Hokum di Damian McCarthy: l’albergo dei déjà-vu

Un horror elegante nella confezione ma derivativo nell’ispirazione, incapace di trasformare la propria ricchezza di suggestioni in un racconto davvero perturbante

Dopo Caveat e Oddity, Damian McCarthy torna all’horror con Hokum, un’opera che finisce per perdersi in un labirinto di suggestioni che si soffocano a vicenda.

Lo scrittore americano Ohm Bauman (Adam Scott) arriva al Bilberry Woods Hotel per disperdere le ceneri dei genitori nel luogo della loro luna di miele. Un vecchio albergo isolato, una suite proibita, un protagonista tormentato, il confine sempre più incerto tra realtà e allucinazione: l’ombra di Stephen King, e soprattutto di Shining di Stanley Kubrick, è così ingombrante da diventare quasi un ostacolo. McCarthy richiama costantemente un immaginario ormai canonico senza riuscire a rielaborarlo in una visione realmente personale. Più che un omaggio, il film sembra un esercizio di imitazione.

Come ricordava T.S. Eliot, “i poeti immaturi imitano, quelli maturi rubano”. Il problema di Hokum non è guardare ai grandi modelli del passato, ma non riuscire mai a trasformarli in qualcosa di nuovo. Il cinema di genere vive di riscrittura, non di replica.

Se l’atmosfera rappresenta il vero punto di forza dell’opera, la sceneggiatura ne costituisce il principale limite. Hokum accumula elementi appartenenti all’immaginario horror — streghe, spiriti, omicidi, funghi allucinogeni, boschi infestati, antiche leggende irlandesi e traumi familiari — senza mai integrarli in una narrazione realmente coesa. Più che alimentare il mistero, queste suggestioni finiscono per disperdere la tensione, come se ogni intuizione fosse incapace di dialogare con la successiva.

Anche il ritmo risente di questa continua stratificazione di idee. Il film procede lentamente, ma l’attesa non viene mai ripagata da un autentico climax emotivo. I personaggi secondari rimangono appena abbozzati, mentre la componente investigativa perde rapidamente incisività, complice un numero limitato di sospettati e colpi di scena facilmente prevedibili.

L’impressione è quella di un film che preferisce rifugiarsi nei codici più rassicuranti dell’horror anziché rischiare davvero. Anche i jump scare arrivano annunciati da una regia eccessivamente prudente e difficilmente sorprendono uno spettatore abituato al genere. Viene da pensare a quanto scriveva Noël Carroll ne La filosofia dell’horror: la paura nasce quando il mostruoso incrina il nostro sistema di certezze. In Hokum, invece, il mostruoso è sempre riconoscibile, già catalogato, e proprio per questo raramente inquieta.

Eppure, il talento visivo di McCarthy, già evidente in Oddity, rimane impossibile da ignorare. L’hotel immerso nei boschi, gli interni decadenti, la fotografia dai toni lividi e il ricorso al folklore irlandese costruiscono un universo affascinante e profondamente inquieto. Sono immagini che testimoniano una notevole sensibilità nella costruzione dello spazio cinematografico. È un autore che sa abitare gli ambienti, ma che fatica ancora ad abitarne le storie.

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