Il ritratto delle donne afghane, tra presente e passato

Dalla resa di Kabul ai talebani la preoccupazione di noi occidentali è rivolta con molta attenzione sulle donne del paese. Donne di famiglia, lavoratrici, giornaliste, attiviste che hanno avuto in questi 20 anni un obiettivo comune: avere gli stessi diritti e la stessa importanza dei loro uomini. Ripercorriamo, però, le tappe che hanno portato all’uguaglianza tra i sessi.

Come ben sappiamo, l’Afghanistan è un paese molto vasto e la popolazione è di circa 34 milioni, di cui solo la metà donne. Soltanto il 22% vive nelle zone urbanizzate (come Kabul), il resto è concentrata nelle zone rurali. Dunque, quando si parla di conquiste dei diritti delle donne, in realtà, fin dal principio bisognerebbe essere a conoscenza (anche grazie allo studio della demografia nella lezione di geografia delle scuole medie!) che non tutte li hanno. Solo quelle che vivono nelle grandi città, il resto – come vuole la popolazione – si sposa dopo aver concluso gli studi vivendo poi come casalinghe. Attualmente, infatti, soltanto il 24,2% delle afghane sono alfabetizzate e con un lavoro. 

Con il tempo, si sono susseguite alcune riforme liberatorie nei loro confronti per unificare e cercare di modernizzare il paese, ma le zone rurali restavano sempre all’origine. Nel 1921 è stato abilito il matrimonio forzato e quello infantile, il prezzo della sposa e restrizioni sulla poligamia. Gli uomini continuavano ad avere il controllo sulle donne, non poteva uscire senza essere accompagnata da un uomo di famiglia. Nel 1953 diedero loro la possibilità di partecipare alla vita pubblica, undici anni dopo ottennero il diritto di voto e coprire cariche politiche. Fino ad allora, l’unica ad essere entrata nella lista del Governo fu la regina Soraya.

Furono fondati negli anni ’70 molti movimenti a sostegno delle donne: ad esempio, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane (RAWA) di Meena Keshwar Kamal che venne uccisa a soli 31 anni. Fu fondato il consiglio delle donne afghane nel 1978 e durò fino al 1992, con a capo Masuma Esmati Wardak. Nello stesso anno il governo decise di concedere gli stessi diritti degli uomini in tutti gli ambiti, scegliere il marito e far carriera. Negli anni dell’invasione sovietica le donne acquisirono maggiori libertà, dall’istruzione all’emancipazione dall’uomo, ma rimaneva sempre la mentalità conservatrice e patriarcale. Molte studentesse universitarie di Kabul passeggiavano lungo le vie della città sfoggiando le loro minigonne all’occidentale, nonostante ci furono molti episodi “punitivi” (tentate aggressioni con l’acido sulle gambe) da parte di quella fetta di popolazione ancora attaccata alle tradizioni musulmane. 

Con la corsa al potere dei mujaeddin, alcuni diritti di cui beneficiavano fino al 1992 furono rimossi: l’adulterio veniva punito con l’esecuzione ed il velo ritornò obbligatorio, ma non il burqa fino al 1996. In quell’arco di tempo era ancora comune vedere donne che indossassero l’hijab all’iraniana o anche abiti sfarzosi e variopinti. Le donne continuavano a lavorare ma con l’arrivo dei talebani la situazione cambiò drasticamente, come oggi. 

Il velo islamico: come indossarlo ed il significato.

Non è un segreto che noi ad Occidente facciamo fatica ad accettare e comprendere il motivo per cui una donna orientale indossa il velo e come. In molti pensiamo che il velo nasce con la religione islamica, ma non è così. Era già presente nei paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo e, addirittura, veniva indossato dalle donne più ricche fin dall’antica Roma. Ecco perché la Vergine è sempre mostrata velata nei dipinti! Questa tradizione venne poi ripresa dalla prima comunità fondata da Maometto, più per imitazione delle donne occidentali. Dunque, si sbaglia nel dire e nel pensare che nel Corano venga riportato l’obbligatorietà del velo. Sia alle donne sia agli uomini viene semplicemente chiesto di vestirsi in modo decoroso, nascondendo le parti del corpo considerate sacre (il petto e il seno). Nulla di così diverso dalla nostra religione e dalla nostra usanza di vestirsi pudicamente in chiesa!

