Il prossimo 4 luglio, giorno in cui gli Stati Uniti festeggeranno il 250º anniversario della loro indipendenza con spettacoli arei, giochi pirotecnici e parate nella capitale, accadrà qualcosa di simbolicamente molto diverso: il primo Pontefice nato negli Stati Uniti sarà a Lampedusa, l’isola simbolo dell’accoglienza verso chi fugge da guerra e povertà nel Mediterraneo.
Negli Stati Uniti questa scelta papale non è passata inosservata. Molti media e commentatori americani l’hanno letta come un colpo politico diretto contro l’Amministrazione del presidente Donald Trump e, in particolare, verso il vicepresidente J.D. Vance, che nel maggio scorso aveva personalmente portato a Roma l’invito ufficiale per far partecipare il Papa alle celebrazioni del “Freedom 250”.
Avevano in molti pronosticato che Papa Leone XIV, cresciuto a Chicago e considerato cattolico “di casa” negli Stati Uniti, non avrebbe rifiutato quell’invito. Invece il Vaticano ha declinato l’offerta in modo netto, chiarendo che non è nei piani del Pontefice recarsi negli Usa nel 2026. Questa decisione è stata immediatamente definita oltreoceano come un “rifiuto imbarazzante”, la prova che il Papa non intende essere sfruttato come veicolo di propaganda per la Casa Bianca.
La scelta di fissare la visita a Lampedusa proprio nel giorno della parata di Washington viene interpretata da molti come un gesto deliberato di distanza. In effetti, Papa Leone avrebbe potuto programmare il viaggio sull’isola italiana in una data vicina ma diversa: farlo nel pieno dell’Independence Day americano, secondo diversi osservatori, ha un significato politico preciso.
Negli ambienti politici e mediatici statunitensi si parla di un Vance in difficoltà, anche perché, secondo alcune fonti, il presidente lo avrebbe rimproverato per non aver gestito al meglio il rapporto con il Vaticano. Alcuni commentatori ipotizzano addirittura che possa esserci una risposta contro il Papa attraverso il social Truth o persino una critica durante il prossimo discorso sullo Stato dell’Unione.
La decisione di bypassare l’opulenta celebrazione di Washington per recarsi a Lampedusa, nota in tutto il mondo come simbolo delle rotte migratorie, viene letta negli Usa come una presa di posizione contro la retorica di chiusura dei confini cara alla maggior parte dell’attuale classe politica americana. Mentre Trump accende i riflettori sulla grandezza nazionale e sui simboli della nazione, Papa Leone sceglie di dare visibilità a chi rischia la vita per cercare libertà, appellandosi a un “obbligo morale” di accoglienza.
Questa interpretazione ha trovato ampia risonanza sia sui social network americani sia sulla stampa di oltreoceano, con commenti duri, anche da parte di testate influenti come Time. Prima di essere eletto Pontefice, Robert Prevost aveva spesso sottolineato con orgoglio la sua condizione di “discendente di immigrati”, rendendo la questione dell’accoglienza non solo un principio, ma anche un elemento profondamente personale della sua visione.
L’evento di quest’anno non si limita però a un episodio isolato: è considerato l’ultimo segnale di una frattura sempre più profonda tra la Santa Sede e l’Amministrazione americana. Negli ultimi mesi Papa Leone ha criticato apertamente le politiche di deportazione e le repressioni messe in atto dagli Stati Uniti. A settembre aveva persino messo in discussione la coerenza “pro-life” di chi sostiene trattamenti inumani verso i migranti.
Non si è trattato solo di parole: il Papa ha preso decisioni concrete per ridurre l’influenza dei vertici ecclesiastici statunitensi più vicini alla Casa Bianca, nominando al posto dell’arcivescovo di New York, notoriamente amico di Trump, un vescovo noto per la sua posizione favorevole ai migranti. Inoltre, la Santa Sede ha deciso di non aderire al “Board of Peace”, l’iniziativa diplomatica proposta dall’Amministrazione Trump, preferendo affidarsi a organismi multilaterali come le Nazioni Unite per affrontare le crisi internazionali.







