Il mondiale di Trump che parla europeo

Donald Trump avrebbe voluto che questo Mondiale fosse anche il suo. La coppa alzata sotto i riflettori, la finale trasformata in una celebrazione dello spettacolo americano, o la presenza costante del presidente sul palco e nelle inquadrature: tutto concorreva a costruire l’immagine di un evento che fosse, prima ancora che calcistico, un grande show a stelle e strisce.

Eppure, proprio nel momento della massima esposizione, è emersa una contraddizione che racconta molto. Per quanto gli Stati Uniti abbiano ospitato la manifestazione e per quanto Trump abbia cercato di monopolizzarne la narrazione, il Mondiale ha dovuto inchinarsi a una realtà molto semplice: il calcio continua ad avere il suo baricentro in Europa.

Lo dimostrano gli orari delle partite più importanti, modellati sulle esigenze delle televisioni europee e non sul pubblico americano. Per il football statunitense sarebbe impensabile adattare il Super Bowl ai fusi orari di un altro continente. Il calcio, invece, continua a riconoscere dove batte il suo cuore economico e mediatico. Certamente non a Washington, non a New York, ma tra Madrid, Milano, Parigi e Berlino.

È un paradosso dal forte valore simbolico. Il presidente che ha costruito parte della propria identità politica contrapponendo gli Stati Uniti all’Unione europea, spesso dipinta come un rivale da contenere, si è trovato a celebrare un evento globale che, nella sua organizzazione concreta, continua a ruotare attorno al mercato europeo. Per quanto gli Stati Uniti possano investire, ospitare e spettacolarizzare, il calcio resta profondamente eurocentrico.

È stato anche il Mondiale dello show, una ricerca quasi ossessiva dell’evento nell’evento. Una cifra perfettamente coerente con la cultura sportiva americana, dove il contorno spesso pesa quanto il campo. Ma proprio mentre gli stadi si riempivano di musica e spettacolo, fuori dall’arena il mondo continuava a seguire un copione assai meno rassicurante.

Gli Stati Uniti restavano coinvolti nelle grandi crisi internazionali, sostenendo Israele mentre la guerra a Gaza proseguiva, nonostante l’attenzione mediatica globale si fosse in gran parte spostata altrove. La spettacolarizzazione dello sport, ancora una volta, ha offerto al pubblico una parentesi capace di oscurare, almeno temporaneamente, conflitti che continuano a produrre vittime e instabilità.

Infine, la finale. Due squadre latine, espressione di quella parte del continente americano che più di ogni altra ha trasformato il calcio in identità, appartenenza e cultura popolare. Una coincidenza, naturalmente. Ma anche un’immagine dal forte valore simbolico. Perché mentre una certa retorica politica americana continua a guardare con diffidenza il mondo latino, è stato proprio quel mondo a regalare l’epilogo più affascinante del torneo.

Il Mondiale americano avrebbe dovuto sancire la definitiva americanizzazione del calcio. Ha finito invece per ricordare il contrario: che questo sport può cambiare palcoscenico, ma non il proprio baricentro culturale. Gli Stati Uniti possono organizzarlo, amplificarlo, trasformarlo in spettacolo. Trump può persino provare a farne un’estensione della propria immagine. Ma il calcio continua a parlare soprattutto europeo. E, quando arriva il momento decisivo, spesso anche latino.

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