Esistono, però vari modi di indossare il velo:

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  • Il più diffuso è l’hijab che copre il capo e il collo ma il viso è scoperto.
  • I più coprenti: niqab – si vedono solo gli occhi – e il burqa dove gli occhi sono coperti da una retina.

Con l’avvento dell’Islam, dunque, si cercò di promuovere una società meno gerarchica e classista. Più per infondere un messaggio di uguaglianza e parità tra classi ricche e povere; perciò, pure le schiave si velarono, diventando uguali alle più ricche.

Ad oggi, invece, le donne velate vengono considerate la minoranza più vulnerabile d’Europa: più soggetta a discriminazioni anche in ambito lavorativo. Di fatti, non è semplice per noi vedere una donna orientale lavorare in tv con il velo. 

La rete di informazione afghana ToloNews si fa promotrice di questo messaggio nei confronti delle donne: possono essere velate o meno (perché prima dell’invasione dei talebani esse non indossavano necessariamente il velo), l’importante è che prestano servizio per la televisione locale. «Le donne e l’informazione sfidano i talebani, i nuovi padroni. Oggi abbiamo ripreso le nostre trasmissioni con le presentatrici», scrive in un tweet Miraqa Popal, capo della rete afghana Tolo News. Pubblica una foto della conduttrice con il velo, un segnale di non arresa alle restrizioni – prossime – dei talebani. 

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La donna per i talebani.

I talebani, fino al 2001, hanno avuto sempre un’ossessione nei confronti della figura femminile che doveva essere a tutti i costi censurata. E ci riuscirono, imponendo loro vari obblighi: essere accompagnate da un uomo se uscivano di casa, dovevano indossare il burqa, divieto di cosmetici, smalto e gioielli. Non dovevano ridere, lavorare e frequentare la scuola. Nessun uomo doveva rivolgere loro la parola e viceversa, neppure guardarsi negli occhi e stringere la mano. Dentro le mura di casa tutto poteva cambiare. Le donne che lavoravano in tv, radio e negli uffici pubblici scomparvero. Vennero proibite le biciclette e tutti gli sport per le donne. Chi di loro violava queste regole ed arrivava ad un estremista veniva fustigata pubblicamente. Nemmeno i tacchi potevano indossare.

Molte donne morirono, anche vittime di suicidio, perché era stata tolto loro la propria identità. E una donna senza la propria identità non è niente.

Dal 2001, sconfitti i talebani le donne scesero in piazza per festeggiare l’evento e riacquisirono – lentamente – tutti i diritti persi dal ’96. Certo, con il loro ritorno l’incubo si potrebbe ripetere. Uso il condizionale perché, stando alle varie informazioni che divulgano in rete e in tv e in radio, sembra che i talebani siano cambiati e non abbiano intenzione di togliere loro i diritti riacquisiti. Ma questo è ancora tutto da vedere, perché le testimonianze reali dei cittadini fanno pensare il contrario. Anche le immagini delle giornaliste che indossano nuovamente il velo…

Molte donne il giorno dopo dell’ascesa dei talebani sono scese in piazza e davanti al palazzo presidenziale per manifestare. Nessuno schiamazzo da parte loro, solo cartelli con uno slogan in inglese: «Le donne afghane esistono». Ci sono video in rete che testimoniano della manifestazione stoppata dalle forze dell’ordine. Le donne non sono convinte di poter vivere la loro vita come hanno fatto finora con i Talebani al potere. Ci provano. Il 17 agosto 2021 lo ricorderò come il giorno più importante per le donne afghane: la giornalista di ToloNews intervista un talebano con un semplice hijab, guardandolo negli occhi e senza burqa. Un atto silenzioso a dimostrazione che le cose in qualche modo sono cambiate, nonostante provino rabbia nei confronti di noi occidentali che siamo stati il simbolo di libertà assoluta, adesso un po’ sbiadita.

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