Gli adolescenti si confidano sempre di più con l’IA

Gli adolescenti italiani si confidano sempre di più con i chatbot, lo fanno quotidianamente, vedendoli come una “valvola di sfogo” nei momenti di ansia o solitudine. Un fenomeno in crescita secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Generazioni Connesse un progetto del
Ministero dell’Istruzione e del Merito che confermano il grido dall’allarme lanciato nei mesi scorsi dal rapporto Generation Isolation 2025.Una nuova figura sta silenziosamente prendendo posto nelle camerette degli adolescenti: l’amico virtuale.

Non è un compagno di scuola, né un influencer, ma un modello linguistico. Sempre più ragazzi utilizzano ChatGPT e altri sofwtare di IA, spesso presenti nello smartphone, non solo per farsi aiutare nei compiti, ma come un confidente sempre disponibile, capace di ascoltare senza giudicare e di rispondere senza mai stancarsi. In Italia, quasi il 42% degli adolescenti in difficoltà ha dichiarato di aver chiesto aiuto o consigli a un’IA per scelte personali importanti. Nel Regno Unito, uno studio condotto su oltre 5.000 giovani ha rivelato che il 39% usa l’IA per compagnia o supporto emotivo, preferendola agli adulti perché “più veloce” e “meno imbarazzante”.

Il successo dell’IA come confidente risiede in alcune caratteristiche intrinseche della sua architettura comunicativa quali la capacità di ascolto, l’assenza di Giudizio ela disponibilità ad ascoltare e parlare sempre. Per un adolescente che teme il giudizio dei pari o dei genitori, questo crea uno “spazio sicuro”, anche se artificiale. La ricerca accademica (tra cui studi recenti della Stanford University) mette però in guardia contro l’illusione di questa relazione. Già nel 2011 Sherry Turkle parlava di come l’interazione algoritmica possa sostituire l’ascolto empatico reale. Il rischio è che l’adolescente perda la capacità di gestire il conflitto e la frustrazione, elementi fondamentali della crescita che l’IA, essendo sempre accomodante, elimina del tutto.Inoltre, delegare ogni dubbio emotivo a un chatbot allena meno la capacità di riflettere in autonomia. Si crea una sorta di “copione pronto” che impedisce lo sviluppo di un’identità solida. Il confine tra amicizia digitale e rischio reale è molto sottile.

Un episodio di cronaca del gennaio 2026 ha scosso l’opinione pubblica: in Florida, un tredicenne è stato fermato dopo aver discusso con ChatGPT di intenzioni violente verso un compagno. La segnalazione non è arrivata da un insegnante, ma da un software di monitoraggio scolastico (IA contro IA), sollevando un enorme dibattito sulla privacy e sulla responsabilità delle aziende tech nel filtrare conversazioni che diventano pericolose quando l’utente è un minore vulnerabile. Se da un lato l’IA può offrire un sollievo immediato alla solitudine in un mondo dove i centri di aggregazione fisica scarseggiano, dall’altro rischia di svuotare le relazioni umane della loro complessità. Il pericolo non è che le macchine inizino a pensare come noi, ma che gli adolescenti inizino a preferire la prevedibilità di un algoritmo alla meravigliosa, seppur faticosa, imprevedibilità di un vero amico.

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