Il richiamo di Mattarella e la necessità di una diplomazia collettiva

Le parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, pronunciate ieri a Lubiana, risuonano come un monito severo, privo di giri di parole: l’episodio dei droni russi penetrati nello spazio aereo polacco rappresenta “un fatto gravissimo” che ci porta su un crinale pericoloso, quello che può scivolare nel baratro di una violenza incontrollata. Non è retorica, ma un avvertimento lucido, che attinge alla memoria storica: nel luglio del 1914 nessuno immaginava che l’assassinio di Sarajevo avrebbe innescato la catena di errori e rigidità diplomatiche sfociata nella Prima Guerra Mondiale. Eppure accadde.

Mattarella ha invitato a guardare in faccia questo rischio: la storia non è un eterno ritorno ciclico, come sosteneva Gian Battista Vico, ma un terreno minato che ripropone precedenti già vissuti. Il passato che ritorna non è un fenomeno filosofico, ma una minaccia concreta, un errore già compiuto che rischia di ripetersi sotto nuove forme.

In un quadro internazionale instabile, il richiamo non riguarda solo l’incidente in Polonia. Attorno a quell’episodio ruota un mosaico di tensioni globali che compongono un quadro drammatico. L’Ucraina continua a subire bombardamenti quotidiani e risponde con resistenza crescente. La Russia mantiene un atteggiamento aggressivo, non solo militare ma anche retorico, con messaggi di sfida all’Europa e all’Occidente.

Contemporaneamente, il Medio Oriente si incendia: dall’attacco israeliano in Qatar alla catastrofe umanitaria a Gaza, fino al moltiplicarsi di focolai di instabilità che rischiano di travolgere la regione. Sullo sfondo, intanto, si consolida un asse che unisce Mosca, Pechino e Pyongyang, in grado di sommare potenza militare, capacità tecnologica e influenza politica. Un blocco che non si limita a contestare l’Occidente, ma che lavora per proporre un modello alternativo di ordine mondiale.

Questa somma di crisi porta a un rischio evidente: frammentare l’Occidente, dividerlo per costringerlo a rincorrere emergenze senza mai costruire una visione strategica comune.

Le parole del Presidente Mattarella hanno un forte senso politico. In questo scenario, il monito di Mattarella va letto per quello che è: un appello all’unità e alla responsabilità. Non basta più la diplomazia tradizionale fatta di incontri bilaterali e vertici a porte chiuse. È necessaria una diplomazia collettiva, che abbia al centro la prevenzione, la mediazione e la capacità di incidere sugli equilibri globali.

Questo è l’obiettivo di un’Europa coesa, solidale e dove le decisioni dei singoli Stati membri siano rilevanti, ma la sintesi durante le crisi sia fondamentale. L’Unione Europea non può limitarsi a dichiarazioni di circostanza. Deve dimostrare di essere un soggetto politico maturo, capace di parlare con una sola voce e di agire di conseguenza. Non solo nell’ambito delle Nazioni Unite, ma anche come promotrice di un nuovo multilateralismo, che non si pieghi a logiche di parte ma che sappia restituire centralità al diritto internazionale.

È opportuno un Occidente che superi le logiche commerciali, laddove queste sono considerate puramente fini a se stesse e non alla causa diplomatica. È vero: immaginare che gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati mettano da parte gli interessi economici immediati è un’utopia. Ma è proprio il compito della politica e dell’analisi quello di auspicare un salto di qualità, perché senza un orizzonte comune si resta prigionieri di ricatti energetici, dipendenze tecnologiche e fragilità interne. Un blocco occidentale forte deve fondarsi sulla difesa dei valori condivisi, non sul calcolo di convenienza.

Il Presidente Mattarella ha evocato il 1914 non per nostalgia storica, ma per mettere in guardia da un rischio reale: la memoria corta delle istituzioni e dell’opinione pubblica. La Prima Guerra Mondiale scoppiò senza una decisione precisa, ma per inerzia, per orgoglio e per incapacità di mediare. Oggi ci troviamo di fronte a dinamiche non troppo diverse: alleanze contrapposte, comunicazione politica esasperata, diplomazie che si inseguono senza trovare sintesi.

Il pericolo maggiore non è tanto l’episodio singolo (un drone che attraversa un confine, un missile che cade troppo vicino a un obiettivo sensibile), quanto la concatenazione degli eventi. È quella catena di scelte sbagliate che, sommate, rischiano di trascinare interi continenti verso un conflitto che nessuno, in teoria, vuole – ma che, talvolta, pare venga implicitamente utilizzato come strumento di deterrenza verso altrui ingerenze. 

In questo scacchiere, l’UE è chiamata al riscatto. L’Europa ha oggi un’occasione decisiva: dimostrare di non essere solo un mercato comune, ma una comunità politica in grado di difendere la pace e i propri valori. La sua identità, fondata su dialogo, diritti e cooperazione, deve diventare strumento attivo e non semplice cornice ideale. Compatta e inserita in un blocco occidentale che metta al centro la sicurezza e la dignità umana, può davvero fare la differenza.

Il monito di Mattarella è dunque duplice: ricordare che il passato non è un destino inevitabile, e insieme affermare che l’unico antidoto alla guerra è la responsabilità collettiva. La storia insegna che il baratro si apre quando la comunità internazionale smette di credere nella propria capacità di agire.

Oggi quella fiducia va ricostruita, passo dopo passo. Noi analisti dobbiamo ragionarci, la società civile deve auspicarlo, le istituzioni devono farsene carico. Perché la pace non è un’utopia: è il risultato di una volontà politica chiara e condivisa. E se l’Europa saprà assumersi questo ruolo, potrà finalmente riscrivere il proprio posto nel mondo, sottraendosi alla logica della paura e diventando architetto di stabilità.

Non solo per noi, ma per le generazioni che verranno.

1 commento

  1. Caro Domenico, condivido appieno le parole del Presidente Mattarella e, di riflesso, anche le tue. Mi permetto di aggiungere che trovo molte analogie dell’attuale clima politico non solo con il 1914, ma anche con il 1938 e ’39. E sappiamo bene a cosa sia il ’14 sia il ’38 e ’39 abbiano portato.

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