Quando il 1° marzo 2026 un drone di fabbricazione iraniana ha colpito la pista della base RAF di Akrotiri, nel cuore del Mediterraneo, molti hanno guardato alla mappa con occhi nuovi. Cipro non è lontana. E la guerra, che molti europei avevano ancora la tentazione di leggere come un conflitto “laggiù”, ha improvvisamente bussato alla porta di casa.
Nei giorni successivi, il quadro si è ulteriormente aggravato: un missile balistico lanciato dall’Iran e diretto verso una base britannica a Cipro ha deviato dalla traiettoria ed è stato abbattuto dai sistemi di difesa NATO sopra la provincia turca di Hatay, nel sud della Turchia. Due paesi NATO — la Turchia, membro dell’Alleanza, e il Regno Unito, con le sue basi come territorio d’oltremare — sono stati sfiorati direttamente dall’escalation. L’Europa non è più solo spettatrice.
L’Articolo 5: uno scudo con molte clausole
Il dibattito pubblico di questi giorni ha fatto rimbalzare ovunque il riferimento all’Articolo 5 del Trattato NATO, quello della difesa collettiva. Vale la pena chiarirlo, perché spesso viene frainteso: l’Art. 5 non è un automatismo militare. Stabilisce che un attacco a uno Stato membro sarà considerato un attacco a tutti, ma lascia a ciascun paese la piena discrezionalità sulle “azioni che ritiene necessarie”, inclusa — ma non limitata a — la forza militare.
Non a caso, il Segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha già escluso pubblicamente che l’episodio turco configuri un caso Art. 5. Il Segretario Generale NATO Mark Rutte ha dichiarato che l’Alleanza “difenderà ogni centimetro di territorio NATO se necessario”, ma il condizionale pesa. Nel frattempo, la Turchia ha convocato l’ambasciatore iraniano, il presidente Erdoğan ha parlato di “misure necessarie” e ha chiesto all’Iran di non allargare il conflitto. Ankara — che confina per 500 chilometri con l’Iran, che intrattiene con Teheran rapporti commerciali storicamente significativi e che si era opposta all’operazione militare USA-Israele sin dal primo giorno — si trova ora in una posizione sempre più difficile. Deve gestire la pressione americana che le chiede di aprire basi e spazio aereo, e allo stesso tempo evitare di diventare bersaglio di una rappresaglia iraniana non cercata.
La Spagna che dice no — e le conseguenze
In questo scenario di pressioni incrociate, emerge con forza il caso spagnolo. Pedro Sánchez ha rifiutato categoricamente l’uso delle basi militari congiunte di Rota e Morón — due snodi strategici fondamentali per la Sesta Flotta americana e per il sistema antimissile NATO nel Mediterraneo — per operazioni offensive contro l’Iran. La risposta di Washington è stata immediata e brutale: Trump ha definito la Spagna un alleato “terribile” e ha annunciato l’interruzione delle relazioni commerciali. Una quindicina di aerei militari americani hanno lasciato le basi andaluse e si sono riposizionati a Ramstein, in Germania.
Sánchez ha risposto con un discorso netto davanti ai media: “La domanda non è se stiamo dalla parte degli ayatollah. La vera domanda è se stiamo dalla parte della legalità internazionale.” Ha ricordato l’Iraq del 2003, il “trio delle Azzorre” — Bush, Blair, Aznar — e le conseguenze di quella guerra in termini di insicurezza globale. Un messaggio politico preciso, che ha trovato consenso in larga parte dell’opinione pubblica europea.
La vicenda Spagna-USA rivela una tensione che attraversa l’intera Europa: fino a che punto la fedeltà atlantica obbliga a partecipare — anche solo logisticamente — a operazioni militari che molti governi considerano contrarie al diritto internazionale?
L’Italia: né sì né no, ma l’ambiguità ha un prezzo
La posizione italiana è, come spesso accade, più sfumata e più fragile. Il governo Meloni non ha ricevuto una richiesta formale di utilizzo delle basi da parte americana — e su questo terreno si è mosso prudentemente, rimandando ogni decisione a un eventuale “passaggio parlamentare”. Una formulazione che suona garantista, ma che in realtà apre molti spazi di discrezionalità, come hanno fatto notare costituzionalisti e opposizioni.
Il M5S e il PD chiedono un “no” esplicito, sul modello spagnolo. Ma Palazzo Chigi non si è ancora espresso in quella direzione. Intanto, basi come Sigonella, Aviano e il sistema MUOS a Niscemi sono già — per definizione tecnica — integrate nell’infrastruttura militare USA. Parlare di “autorizzazione” per operazioni cinétiche è corretto, ma la linea tra supporto passivo e coinvolgimento attivo è sottile.
Meloni ha incontrato Mattarella al Quirinale in un clima descritto come “il momento più difficile degli ultimi decenni”. Il primo contatto diretto con Washington dall’inizio del conflitto è avvenuto tramite una telefonata tra il ministro Tajani e il Segretario di Stato Rubio. Roma tratta, osserva, e — per ora — evita di prendere posizioni nette.
Il capitolo Putin: una narrativa che spacca
C’è un elemento che ha animato il dibattito domestico e merita attenzione. Nella sua prima dichiarazione pubblica sull’Iran, rilasciata al TG5 tre giorni dopo l’inizio degli attacchi, Meloni ha collegato la crisi mediorientale all’invasione russa dell’Ucraina: “Una crisi del diritto internazionale che è inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina.” La risposta dell’ambasciata russa a Roma non si è fatta attendere: ha contestato questa lettura definendola “menzogna”, e ha ricordato che le violazioni della Carta ONU da parte occidentale hanno precedenti ben più antichi — dalla Jugoslavia all’Iraq, dalla Libia fino all’Iran di oggi.
Al netto delle polemiche, la questione ha un nucleo geopolitico reale. La guerra in Ucraina ha esaurito le scorte di difesa europee, ha messo sotto pressione il consenso atlantico e ha indebolito la capacità dell’UE di parlare con una voce unica su crisi successive. L’Iran è, in questo senso, anche un test di coerenza: chi ha sostenuto il principio di sovranità e diritto internazionale contro Mosca, può oggi tacere di fronte a un’operazione militare che bypassa il Consiglio di Sicurezza ONU e non è stata nemmeno comunicata in anticipo ai partner europei?
Il Mediterraneo non è più lontano
Cipro colpita, la Turchia sfiorata, la Spagna sotto pressione commerciale, l’Italia in posizione d’attesa. La guerra in Iran non è più una crisi regionale con effetti limitati. È diventata il banco di prova di un ordine internazionale che sta cedendo su più fronti simultaneamente.
L’Europa si trova a dover scegliere tra due fedeltà difficili: quella atlantica, che implica complicità o almeno silenzio; e quella al diritto internazionale, che imporrebbe una voce critica. Sánchez ha scelto. Gli altri — Italia compresa — tacciono, aspettano, o trovano colpevoli altrove.
La lanterna, per ora, illumina un corridoio buio. E nessuno sa ancora dove porta.

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