Un libello che stampa il passato sulle orme lasciate dal presente. Un passato molto diverso dall’immagine che possediamo come di tempo sbiadito e per questo anche un po’ consolatorio.
Il Podere dell’ex militare lucano Donato Matera è la microstoria a cui nessuno di noi è abituato nel quotidiano delle grandi notizie di guerra, economia e politica che invadono la nostra attualità permanentemente.
Un lavoro quello del lavellese Donato Matera, originario di Andria, che riporta alla memoria il peso delle scelte in una società che tanto sembra arcna e remota, quanto però è vicinissima alla geopolitica contemporanea non solo delle aree di conflitto internazionale ma anche dell’Italia regionale. Un sussidiario di testimonianze documentali, fotografiche e aneddotiche che computa la mente del lettore attraverso una storia che esula dal mero autobiografismo ma che recupera il valore del commentario moraviano in una sede particolarmente democratica del testo.
La parola che Donato Matera pronuncia sulla pagina del libro narra la ruralità del Meridione postbellico, la disciplina dei padri allontanati dalla guerra, le incombenze dei soprusi subiti dalla povertà, i sacrifici delle promesse, i contadini che intonano i loro canti di speranza verso un cambiamento inatteso e perso. Una storia della fede umana.
I nervi dello scrittore sia gitano davanti alla nostalgica coscienza visiva dei casolari di famiglia abbandonati dalla fame, delle terre incolte lasciate dalle amministrazioni della cosiddetta “civiltà della prudenza”, e dall’abbattimento delle identità sociali e comunali da cui il Meridione, e in particolare, la Basilicata, non è più riuscita a riprendersi nella radice culturale popolare.
Proiezioni di immaginarie tribù antiche e non città, sono le immagini che pur dalla fotografia appaiono diversamente all’autore, che chiude gli occhi appena posa la penna sull’immagine della sua terra.
La scrittura di Matera è l’esempio di quanto la nostra società abbia bisogno di rileggere i colori del suo passato storico, e non teorico, oltre il bianco e il nero lapidario delle foto.
Un invito a leggere la direzione del nostro tempo di percorrenza, ma anche di giacenza della felicità smarrita.







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