Sotto la guida del presidente Donald Trump, gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra ai “narco‑terroristi” venezuelani legati al governo di Nicolás Maduro, con effetti che vanno ben oltre la semplice lotta al traffico di stupefacenti
La campagna statunitense per la lotta contro i narcotrafficanti venezuelani è cominciata ufficialmente il 2 settembre 2025, quando Trump ha annunciato un attacco contro un’imbarcazione proveniente dal Venezuela accusata di trasportare droga, che ha provocato la morte di 11 persone identificate come membri della gang Tren de Aragua, designata come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti. Nei mesi successivi, altre operazioni hanno seguito lo stesso schema: il 3 ottobre un nuovo attacco ha provocato quattro morti, mentre il 14 ottobre sei uomini sono stati uccisi in un’altra imbarcazione sospettata di traffico di stupefacenti al largo della costa venezuelana. Il 7 novembre, un ulteriore strike ha causato tre morti, portando il totale ad almeno 69 vittime e 17 azioni finora registrate. In parallelo, il governo statunitense ha definito il fenomeno come un conflitto armato non internazionale contro i cartelli della droga, autorizzando la designazione di gruppi come organizzazioni terroristiche e giustificando l’uso della forza.
Trump e il suo gabinetto sostengono che l’obiettivo sia interrompere il flusso massiccio di cocaina e fentanyl che raggiunge gli Stati Uniti passando per il Venezuela. La definizione di “narco‑terroristi” serve a elevare il traffico di droga a minaccia equivalente al terrorismo internazionale, più in particolare, così come ha scritto nei giorni scorsi il Segretario alla Guerra Pete Hegseth, ad Al-Quaeda: “…continueremo a rintracciarli, mapparli, dar loro la caccia ed ucciderli”. Tuttavia, molte questioni restano aperte: gli Stati Uniti non hanno reso pubbliche prove dettagliate riguardo ai carichi o alle identità degli uccisi. Inoltre, l’accusa che Nicolàs Maduro sia direttamente al comando della Tren de Aragua contrasta con un rapporto dell’intelligence statunitense che afferma di non avere prove credibili di una cooperazione sistematica tra il Presidente venezuelano ed il gruppo.
Dal punto di vista tattico e strategico, l’azione assume una dimensione più ampia: non è solo lotta alla droga, ma anche pressione geopolitica sul Venezuela, già isolato e sotto sanzioni. Le navi da guerra statunitensi schierate nei Caraibi – e parliamo di navi da guerra americane tra cui la portaerei Gerald R.Ford, definita dalla U.S. Navy la più letale del mondo – oltre che i sottomarini e i droni di sorveglianza ed ancora aerei bombardieri e caccia F-35 schierati nella base di Porto Rico, suggeriscono che Washington voglia riattivare un ruolo di forza nell’emisfero occidentale. Questo nonostante la Casa Bianca neghi attacchi mirati all’interno del Paese mentre, dall’altra, vanno considerate le poco rassicuranti dichiarazioni di Trump verso Maduro, secondo cui il Presidente venezuelano avrebbe “i giorni contati”. Ciò comporterebbe un salto nella gravità dell’escalation, trasformando gli strike marittimi in interventi diretti sul territorio venezuelano. Caràcas ha reagito con durezza, definendo la presenza navale statunitense un’aggressione e minacciando una mobilitazione generale, oltre a chiedere all’ONU di intervenire. Maduro, dal canto suo, ha chiesto aiuto a Cina, Iran e Russia. Putin pare abbia già inviato un aereo precedentemente utilizzato per il trasporto di armi e mercenari, non escludendo ulteriore supporto con missili a medio raggio Kalibr o Oreshnik, quest’ultimo particolarmente potente ed in grado di colpire direttamente il territorio statunitense.
