultima grande offensiva e altrettanti dall’annuncio della cessazione delle ostilità, ma la Striscia di Gaza rimane un luogo sospeso, a metà tra la devastazione della guerra e l’incertezza della ricostruzione. La tregua non ha portato normalità: ha semplicemente congelato il conflitto, lasciando emergere una crisi umanitaria che, per dimensioni e gravità, non era mai stata così vasta – accentuata, nelle ultime settimane, dalle alluvioni che hanno colpito i campi degli sfollati ed i rifugi. Una valutazione congiunta di Nazioni Unite, Unione Europea e Banca Mondiale ha calcolato che per ricostruire la Striscia serviranno oltre 50 miliardi di dollari nell’arco di un decennio. Le prime fasi — quelle che riguardano il ripristino dei servizi essenziali, la rimozione delle macerie e la costruzione delle infrastrutture fondamentali — richiederebbero da sole circa 20 miliardi nei prossimi tre anni.

È una cifra enorme, tanto più se si considera che la Striscia non ha un’economia autonoma, né entrate fiscali sufficienti, né un’architettura amministrativa stabile. Per questo i fondi dovrebbero arrivare quasi interamente dalla comunità internazionale, che tarda ad impegnarsi concretamente e con decisione. Nel frattempo, la crisi sanitaria continua a colpire soprattutto i bambini. Secondo le ONG attive negli ospedali da campo — in condizioni difficili, con forniture mediche limitate e personale ridotto — migliaia di minori vengono ancora curati per malnutrizione acuta, nonostante il cessate il fuoco. I dati più recenti parlano di oltre 9.000 casi di malnutrizione grave registrati in un solo mese, segno che la tregua non ha migliorato la distribuzione di cibo e acqua né la capacità di cura. Gran parte della popolazione vive ancora in accampamenti d’emergenza, con sistemi igienici approssimativi, acqua razionata e servizi sanitari quasi assenti.

Eppure, nel resto del mondo, Gaza non è più notizia da prima pagina. La copertura mediatica, quasi quotidiana durante la fase più intensa della guerra, si è progressivamente ridotta. Non perché la situazione sia migliorata, ma perché è cambiata la “forma” della tragedia. L’assenza di bombardamenti, raid e ostaggi ha sottratto alla Striscia l’impatto immediato delle notizie “forti”, quelle che attirano attenzione e creano urgenza. La ricostruzione — lenta, problematica, spesso invisibile — non genera la stessa risposta emotiva. Così Gaza è scivolata nella parte bassa dell’esigenza informativa, quella dove finiscono i drammi che non possono essere risolti in pochi giorni né dipanati in poche righe. Questa riduzione dell’attenzione coincide però con una fase politicamente più delicata del “dopo guerra”: sul futuro della Striscia, infatti, ancora oggi non esiste un piano condiviso. 

First level: il quadro politico generale di Gaza e le possibili autorità di transizione

La questione della governance a Gaza resta il nodo più complesso della transizione post-bellica. Paesi occidentali e arabi sostengono la creazione di un’autorità di governo transitoria, affiancata da una forza internazionale di stabilizzazione incaricata di garantire sicurezza, coordinare gli aiuti e vigilare sul processo di ricostruzione. L’idea alla base di questo schema è semplice nella teoria: un’amministrazione temporanea che traghetti Gaza verso un’autogestione palestinese stabile, garantendo nel frattempo ordine, trasparenza e affidabilità per i donatori internazionali. La realtà, però, è intricatissima. L’Autorità Palestinese, pur indicata da alcuni come possibile amministratrice transitoria, è percepita dalla popolazione di Gaza come distante e politicamente debole. Altri attori regionali, come l’Egitto, hanno avanzato la disponibilità a un ruolo temporaneo, ma Il Cairo procede con cautela, temendo di restare intrappolato in un’amministrazione di fatto permanente. A rendere ancora più complicato il quadro, Israele continua a esercitare il controllo su ampie aree della Striscia, segnate dalla cosiddetta “linea gialla”, che crea una divisione interna tra zone potenzialmente ricostruibili e altre bloccate da vincoli militari o politici. In questo contesto, Gaza resta sospesa in un limbo politico: senza un governo riconosciuto e funzionante, senza una prospettiva chiara di ricostruzione e senza garanzie di fine dell’occupazione nelle aree controllate militarmente, ogni iniziativa rischia di rimanere sulla carta.

