Hormuz, Ginevra, Lussemburgo: la settimana dei tre tavoli e dell’Europa a metà

Tra l’intesa USA-Iran, il disgelo su Kiev e un Consiglio Esteri che si contraddice, l’Unione europea si conferma protagonista solo a tratti

Poche settimane condensano così tanti fili della politica internazionale come quella tra il 14 e il 19 giugno 2026. Un’intesa preliminare chiude quattro mesi di guerra tra Stati Uniti e Iran; a Évian, sul lago di Ginevra, Trump e Zelensky tornano a parlarsi faccia a faccia mentre il G7 promette nuova pressione su Mosca; a Lussemburgo il Consiglio Affari Esteri dell’Unione europea vara nuove sanzioni contro la Russia e, lo stesso giorno, rinuncia a colpire un ministro israeliano; a Bruxelles, dopo due anni di stallo, si aprono finalmente i primi capitoli dei negoziati di adesione di Ucraina e Moldova.

Non sono episodi isolati: secondo l’ultimo Economic Outlook dell’Ocse, la crisi in Medio Oriente è diventata il principale fattore di rischio per la crescita globale nel 2026, capace di condizionare mercati energetici, commercio e investimenti ben oltre i confini della regione. Raccontati separatamente dalla cronaca quotidiana, questi episodi dicono qualcosa di preciso su dove si trovi oggi l’Europa nel mondo che si va ridisegnando.

Hormuz si riapre, l’Europa resta fuori dalla porta

L’intesa tra Washington e Teheran, confermata nella notte tra il 14 e il 15 giugno e firmata digitalmente da Trump, dal vicepresidente Vance e dal capo negoziatore iraniano Ghalibaf, prevede la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso quello libanese. Il contenuto integrale resterà riservato fino alla firma ufficiale del 19 giugno in Svizzera: si parla di una bozza in 14 punti, con il nodo nucleare ancora aperto.

La riapertura dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, richiede inoltre uno sminamento preventivo prima che le petroliere possano tornare a navigare in sicurezza. Trump ha rincarato la posta, avvertendo che se Teheran non arriverà a un’intesa nucleare definitiva gli Stati Uniti riprenderanno le operazioni militari, oppure si offriranno come “garante del Medio Oriente” in cambio del 20% delle entrate della regione — una formula che la Casa Bianca non ha ancora chiarito nei dettagli.

Sui mercati l’effetto è stato immediato: il petrolio è arretrato dai 120 dollari toccati al picco della crisi fino a circa 80, le borse asiatiche ed europee hanno aperto la settimana con forti rialzi, Piazza Affari ha superato per la prima volta i 52mila punti e anche Wall Street ha festeggiato, con il Nasdaq sopra il +3% e il Bitcoin tornato verso i 67mila dollari. Ma il dettaglio che dice più di tutti riguarda chi sedeva al tavolo: l’Unione europea, come soggetto politico, è rimasta esterna alla mediazione, lasciata a Qatar e Pakistan.

Per l’Italia si è, invece, aperta una finestra diversa — due cacciamine già posizionati tra Gibuti, Rimini e Gaeta, con Meloni che ha subordinato qualunque presenza navale a Hormuz all’autorizzazione del Parlamento e a un cessate il fuoco solido.

Sullo sfondo resta un’incognita non banale: Israele ha definito l’accordo non vincolante per sé, tanto che martedì gli eurodeputati hanno discusso con l’alta rappresentante Kallas della necessità di una de-escalation — un dibattito parlamentare, non un posto al tavolo dei negoziati.

Kiev avanza, e questa volta l’Europa c’è

A margine del G7 di Évian (15-17 giugno), Trump e Zelensky si sono incontrati faccia a faccia per la prima volta in quasi quattro mesi, in un trilaterale con Macron che ha riacceso la possibilità di un negoziato diretto con Mosca. Più del photo-op conta la dichiarazione congiunta dei Sette: impegno a incrementare le forniture di sistemi di difesa aerea e capacità a lungo raggio, e un passaggio finora inedito — la disponibilità a valutare l’estensione a Kiev delle licenze per produrre in patria missili intercettori antibalistici. Il cancelliere tedesco Merz ha parlato di un clima di forte intesa transatlantica ed europea emerso dai colloqui, mentre Regno Unito e Germania hanno convocato per il 18 giugno una nuova riunione del formato Ramstein al quartier generale Nato di Bruxelles.

