Mentre Teheran ribadisce che il suo programma missilistico “non è negoziabile” e Benjamin Netanyahu vola a Washington per chiedere che l’Iran venga messo di fronte a richieste più dure, il prezzo del petrolio risale e i mercati del Golfo oscillano. In mare, le navi statunitensi restano schierate a distanza ravvicinata dalle coste iraniane. È dentro questa cornice – tensione militare controllata, diplomazia indiretta, pressioni regionali – che si riapre il dossier più delicato del Medio Oriente: il nucleare iraniano.
La trattativa tra Stati Uniti e Iran, mediata dall’Oman, non ha il respiro del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) del 2015. Non promette una normalizzazione, né una nuova architettura multilaterale. È piuttosto una negoziazione circoscritta, tattica, quasi minimalista. Eppure, proprio per questo, è politicamente cruciale.
Un negoziato che ri-nasce dalla sfiducia (comune)
Il punto di partenza non è un tavolo negoziale, ma una frattura. Il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo nel 2018, la reintroduzione delle sanzioni e la progressiva espansione del programma nucleare iraniano hanno svuotato di significato il quadro giuridico precedente.
L’escalation del 2025, con attacchi diretti e indiretti nella regione, ha chiuso definitivamente la stagione del JCPOA. Oggi Washington e Teheran negoziano senza fiducia reciproca e senza una piattaforma condivisa. L’Iran parla di “muro di sfiducia” nei confronti degli Stati Uniti mentre l’amministrazione Trump insiste sulla necessità di verifiche stringenti e sulla minaccia credibile dell’uso della forza. In questa asimmetria, la diplomazia non serve a costruire un ordine nuovo, ma ad evitare un incidente irreversibile.
Il perimetro ristretto del confronto
L’elemento più rilevante delle ultime settimane è la posizione iraniana: il negoziato deve riguardare esclusivamente il nucleare. Missili balistici e sostegno alle milizie regionali restano fuori discussione. È una linea rossa ribadita con chiarezza, anche mentre proseguono i contatti indiretti con l’inviato statunitense. Questa scelta rivela una gerarchia strategica: per Teheran, il nucleare è una leva flessibile, ossia può essere rallentato, modulato, persino ridimensionato, in cambio, però, di benefici economici concreti. Il programma missilistico, invece, è percepito come garanzia strutturale di deterrenza, soprattutto dopo gli attacchi subìti negli ultimi anni. Metterlo sul tavolo equivarrebbe, nella narrativa del regime, a esporsi. Frontalmente.
Per Washington, accettare questo perimetro significa rinunciare – almeno temporaneamente – all’idea di un accordo complessivo che includa la dimensione regionale. L’obiettivo si restringe alla gestione del rischio nucleare: impedire che l’Iran superi la soglia tecnica che lo renderebbe uno “stato a soglia” permanente, capace cioè – in gergo – di costruire un’arma in tempi brevi.
In questo contesto, il concetto chiave è il cosiddetto breakout time, ossia il tempo necessario all’Iran per produrre abbastanza uranio altamente arricchito (circa al 90%) per poter costruire un’arma nucleare – qualora decidesse di farlo (n.d.r.). Non si tratta della realizzazione completa di una bomba, ma della produzione del materiale fissile sufficiente. Nel 2015, grazie ai limiti imposti dal JCPOA, questo margine era stimato intorno a un anno. Oggi, secondo numerosi analisti, si sarebbe ridotto a poche settimane o pochi mesi per via delle scorte accumulate e dell’uso di centrifughe più avanzate. È proprio per allungare nuovamente questo tempo che Washington insiste sulla riduzione del livello di arricchimento dell’uranio e sul contenimento delle scorte: più lungo è il breakout time, maggiore è lo spazio politico e diplomatico per intervenire prima che la soglia militare venga superata.