Second level: quali sono i piani sul tavolo e perché molto è ancora in bilico

Quando, il 17 novembre 2025, il United Nations Security Council (Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite) ha approvato la Resolution 2803 (2025), si è ufficialmente avviata una nuova fase per la Striscia di Gaza. Con quel voto — 13 favorevoli, 2 astensioni — è stato infatti ratificato il piano proposto dagli Stati Uniti, il Comprehensive Plan to End the Gaza Conflict, che prevede la costituzione di una struttura di governance transitoria e il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione. Al centro del piano c’è un organismo provvisorio, il cosiddetto Board of Peace (BoP), incaricato di guidare la transizione di Gaza. Sarà il BoP a coordinare la ricostruzione, gestire il flusso di aiuti umanitari, sovrintendere alla governance civile e vigilare sul processo di transizione — fino a quando, in un secondo momento, potrà essere riaffidata l’amministrazione a entità palestinesi riformate. Accanto al BoP, la risoluzione autorizza la formazione di una International Stabilization Force (ISF), una forza internazionale temporanea che dovrebbe garantire sicurezza, protezione dei civili, scorta degli aiuti e demilitarizzazione della Striscia. Il piano prevede che, man mano che l’ISF stabilisce il controllo e l’ordine, le forze militari israeliane (Israel Defense Forces – IDF) si ritirino progressivamente, trasferendo la responsabilità della sicurezza all’ISF e, successivamente, a una polizia palestinese verificata. Sul tavolo non c’è solo la sicurezza: il piano mira anche a ripristinare infrastrutture essenziali — case, scuole, ospedali, reti elettriche e idriche — e a restituire servizi pubblici fondamentali. L’idea è che questa fase transitoria serva da “ponte”: prima stabilità, sicurezza e governance; poi ricostruzione e, infine, un nuovo ordine politico, idealmente con sovranità palestinese, se risulterà conforme ai parametri richiesti. Alcuni paesi, fra cui anche l’Italia, si sono detti disponibili a partecipare al piano con contributi umanitari o logistico-operativi, qualora richiesti — segno che l’impegno internazionale non è esclusivamente teorico. Questo consenso, tradotto nella risoluzione, rappresenta finora il più corposo sforzo diplomatico di coordinamento globale volto a trasformare Gaza da enclave di guerra in spazio di ricostruzione.

Criticità e rischi del Gaza Peace Plan: analisi SWAT

Nonostante il sostegno diplomatico che ha accompagnato l’approvazione della Resolution 2803, molti analisti sottolineano che il piano contiene ambiguità sostanziali. La governance transitoria, per esempio, attribuisce poteri amplissimi al Board of Peace, l’organo che non risponde direttamente alla popolazione palestinese e che di fatto sostituisce qualsiasi forma di autorità locale per un periodo indefinito. La promessa di una futura amministrazione palestinese “riformata” resta vaga: non è chiaro quali criteri dovrà soddisfare, né chi deciderà se tali criteri saranno raggiunti. Inoltre, la dipendenza strutturale dalla International Stabilization Force rischia di istituzionalizzare una sorta di protettorato multilaterale, con dinamiche non dissimili da quelle viste in altri scenari di post-conflitto dove la sovranità nazionale è rimasta sospesa per anni senza un reale trasferimento di poteri.

Un altro nodo riguarda il rapporto tra l’ISF e le forze israeliane. La risoluzione parla di un “ritiro progressivo” dell’IDF man mano che l’ISF assume il controllo, ma non stabilisce tempi obbligatori né criteri verificabili per il completamento del ritiro. Questo lascia aperto il rischio che la “fase transitoria” diventi permanente, con un territorio governato da una sovrapposizione di forze e amministrazioni. La demilitarizzazione, inoltre, è formulata in modo unilaterale: la responsabilità ricade quasi interamente sui palestinesi, mentre non sono previsti meccanismi equivalenti per monitorare attività militari israeliane o restrizioni che potrebbero influire sulla vita civile. In questo contesto, diversi esperti avvertono che il piano, pur presentato come un progetto di ricostruzione e stabilizzazione, potrebbe cristallizzare disuguaglianze di potere e limitare la possibilità di una reale autodeterminazione palestinese.

Il rischio è l’oblio per Gaza?