Zelensky è arrivato direttamente da Évian al Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, dove i leader dovrebbero ribadire il doppio binario voluto da Costa — sostegno a Kiev e pressione su Mosca — con l’adozione attesa di un ventunesimo pacchetto di sanzioni mirato a banche, reti di criptovalute, produzione di droni e settore della raffinazione. Il vertice arriva a pochi giorni dall’apertura ufficiale dei primi cinque capitoli negoziali — il cosiddetto cluster “Fondamentali” — per l’adesione di Ucraina e Moldova, dopo due anni di blocco voluto dall’allora premier ungherese Viktor Orbán. Non è un dettaglio procedurale: un alto funzionario europeo ha indicato che ci si attende ora conclusioni a ventisette sul dossier ucraino, proprio in seguito alla sconfitta elettorale di Orbán e al debutto di Péter Magyar al tavolo dei leader Ue. È esattamente il filo che seguivamo in aprile, quando avevamo raccontato la sconfitta di Orbán dopo sedici anni e la maggioranza dei due terzi conquistata da Magyar: un voto locale, in un paese di meno di dieci milioni di abitanti, che tre mesi dopo riscrive gli equilibri dell’intero processo di allargamento europeo.

Dietro l’impegno politico c’è una struttura finanziaria già collaudata: il prestito da 90 miliardi di euro deciso dal Consiglio europeo nel dicembre 2025 — 60 miliardi per la difesa, 30 per il sostegno al bilancio di Kiev — finanziato tramite debito comune e garantito da 24 dei 27 Stati membri, con Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca esentate dagli obblighi finanziari. Anche questo meccanismo era rimasto bloccato per mesi da un diverso veto ungherese, sciolto solo in aprile, in coincidenza con la riapertura dell’oleodotto Druzhba. A completare il quadro, la notizia forse più sorprendente della settimana: il presidente del Consiglio europeo Costa ha annunciato un primo contatto diplomatico con Mosca — il primo segnale di apertura di Bruxelles verso la Russia dall’inizio dell’invasione del 2022.

Lussemburgo, e la coerenza che si ferma a metà strada

È nel Consiglio Affari Esteri del 15 giugno, a Lussemburgo, che le due velocità europee si toccano più da vicino. I ministri hanno discusso la guerra russa in Ucraina in videoconferenza con l’omologo di Kiev Sybiha, lo stato delle relazioni con la Cina e la situazione nel Caucaso meridionale, durante una colazione informale con il ministro degli Esteri armeno Mirzoyan — un’agenda che mostra quanto l’Unione si muova con disinvoltura quando i dossier sono già istituzionalizzati. Lo stesso giorno, però, il Consiglio ha approvato nuove sanzioni contro 34 individui e 47 entità legate al complesso militare-industriale russo, inserendo nella lista nera anche Lukoil-Siberia Occidentale, mentre Kallas ha motivato la scelta sottolineando come le entrate energetiche restino un’ancora di salvezza per l’economia russa in difficoltà.

Nello stesso pomeriggio, il Consiglio ha invece rinunciato — per il veto della Repubblica Ceca e la conseguente mancanza di unanimità — a sanzionare il ministro israeliano Ben Gvir, nonostante settimane di pressioni guidate dalla Spagna e l’adesione della maggioranza dei 27, Italia compresa (che però non ha emanato sanzioni proprie, a differenza della Francia). Resta inoltre ancora al vaglio del Consiglio la proposta di restringere il commercio con gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Mosca riceve provvedimenti quasi in automatico, attraverso un meccanismo sanzionatorio che l’Unione ha ormai reso di routine; Tel Aviv, anche di fronte a episodi che hanno indignato diverse cancellerie europee, resta protetta dalla regola dell’unanimità e dal veto di un singolo Stato membro.

Quando l’Europa sceglie di non scegliere

Tre tavoli, una sola domanda di fondo: quando ha voce l’Europa? La risposta che emerge da questa settimana non è binaria — e non è nemmeno, a guardare bene, una questione di volontà politica. È una questione di architettura istituzionale. Su Kiev e sulla Russia l’Unione dispone di meccanismi già rodati — pacchetti di sanzioni che si rinnovano per inerzia, un prestito già strutturato, un processo di adesione con le sue tappe — e su quel binario riesce a muoversi con compattezza reale, capace persino di assorbire lo sblocco di un veto che sembrava insormontabile. Sul Golfo, dove la partita si gioca tra Washington, Teheran e mediatori regionali e dove non esiste un meccanismo europeo preesistente da attivare, l’Unione resta sostanzialmente spettatrice, lasciando ai singoli Stati membri — l’Italia in testa, con la sua disponibilità navale — il compito di colmare il vuoto. E quando si tratta di rompere con la routine, decidendo per la prima volta di sanzionare un ministro di un alleato come si sanzionano da anni i funzionari russi, l’unanimità smette di essere una regola di garanzia e diventa l’alibi perfetto per non scegliere.

Non è un’Europa assente, né un’Europa ipocrita. È un’Europa che illumina le connessioni già tracciate, e lascia nell’ombra quelle che richiederebbero il coraggio di tracciarne una nuova. Sta agli osservatori, come a noi, accendere la luce dove Bruxelles preferisce non guardare.

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