I 150 anni di Grazia Deledda, narratrice instancabile della sua terra

La mattina del 10 dicembre 1927, nella gelida città di Stoccolma, la scrittrice sarda Grazia Deledda riceve il Premio Nobel per la letteratura – assegnatole “per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi” -, divenendo la prima – e fino a oggi l’unica – scrittrice donna italiana ad aver ricevuto tale onorificenza.

La Deledda, dall’alto della sua statura minuta e con tutta la voce che riuscì a tirar fuori da un corpo tanto esile, ringraziò l’Accademia di Stoccolma con un discorso memorabile: “Sono nata in Sardegna; la mia famiglia è composta di gente savia, ma anche di violenti e di artisti produttivi”. Un riferimento alla sua terra natia, dunque, che ha sempre avuto un ruolo predominante nelle sue opere.

Una storia non semplice, quella della Deledda, che si inserisce in un contesto prepotentemente patriarcale. Una vita difficile – a voler usare un termine eufemistico -, ma costellata di tanto coraggio e di voglia di far sentire la propria voce, come era solita affermare la scrittrice: “Sono piccina piccina, sono piccola anche in confronto delle donne sarde che sono piccolissime, ma sono ardita e coraggiosa come un gigante e non temo le battaglie intellettuali”.

Una storia da ricordare sempre, ma in particolare oggi, in occasione del centocinquantesimo anniversario della sua nascita. 

Una vita (quasi sempre) difficile 

Grazia Deledda nacque il 27 settembre 1871 a Nuoro, in Sardegna, quarta di sette figli. Allevata in una famiglia benestante – il padre era un imprenditore e ricoprì, nel 1863, anche la carica di sindaco della città – la scrittrice frequentò le scuole fino alla quarta elementare, per seguire poi un’istruzione prettamente domestica, finché non decise di proseguire gli studi da autodidatta. La famiglia fu colpita da diverse tragedie: Santus, il fratello maggiore, sviluppò una dipendenza dall’alcol, mentre il più giovane, Andrea, fu arrestato per piccoli furti. Nel 1892, poco più che ventenne, la Deledda dovette affrontare il lutto del padre e le conseguenti difficoltà economiche. Quattro anni più tardi morì anche la sorella Vincenza.

Nel 1899, trasferitasi a Cagliari, fece la conoscenza di Palmiro Modesani – un funzionario del Ministero delle finanze -, che sposò a Nuoro l’anno seguente. L’uomo fu più che un compagno di vita: dopo aver appurato il talento della Deledda, infatti, Modesani lasciò il suo lavoro di funzionario e si dedicò all’attività di agente letterario della moglie. Si trasferirono a Roma – in un villino di via Porto Maurizio, sul litorale romano – e trascorsero una vita appartata e lontana dal caos. La Deledda si dimostrò sempre soddisfatta della sua permanenza nella capitale con il marito, come si apprende dalle parole di una missiva indirizzata a un amico, il critico letterario Domenico Oliva: “Siamo a Roma, nella nostra casetta in fondo al mondo. Ma è tanto bello, quaggiù: una pace, una serenità, una tristezza solenne di esilio!”.

Una soddisfazione che si esprime anche nella sua poetica. Sono questi, infatti, gli anni più prolifici dal punto di vista letterario: la scrittrice concepì alcune delle sue opere più celebri, da Elias Portolu del 1903 a Canne al vento del 1913 – romanzo che le valse il Premio Nobel -, fino alle novelle e alle opere teatrali. A Roma frequentò i maggiori salotti letterari, intrecciando relazioni d’amicizia con personalità quali Sibilla Aleramo, Federigo Tozzi, Marino Moretti. 

Morì in un’afosa giornata di Ferragosto del 1936, a seguito di una lunga malattia di cui non fece mai parola, lasciando incompiuta la sua ultima opera – il romanzo autobiografico Cosima, quasi Grazia -, che apparirà nel settembre dello stesso anno sulla rivista Nuova Antologia. 

La Sardegna mitica nelle sue opere

Sarà probabilmente per la “sardofonia” che la critica le ha sempre affibbiato e che l’ha ingiustamente e frettolosamente relegata alla corrente Verista, ridimensionando la sua importanza letteraria, o forse per il rancore che i suoi concittadini provavano nei confronti delle sue opere, accusate di descrivere una Sardegna legata a doppio filo ai costumi e ai riti ancestrali del posto, fatto sta che la Deledda non è mai riuscita ad appropriarsi di quel merito letterario che anche il Premio Nobel aveva provato ad attribuirle. 

Grazia Deledda, dopotutto, rappresenta la Sardegna più pura e genuina: la vive intimamente, la immagina, la racconta. Ed è alla Sardegna che la scrittrice affida il suo successo, pur sempre nel manifesto timore di non meritarlo: “Talvolta mi avviene di pensare con commozione, che se io conto qualcosa nella letteratura italiana, lo devo tutto alla mia Isola santa. L’ho nel cuore, come si ha nel cuore la casa della madre e del padre”.

Lo stile della Deledda non si può classificare in un unico e asettico genere letterario, sebbene alcuni abbiano avuto l’ardire di definirla una scrittrice verista, altri addirittura decadentista. Ma le sue opere non sono catalogabili, possedendo una natura multiforme; la penna della Deledda, infatti, descrive una terra ricca di tradizione, ma anche di tante contraddizioni. Attraverso gli occhi della scrittrice si fa esperienza della Sardegna più vera e autentica, vivendo le leggende che la animano sulla propria pelle. 

Ed è questo lo scopo che si cela dietro ai suoi lavori: “Io non sogno la gloria per un sentimento di vanità e di egoismo, ma perché amo intensamente il mio paese, e sogno di poter un giorno irradiare con un mite raggio le fosche ombrie dei nostri boschi, di poter un giorno narrare, intesa, la vita e le passioni del mio popolo, così diverso dagli altri così vilipeso e dimenticato e perciò più misero nella sua fiera e primitiva ignoranza”. 

I convegni per omaggiarla

L’ISRE (Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna) ha organizzato, fra ottobre e dicembre di quest’anno, tre convegni a Cagliari, Sassari e Nuoro per ricordare e omaggiare l’opera omnia della Deledda, a un secolo e mezzo dalla sua nascita. 

Gli incontri avverranno nelle giornate del 20-21-22 ottobre a Cagliari, 25-26-27 novembre a Sassari e, infine, 9-10-11 dicembre a Nuoro. L’Istituto, inoltre, gestisce anche il Museo deleddiano, che prevede visite anche alla casa natia della scrittrice.

Sugli incontri si è espressa anche la Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, che li ha definiti “un’occasione per ricordare una delle figure culturali più significative della letteratura italiana: un’instancabile narratrice della sua terra e della nostra storia, conosciuta ed amata in tutto il mondo, e che rappresenta da sempre un grande simbolo di riscatto, emancipazione e progresso”. 

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