Il dibattito internazionale e l’annessa questione strategica che si stanno sviluppando attorno al tema della Groenlandia e del rinnovato interesse dell’amministrazione Trump per l’Artico conserva delle prospettive strategiche profonde che risulta opportuno analizzare, al di là delle chiavi interpretative di merito e dei vari risvolti di spettacolarizzazione accentuata tipici del nostro tempo.
Come si crea una postura artica
Qualsiasi paese intenzionato a costruire e consolidare una propria posizione strategica, con relativa postura e proiezione, nel teatro artico deve dotarsi di due elementi irrinunciabili, che sono le piste d’atterraggio e gli aerei attrezzati per il gelo polare nonché le navi rompighiaccio. Senza questi asset risulta assai difficile mantenere una qualunque prospettiva realisticamente realizzabile nell’Artico dal punto di vista strategico, operativo e tattico.
Ora, appare chiaro che le capacità di ricerca e le conoscenze applicabili provenienti sia dal campo civile sia da quello militare arrivano a giocare un ruolo piuttosto significativo. Ad esempio, un paese possedente una buona tradizione di ricerca oceanografica e glaciologica, con navi, strumentazione di ricerca e personale esperto, è già sulla buona strada per acquisire quantomeno l’intelligence di base necessaria a preparare successivi sviluppi di proiezione tattico-strategica per quell’area. Accanto a questo, ciò che si dipinge fondamentale, prima ancora della volontà d’investire continuativamente sul tema, è la disponibilità di risorse analitiche interne che siano capaci di caratterizzare l’importanza legata al dedicarsi all’Artico da un punto di vista squisitamente militare e securitario oltreché geo-economico e commerciale.
La situazione russa
Lo stato dell’arte della presenza artica russa ci deve rendere molto preoccupati, oltre al contribuire almeno parzialmente, al di là dei criteri di merito legal-diplomatico e di opportunità, a spiegare la rinnovata assertività americana verso il territorio groenlandese.
Secondo l’esperto di guerra artica Marzio Mian, intervenuto all’Università di Firenze nel marzo del 2023, la Russia possiederebbe circa quaranta navi rompighiaccio; alcune delle quali di tipo nucleare. Di converso, gli Stati Uniti e i vari alleati occidentali non si appropinquano, almeno per adesso, a tale numero in maniera competitiva.
In particolare i russi stanno impiegando la nuova Classe LK-60Ja Arktika, una nave rompighiaccio a propulsione nucleare sviluppata dai Cantieri del Baltico per sostituire progressivamente la precedente Classe Arktika ideata negli anni Settanta. Il nuovo progetto si è sviluppato sulla falsariga di ricerca oramai consolidata nella tradizione russa per le attività artiche, e viene annoverato tra i più grandi al mondo nella categoria rompighiaccio. Si tratta di un mero esempio che, soprattutto se coadiuvato dall’analisi organizzativa della Flotta del Nord operante dalla Penisola di Kola, dimostra in modo pratico quanto si teorizzava poco sopra, ovvero la necessità di investire ma anche e soprattutto di tradurre in maniera operativa e tattico-strategica le proprie risorse analitiche ed esperienziali.
Il nucleo della guerra artica
Per coloro che s’interrogano sui possibili sviluppi legati a eventuali guerre nell’Artico nel futuro le prospettive di elaborazione e di teorizzazione si manifestano in modo diversificato e complesso dal punto di vista dei problemi che le varie dimensioni analitiche arrivano a presentare.
Da un lato il livello strategico impone di considerare la difficile geografia e i punti d’accesso a un mare difficoltoso da navigare, e dall’altro il livello di teatro e quello tattico debbono considerare i problemi logistici ed operativi imposti dal gelo e dal terreno assai insidioso sia per delle unità in movimento sia per le varie infrastrutture necessarie al dislocamento, al sostentamento e all’accompagnamento tattico delle truppe sul campo.
Ciò che si può presumere, coadiuvando orizzonti di ricerca realisticamente futuribili, è un largo predominio sia strategico sia tattico della componente aeronavale, con partecipazione limitata della componente di terra soprattutto mediante unità di forze speciali o divisioni aviotrasportate addestrate al combattimento in climi estremi.
In ogni caso lo sviluppo e l’evoluzione strategico-militare e securitaria dello scenario artico deve essere debitamente attenzionata per coglierne in modo completo la rilevanza contemporanea, superando le tensioni internazionali che, sul piano analitico, ci fanno scorgere soltanto i segnali più superficiali legati alle dinamiche che interessano questo teatro.