L’asset diplomatico
Sul fronte diplomatico, la situazione appare più complessa. Trump sembra pienamente consapevole delle richieste di Maduro a Putin, ma il Presidente russo resta volutamente vago, limitandosi a dichiarare di mantenere contatti con “gli amici venezuelani” per via di numerosi obblighi contrattuali — circa 350 accordi, tra cui l’accordo di partenariato strategico siglato il 21 ottobre. La cautela è dettata da motivi evidenti: in un momento in cui il dialogo, pur se apparente, mira a risolvere la guerra in Ucraina, la Russia non può permettersi di schierarsi apertamente al fianco di Caràcas senza compromettere la propria strategia militare e diplomatica. Un intervento diretto rischierebbe di incrinare definitivamente i rapporti con gli Stati Uniti, mentre invece Mosca cerca di distoglierli dall’Ucraina.
Va inoltre considerato il limitato seguito politico di Maduro all’interno del Venezuela. Il Presidente non è riconosciuto come legittimo da gran parte della comunità internazionale, e molte delle sue mosse sono osteggiate dalla popolazione interna. Le operazioni di Trump contro il narcotraffico e contro il regime di Maduro godono invece di un sostegno diffuso tra i venezuelani.
In questo contesto, l’elemento petrolifero — spesso evocato in chiave geopolitica — perde rilevanza. Sebbene il Venezuela possieda le riserve petrolifere più grandi del mondo, il petrolio estratto è pesante, di difficile raffinazione e poco commerciabile. I costi di estrazione e lavorazione sono elevati, rendendo queste riserve attualmente poco utilizzabili sul mercato globale e svuotando di significato qualsiasi argomento che leghi direttamente le operazioni statunitensi al petrolio.
Il ruolo della Cina nella crisi venezuelana
In un momento di forte pressione militare statunitense nei Caraibi, Nicolás Maduro ha dunque rivolto lo sguardo verso Pechino. In una lettera inviata a Xi Jinping, il Presidente venezuelano ha chiesto una collaborazione più intensa, con particolare riferimento a sistemi di difesa, radar, droni e contromisure GPS, strumenti volti a rafforzare la capacità di deterrenza del Venezuela. Questa richiesta si inserisce in un contesto di rapporti già consolidati: Caràcas e Pechino hanno elevato le relazioni a “partenariato strategico globale”, con accordi che spaziano dall’economia all’istruzione, fino alla cooperazione tecnologica.
La Cina ha risposto con una combinazione di sostegno politico e cautela. Da un lato, Pechino ha ribadito la propria solidarietà al Venezuela, definendo la cooperazione “normale tra stati sovrani” e criticando le azioni statunitensi come forme di pressione indebita. Dall’altro, evita qualsiasi coinvolgimento militare diretto, consapevole che un impegno operativo potrebbe provocare uno scontro aperto con gli Stati Uniti. Gli analisti ritengono che la Cina stia privilegiando un approccio economico e diplomatico, investendo in infrastrutture, tecnologia e formazione, senza compromettere la propria posizione globale.
Per il Venezuela, la presenza cinese rappresenta uno strumento di deterrenza strategica: l’appoggio politico di Pechino rafforza la posizione di Maduro nei confronti di Washington e offre alternative economiche in un contesto di isolamento internazionale. Tuttavia, il sostegno cinese non trasforma automaticamente Caràcas in un attore capace di sfidare militarmente gli Stati Uniti; Pechino mantiene un profilo prudente, calibrando il suo impegno, in funzione della stabilità globale e dei propri interessi commerciali.
In prospettiva, il coinvolgimento cinese rende la crisi venezuelana più complessa. Non si tratta più di un confronto bilaterale tra Stati Uniti e Venezuela: la partita si inserisce nel quadro più ampio della competizione globale tra grandi potenze. Ogni mossa statunitense rischia di essere interpretata nel contesto della rivalità con Pechino, complicando ulteriormente le possibilità di una soluzione rapida e aumentando il valore geopolitico di Caracas come pedina nel gioco internazionale.
Le reazioni internazionali e i rischi legali
Gli analisti avvertono forte tensione: ogni incidente — un errore, una vittima civile, una nave errata — potrebbe scatenare una crisi regionale. Dal lato statunitense, il rifiuto del Congresso di porre limiti legislativi segnala che la Casa Bianca gode per ora di ampia libertà operativa.
