La crosta del tempo

La forma immanente dello spazio nellarte di Elena Zaltron

Increspature del tatto. Sfocature della vista. Pitture dell’etere. Tre effetti che sembrano già bastevoli a consegnarci il generale senso di una astrazione. Qualcosa che non pertiene alla verità della natura, ma all’artificio del verosimile. 

Era questa anche l’accusa che muoveva Benedetto Croce a Lionello Venturi sulla indifendibilità dell’arte contemporanea, la quale si era mostrata già negli anni ’30 del Novecento esente dai criteri del canone albertiano, considerato ancora troppo irretito dal pregiudizio del figurativo. 

La rapida scalata di un genere che rischiava di estromettere dal mercato e dalle cerchie politiche e intellettuali gli artisti della vecchia guardia verso una soglia più astratta, origina quel che sarebbe stato poi classificato come “informale”,  e da cui si sarebbe generata l’ala di quell’”astratto informale” che ben conosciamo.

L’informalità che si era arrogato Burri per liberare l’arte dalla monolitica prospettiva della mimesi aristotelica, stava però man mano anch’essa rinchiudendosi nella bolla d’aria dell’informità. 

La forma non esisteva a prescindere all’infuori della teoria bergsoniana dell’espressione come rappresentazione del magma vitale in cui la vita umana è immersa. In altri termini, lo stesso corpo umano che vediamo composto, sarebbe in realtà una illusione della gravità di una complessione di parti che si aggregano e sfregano continuamente come le molecole, o semplicemente mutano ogni secondo come il movimento della stessa Terra. 

Eccetto Burri e pochissimi altri, l’idea di creare la non-forma che legittimava il movimento informalista, si trasformò nel risparmiare la non-forma, giungendo a eliminarne del tutto l’entità oggettiva. Le composizioni riuscivano pigramente a suggestionare ma non a suffragare la lezione del tempo sullo spazio.

Forse allora si spiegano dunque oggi gli effetti delle composizioni materiche che stanno emergendo dall’area veneta con la giovane artista Elena Zaltron.

Nel suo atelier vicentino l’eredità dell’arte informale subisce l’atto di raffinamento ideale elevando lo strato pittorico a tessuto gnomico. 

Zaltron, autrice di una variegata serie di soggetti a carattere reciprocamente dialogico, prediligendo la tecnica mista su superfici organiche quali la tela, ricarica la valenza semiologica del segno grafico attraverso una sinestesia visuale che unisce temperatura emotiva, tessitura metaspaziale e inquadratura temporale in una simbiosi abbastanza inedita nell’odierno contesto europeo.

Le sue superfici raschiano il senso della cognizione spaziale, distolgono l’orientamento logico e disordinano la categoria di euforia. 

Un esempio per tutti è contenuto da “Composizione n.2”,  una tecnica mista su tela dal formato quadrangolare di 50 x 50 cm, appartenente alla collezione 2025, che cattura d’impatto i nervi oculari dello spettatore.

Un nitido silenzio glaciale espone quasi l’invito oraziano a rifugiarsi dall’ improbabile esterno al rassicurante interno della coscienza come nuova casa. La tripartizione macrocromatica del blu, nero e bianco, che sortisce i mezzitoni dell’avorio, del celeste marino e del terra ombra, accompagna il senso di bisogno della coscienza interiore come nuovo spazio metafisico, immanente.

Zaltron crea nuove dimore del cuore umano. È questo che provoca immanenza, spaesamento e addomesticamento nelle opere dell’artista vicentina.

Le escrescenze che alterano generalmente gli strati pittorici delle sue composizioni tendono a riprodurre, sarebbe dunque il caso di dire, la “crosta del tempo”, introiettando l’esperienza visuale in una dimensione di performance individuale dove lo spazio è il muscolo che circonda l’osso, e dove solo lo spirito elettrico della mente può articolarne la funzione originale nel reale. 

L’arte di Elena Zaltron è quel nervo spirituale che agita lo spazio dall’interno del tempo dell’ego.

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