Il 35% degli italiani utilizza abitualmente strumenti di Intelligenza Artificiale per informarsi su patologie, sintomi e temi legati alla salute. È questo il dato più significativo che emerge dall’indagine Censis “Gli italiani, l’IA e la salute: percezioni, comportamenti e differenze di genere”, presentata a Roma durante l’evento “Salute al femminile. La conoscenza che cura”, promosso da Farmindustria. Un trend in forte crescita che, se da un lato mostra la familiarità della popolazione con le nuove tecnologie, dall’altro accende un importante campanello d’allarme sui rischi legati all’automedicazione digitale.
Affidarsi a chatbot o assistenti virtuali per interpretare sintomi o, peggio, per stabilire terapie in autonomia comporta pericoli medici concreti come l’effetto allucinazione e in cui sistemi di IA generativa possono inventare o rielaborare in modo errato correlazioni mediche, fornendo risposte apparentemente autorevoli ma prive di fondamento scientifico.
Poi c’è il tema dei ritardi diagnostici. Sostituire il consulto specialistico con un responso digitale, infatti, rischia di rassicurare falsamente il paziente, ritardando l’accertamento di patologie gravi. Infine c’è il grande problema delle terapie incongruenti. L’automedicazione basata su input algoritmici espone al rischio di interazioni farmacologiche pericolose e dosaggi scorretti, mancando la personalizzazione che solo l’occhio clinico può garantire.
Nello scenario attuale, l’IA deve essere intesa come uno strumento di supporto alla ricerca o all’organizzazione, mai come un sostituto del medico, cosa che – invece – sta avvenendo.
Le differenze di genere e l’approccio prudente delle donne
I dati Censis evidenziano come il genere femminile rappresenti un vero e proprio “scudo” contro le derive della sanità algoritmica. Le donne dimostrano un approccio decisamente più responsabile e orientato alla tutela della salute familiare rispetto ai maschi. Il 92,3% delle donne, infatti, ritiene indispensabile verificare sempre le informazioni ottenute tramite IA con il proprio medico di riferimento (contro l’88% degli uomini) e il 65,3% dichiara di non sentirsi affatto a proprio agio nell’affidarsi esclusivamente a un sistema di intelligenza artificiale per questioni sanitarie, manifestando una profonda consapevolezza sul rischio di notizie false.
La Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella, ha evidenziato come l’innovazione tecnologica rappresenti una straordinaria opportunità per la medicina di genere e per la conciliazione dei percorsi di cura, ma ha posto un fermo paletto etico e sociale: “La conoscenza e le nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale devono servire a includere, a colmare i divari e a favorire le pari opportunità, non a creare nuove solitudini o asimmetrie pericolose. Il dato del Censis sulla prudenza delle donne ci dice che il ‘fattore umano’ e la centralità della persona rimangono insostituibili. La salute non può essere delegata a un algoritmo senza la mediazione della responsabilità medica e di una corretta health literacy (alfabetizzazione sanitaria)”.
La sfida del futuro, dunque, non sarà respingere l’IA, ma governarla affinché rimanga un’alleata della clinica, guidata dalla consapevolezza dei cittadini e dal primato umano del medico.