Organizzazioni come Human Rights Watch hanno definito gli strike “esecuzioni extragiudiziali”, in violazione del diritto internazionale, richiamando il diritto alla vita, la necessità di un processo e il principio del minimo uso della forza. Paesi latinoamericani come la Colombia hanno espresso forti riserve: il presidente Gustavo Petro ha accusato gli USA di aver ucciso pescatori colombiani e di violare la sovranità nazionale. Nel frattempo, in Europa, l’Unione Europea e vari governi nazionali hanno mantenuto toni cauti, condannando eventuali violazioni dei diritti umani e richiedendo trasparenza, senza emettere una condanna formale alle operazioni navali statunitensi. Il silenzio europeo riflette il delicato bilanciamento tra cooperazione transatlantica e tutela del diritto internazionale.
Le implicazioni del comportamento statunitense in Venezuela non si limitano, però, al piano legale e diplomatico. Ogni azione militare o di contrasto al narcotraffico ha effetti immediati sulle condizioni interne del paese, e di conseguenza sui flussi migratori che interessano anche l’Europa. Le migrazioni venezuelane, già tra le più massicce dell’America Latina, possono intensificarsi se la pressione esterna dovesse aggravare la crisi economica e sociale.
Parallelamente, il coinvolgimento di potenze come Russia e Cina aggiunge un livello di complessità geopolitica: da un lato, Mosca offre supporto strategico e armamenti, cercando di distogliere l’attenzione degli Stati Uniti dai teatri europei; dall’altro, Pechino interviene soprattutto sul piano economico e tecnologico, rafforzando la resilienza del regime venezuelano senza esporsi militarmente. L’Europa, quindi, osserva una crisi che è al tempo stesso politica, umanitaria e strategica, dove le azioni unilaterali di Washington, il sostegno discreto di Pechino e il ruolo di deterrenza della Russia si intrecciano e modellano scenari che vanno ben oltre i confini caraibici.
Diritto internazionale, uso della forza e implicazioni per l’Europa
Le operazioni statunitensi contro il narcotraffico venezuelano — dalle missioni navali agli attacchi mirati, fino alla classificazione di interi gruppi come “narco‑terroristi” — pongono questioni delicate di diritto internazionale che interessano da vicino anche l’Europa. La domanda centrale è se uno Stato possa intervenire unilateralmente in acque internazionali contro attori criminali senza alcun mandato multilaterale e quale tipo di precedente ciò possa creare per altre potenze occidentali in contesti extra‑nazionali.
Secondo l’European Union External Action Service (EEAS), la cooperazione tra l’UE e i paesi dell’America Latina e dei Caraibi si fonda su principi condivisi, che includono gestione dei flussi migratori, sicurezza e lotta al traffico illecito. Tuttavia, l’azione unilaterale degli Stati Uniti nei Caraibi rischia di mettere in discussione questi equilibri: se Washington può legittimamente usare la forza per contrastare presunte minacce legate al narcotraffico, quale autorevolezza avranno poi le proteste europee se operazioni simili coinvolgessero paesi partner o lo stesso spazio europeo?
In questo scenario, l’Europa si trova di fronte a una doppia sfida. Da un lato deve difendere i principi di legalità internazionale e multilaterale che costituiscono la base della sua politica estera; dall’altro non può ignorare che la propria sicurezza, le dinamiche migratorie e la stabilità economica sono strettamente legate a quanto accade nella regione caraibica e in America Latina. La crisi venezuelana, dunque, non è solo un problema distante: le scelte degli Stati Uniti e le risposte di attori come Russia e Cina hanno ricadute concrete sulla capacità europea di tutelare i propri interessi e mantenere un ordine internazionale basato su regole condivise.
L’operazione guidata da Donald Trump contro i “narcos venezuelani” è molto più di un’azione di polizia marittima: è una strategia che mescola lotta alla droga, proiezione di potenza e pressione politica. Le imbarcazioni affondate e i video pubblicati sui social non raccontano solo traffico di stupefacenti, ma una ridefinizione del ruolo statunitense nell’emisfero occidentale. L’equilibrio resta fragile: se l’azione rimane confinata al mare “internazionale”, le conseguenze possono essere contenute; se invece si estende al suolo venezuelano, la soglia del conflitto sarà superata. In entrambi i casi, l’Europa dovrà decidere da che parte stare.