L’impressione, osservando Gaza da lontano, è che il mondo abbia accettato una sorta di normalità dell’emergenza. Una normalità costruita su campi profughi permanenti, su reti elettriche ricostruite a metà e su ospedali che funzionano solo grazie agli aiuti internazionali. È una normalità che non scandalizza più perché non cambia mai: la sofferenza continua ma non “evolvendo” smette di generare notizia. Questo è il rischio più grande che corre oggi la Striscia — più grande perfino della lenta ricostruzione o dell’instabilità politica: diventare un luogo dove il dolore diventa routine, uno sfondo muto che non merita più attenzione.

Da un punto di vista analitico, la diminuzione dell’attenzione internazionale non è un fenomeno casuale. Segue dinamiche ben note: le crisi senza un chiaro colpevole, senza un traguardo definito e senza una scadenza politica tendono a essere relegate ai margini. La guerra aveva un ritmo che il mondo riconosceva: l’attacco, la risposta, la controffensiva, la trattativa. La ricostruzione ha un tempo diverso, dilatato e incerto, e soprattutto non offre narrazioni nette. Chi governa Gaza? Chi finanzia davvero la ricostruzione? Chi garantisce la sicurezza? A tutte queste domande, oggi, non esiste una risposta condivisa. E i media faticano a raccontare ciò che non ha una struttura narrativa semplice.

Allo stesso tempo, la comunità internazionale sembra oscillare tra un coinvolgimento intermittente e una prudente distanza. I governi sostengono la ricostruzione a parole, ma esitano a impegnarsi senza un quadro politico stabile. Le ONG chiedono corridoi umanitari e accesso sicuro, ma si scontrano con restrizioni militari e logistiche. Gli Stati più influenti discutono di piani di governance, ma nessuno vuole assumersi oneri e responsabilità senza la garanzia che gli altri faranno altrettanto. È una diplomazia condizionata a catena, in cui ogni attore attende il passo dell’altro — e nel frattempo Gaza rimane sospesa.

Eppure, nel momento esatto in cui la visibilità diminuisce, si gioca il destino della Striscia. Senza un progetto chiaro e senza investimenti immediati, il rischio è che il territorio venga ricostruito in modo diseguale, fragile, suscettibile a nuove crisi. La tentazione, per molti governi, è quella di lasciare che la situazione “si stabilizzi da sola”, che le parti trovino un equilibrio spontaneo. Ma nella storia delle crisi internazionali, gli equilibri raggiunti nell’abbandono sono sempre stati precari. Gaza non è certamente – anzi – un’eccezione.

Da questo punto di vista, l’oblio è un attore politico tanto quanto lo sono le diplomazie. Quando i riflettori si spengono, anche le pressioni per un accordo, per corridoi umanitari aperti, per una ricostruzione equa e sostenibile si indeboliscono. La popolazione di Gaza non ha un’altra arena dove far valere le proprie esigenze: non ha rappresentanza piena, non ha un governo riconosciuto, non ha strumenti diplomatici. Ha solo l’attenzione esterna come forma di tutela indiretta. Per questo, lasciare cadere il silenzio sulla Striscia significa togliere uno degli ultimi meccanismi di protezione di una popolazione sotto shock.

Scenari

Guardando al futuro, Gaza rimane un territorio a un bivio. Da una parte c’è la possibilità — difficile, ma non impossibile — di una ricostruzione reale, coordinata e progressiva, capace di restituire dignità e servizi essenziali a una popolazione traumatizzata. Dall’altra c’è lo scenario, forse più probabile, di una ricostruzione lenta, frammentata, subordinata a condizioni politiche mutevoli e dunque vulnerabile a nuove crisi. La differenza tra questi due percorsi non dipenderà sicuramente da un improvviso colpo di scena (chi vorrebbe arrogarsene il diritto? Si innescherebbero meccanismi internazionali molto complessi, n.d.r.), ma da una serie lunga di decisioni, pressioni diplomatiche, investimenti e monitoraggi indipendenti. Tutte cose che il mondo tende a garantire soltanto quando guarda con attenzione. Ecco perché continuare a parlare di Gaza non è un esercizio morale, né un automatismo solidaristico: è un atto politico. È riconoscere che l’attenzione è potere, che il silenzio è complicità e che una crisi ignorata diventa inevitabilmente una crisi permanente. 

In ultima analisi, la vera domanda non è perché si parli così poco di Gaza oggi, ma che cosa siamo disposti a perdere — come comunità internazionale e come democrazie — lasciando che al posto del silenzio si giochi la carta della responsabilità. Condivisa.

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