Trump: tra deterrenza e transazione
La postura americana riflette lo stile politico dell’attuale presidente. Da un lato, Trump alterna aperture negoziali a richiami espliciti all’uso della forza, evocando l’operazione militare del 2025 come monito, dall’altro, delega la trattativa a figure di fiducia, in un formato fortemente personalizzato e meno legato ai meccanismi multilaterali tradizionali. Non parliamo dunque di una diplomazia istituzionale, ma transazionale. L’idea non è ricostruire un equilibrio di lungo periodo, bensì ottenere un risultato tangibile: Washington punta a una riduzione del livello di arricchimento dell’uranio iraniano, oggi attestato al 60%, insieme a un rafforzamento del regime ispettivo e al congelamento delle attività più sensibili. In cambio, gli Stati Uniti valutano un alleggerimento selettivo e graduale delle sanzioni. L’obiettivo non è smantellare il programma nucleare iraniano, ma riportarlo entro limiti tali da ridurre il rischio immediato di proliferazione.
Il problema è che la logica transazionale funziona solo se entrambe le parti percepiscono un vantaggio immediato. Se per l’Iran il vantaggio è – essenzialmente – economico, per Trump è politico. Un accordo parziale sul nucleare rafforzerebbe la narrativa di un presidente capace di “fare accordi migliori” rispetto al passato. Ma ogni concessione eccessiva rischia di essere contestata dal Congresso e dagli alleati regionali. Difficile la scelta. In entrambi i casi.
Israele e la pressione regionale
La visita di Netanyahu a Washington è il segnale più evidente di questa pressione. Israele teme che un accordo limitato al nucleare lasci intatta l’infrastruttura missilistica iraniana e la rete di alleanze regionali. Dal punto di vista israeliano, congelare l’arricchimento senza smantellare la capacità strategica complessiva dell’Iran significherebbe solo rimandare il problema.
Anche i paesi del Golfo osservano con ambivalenza. Da un lato temono l’Iran, dall’altro, sanno che un conflitto aperto metterebbe a rischio lo Stretto di Hormuz e la stabilità energetica globale. L’aumento recente dei prezzi del petrolio è un promemoria concreto di quanto il dossier nucleare resti un fattore sistemico per l’economia mondiale.
Il fattore interno iraniano
Sul fronte domestico, il regime affronta una fase delicata. Le prese di posizione di ex presidenti e figure riformiste indicano che la pressione non proviene solo dalla piazza, ma anche da segmenti dell’élite politica. Le richieste di riforme e di maggiore responsabilità istituzionale si intrecciano con una crisi economica aggravata dalle sanzioni.
In questo contesto, il negoziato con Washington diventa anche uno strumento di gestione interna. Ridurre le sanzioni significherebbe infatti allentare la tensione sociale, ma esporsi troppo sul piano diplomatico potrebbe alimentare accuse di debolezza all’interno dell’apparato più conservatore.
Una stabilità provvisoria
La trattativa sul nucleare non è oggi un progetto di pacificazione, ma una forma di amministrazione della crisi. Gli Stati Uniti vogliono evitare che l’Iran si avvicini ulteriormente alla soglia nucleare; l’Iran vuole evitare un nuovo ciclo di attacchi e ottenere margini economici. Entrambi guadagnano tempo. Anche se il tempo, in questo caso, non risolve il nodo centrale: il ruolo dell’Iran nell’ordine regionale e il rapporto tra deterrenza, sovranità e integrazione internazionale. Finché il confronto resterà limitato al solo nucleare, ogni accordo sarà fragile, esposto agli equilibri interni americani e alle dinamiche, anche qui, interne, iraniane.
L’Iran è oggi in standby, ma non immobile. E la diplomazia con Trump non è una svolta, bensì un equilibrio precario tra minaccia e compromesso. Quanto possa durare dipenderà meno dalle dichiarazioni pubbliche e più dalla capacità delle due leadership di trasformare una tregua tecnica in un’intesa politica.







