Il peso del referendum e l’incertezza della legislatura

Il 22 e il 23 marzo corrente abbiamo tirato le somme. Il popolo avrebbe dovuto decidere su un quesito referendario di massima importanza, su un tema che ci riguarda davvero tutti: la giustizia. Dopo qualche mese di campagna referendaria molto accesa, di uno scontro diretto nel merito della riforma costituzionale e della propaganda delle parti, la sovranità popolare si è espressa. Lo ha fatto con un No netto: il quesito costituzionale sulla separazione delle carriere, l’Alta Corte, il sorteggio, il conseguente sdoppiamento del CSM non andava bene. Il voto popolare è stato inaspettato e sorprendente. Non che i sondaggi avessero indicato una situazione molto diversa, ma ciò che ha stupito in larga parte è proprio il dato dell’affluenza.

C’è un anticorpo silenzioso che si mette in atto ogni qualvolta si senta odore di qualcosa che non funzioni, che si voglia legiferare male, che ci sia menzogna o superficialità. Un moto spontaneo che non vediamo, completamente scollegato dalla politica. A differenza della prima repubblica, l’identità politica non c’è più. Il popolo non vota quasi più per appartenenza, ma per speranza. Le classi politiche, spesso generando governi instabili, non rispettano i programmi elettorali, difficilmente si concentrano su tematiche vicine ai cittadini, non comunicano più e, quando lo fanno, generano confusione.

Allora il popolo si ribella e, talvolta, lo fa sfruttando ogni mezzo, anche un quesito referendario. Quesito che, in ogni caso, presentava diverse criticità ed era scritto frettolosamente, senza adeguata consultazione parlamentare, nonché privo di un serio e concreto apporto delle opposizioni. L’unica riforma che il governo Meloni ha offerto sul piatto, nonché, probabilmente l’ultima: una manovra scivolosa contro gli stessi promotori, un silente sabotaggio politico che condurrà o a un rimpasto o a elezioni anticipate. In nessun caso si tratta di una vittoria. Non solo il testo non risolveva i problemi della giustizia radicati in profondità (uno tra tanti, la lentezza dei processi civili e penali), ma è stato promosso da due attori che entravano in contraddizione tra loro. Da un lato, il fronte del Sì svolgeva un lavoro professionale, coinvolgendo avvocati, giuristi, costituzionalisti, giudici.

Dall’altro, Meloni, Nordio, Delmastro, Bartolozzi, Tajani e Salvini affossavano completamente quel lavoro, uscendo dal merito del testo e trasformando il tutto in una vera e propria lotta accesa tra magistratura e politica. Lotta che, al culmine dei toni, è stata richiamata dal Presidente della Repubblica Mattarella, invitando al rispetto reciproco delle parti. Non che l’Anm avesse avuto toni pacati: la stessa associazione ha festeggiato al termine del risultato elettorale cantando e brindando, quindi sporcando l’immagine di imparzialità che la magistratura, tutta, deve avere per Costituzione.

Al fine di accentuare lo scontro, casi di cronaca come Garlasco, la famiglia del bosco, Enzo Tortora e diversi errori giudiziari sono stati presi come esempio di una giustizia che non funziona, confondendo gli errori giudiziari (quindi non dolosi) con gli illeciti derivanti da condotte dolose o negligenti di magistrati, facendo apparire la riforma come la panacea di tutti i mali giudiziari, quando, purtroppo, non avrebbe certo modificato una tale situazione.

Emotivamente, il ricordo del caso Tortora pesa anche nell’opinione pubblica, come per chiunque sia stato vittima di gravi errori giudiziari. Errori che, certamente, devono essere attenzionati dal CSM anche bloccando, in alcuni casi, l’avanzamento di carriera del singolo magistrato. Affinché il tutto non scadesse in una retorica qualunquista, era necessario non scadere in un ragionamento giuridico contraddittorio: secondo alcuni sostenitori della riforma, tutti i processi avrebbero dovuto condurre ad una condanna, e l’assoluzione in sede processuale sarebbe stata una patologia del sistema. Così, si sarebbe contraddetta l’essenza del processo penale, che ha lo scopo di accertare la verità processuale, con un soggetto che è considerato innocente fino a sentenza definitiva.

A condire il tutto, gli scivoloni del ministro della Giustizia Nordio, i concetti completamente inesatti sul diritto espressi anche dalla Premier, le gravi frasi di Bartolozzi e la condotta di Delmastro che, pur non essendo direttamente collegata alla riforma, ha sporcato ulteriormente quell’immagine super partes e attenta che dovrebbe avere il ministero della Giustizia. Insomma, una serie di errori che hanno fatto in modo che il quesito referendario si affossasse, anche rafforzato da una rabbia collettiva per un governo che, sul piano internazionale, ha commesso errori che hanno pesato moltissimo sull’opinione pubblica. Tanto per citarne un paio, il doppiopesismo tra Russia e Israele su sanzioni e condanne e l’amicizia con Trump, coinvolgendo anche il nostro paese negli effetti economici e sociali di una violenta guerra non molto lontana dalle nostre porte.

Alea iacta est: il nostro governo ha risentito del risultato referendario, con un record di esponenti politici dimessi, indagati e condannati. Resta da comprendere se si risveglierà più forte, sgomberando il campo da politici che hanno reso la sua immagine fragile e fallimentare. Il risultato, altrimenti, sarebbe un cambio di governo in un momento in cui non possiamo permettercelo.

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