Un vertice senza Israele né Hàmas, un documento segreto e la celebrazione di Donald Trump sulla scena mondiale: la pace di Sharm el-Sheikh nasce già sotto il segno dell’ambiguità
Con una cerimonia tanto coreografica quanto opaca nei contenuti, Donald Trump si conferma al centro della scena internazionale. Il summit sul futuro di Gaza, ospitato dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ha riunito una trentina di leader arabi ed europei in una delle operazioni diplomatiche più ambiziose — e controverse — degli ultimi anni. Ma dietro l’apparato simbolico e la retorica di “pace definitiva”, il Vertice rivela una realtà più fragile: la tregua tra Israele e Hàmas è ancora precaria, e i contorni della “fase due” del Piano da 21 punti restano piuttosto nebulosi.
Un vertice senza i protagonisti della guerra
Assenti le due parti che più contano — Israele e Hàmas — il summit si è trasformato in una piattaforma di legittimazione internazionale per l’iniziativa americana più che in un vero negoziato di pace. Tel Aviv ha giustificato l’assenza del premier Benjamin Netanyahu con “motivi religiosi”, mentre Hàmas ha rifiutato di partecipare, contestando un processo “imposto dall’esterno”. La firma del documento — del quale non sono stati divulgati i dettagli — ha visto Trump in prima fila, seguito da al-Sisi, dai rappresentanti di Qatar e Turchia e dai leader europei: Giorgia Meloni, Emmanuel Macròn, Pedro Sánchez e il britannico Keir Starmer. Presenti anche Abu Mazen per l’Autorità Palestinese e il segretario generale dell’ONU António Guterres. “Ci sono voluti tremila anni per arrivare a questo momento”, ha dichiarato Trump, “e reggerà”. Ma nessuno dei firmatari ha chiarito chi garantirà la sicurezza sul terreno. Ne risulta un Vertice dalla forte valenza simbolica, volto a mostrare un fronte internazionale coeso e a proiettare l’immagine di un “rinnovato ordine di pace” in Medio Oriente, ma privo di concretezze che possano reggere l’urto della realtà politica e militare sul terreno.
Il piano Trump: un equilibrio difficile
L’intesa siglata a Sharm apre formalmente la “fase due” del piano di pace lanciato da Trump a inizio ottobre: una fase dedicata alla governance e alla ricostruzione della Striscia, dopo il cessate il fuoco e lo scambio di ostaggi-prigionieri che hanno inaugurato la “fase uno”. Il documento — secondo quanto trapelato da fonti egiziane — prevede la creazione di una “forza di sicurezza mista” a Gaza, composta da funzionari locali, agenti palestinesi e osservatori internazionali. Tuttavia, la vera ambiguità del progetto risiede nel possibile ruolo concesso a Hàmas nella gestione dell’ordine pubblico. Trump ha lasciato intendere che il movimento islamista potrebbe “collaborare” in funzione di polizia locale, mantenendo “un ruolo di ordine pubblico” nel periodo transitorio, un’ipotesi che Israele e diversi governi europei considerano inaccettabile. Per Israele in primis, Hàmas resta una milizia armata responsabile di migliaia di morti civili e non può essere parte legittima di un’amministrazione post-bellica. Ma l’affermazione di Trump ha lasciato perplessi anche diversi leader occidentali: “È un piano pragmatico, ma moralmente ambiguo”, ha commentato un diplomatico europeo al Guardian. “Hamas resta una milizia armata, non una forza di polizia”.
In tale contesto, il ruolo dell’Egitto, tradizionale mediatore nei conflitti tra Israele e Hàmas, è tornato centrale. Al-Sisi ha annunciato per novembre una nuova conferenza internazionale per la ricostruzione di Gaza, stimando un fabbisogno superiore ai 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni ed invitando gli Stati donatori e le agenzie ONU a partecipare. Anche Qatar e Turchia si sono mossi come garanti regionali: Doha fornirà finanziamenti per la ricostruzione, mentre Ankara si è proposta come parte della forza di monitoraggio sul campo. La convergenza tra questi attori segnala un tentativo di stabilizzare la Striscia attraverso una “tutela multilaterale”, ma rischia di generare nuove tensioni: Israele rifiuta qualsiasi presenza turca ai suoi confini mentre Hàmas non accetterà un controllo internazionale che limiti la sua influenza politica.
L’ombra delle manovre politiche
Il Vertice è servito anche da palcoscenico per una serie di mosse politiche calcolate. Poche ore prima dell’incontro a Sharm El Sheik infatti, durante il suo discorso alla Knesset, Trump ha chiesto al presidente israeliano Isaac Herzog la grazia per Benjamin Netanyahu, invischiato in procedimenti giudiziari interni. Il gesto — accolto con imbarazzo a Gerusalemme — è stato letto da molti come un tentativo di riabilitare un alleato politico in vista di un possibile ritorno coordinato sulla scena internazionale. Nel corso del summit, Trump ha elogiato al-Sisi come “leader potente che mantiene il controllo della criminalità” e ha accusato Joe Biden e Barack Obama di aver “abbandonato il Medio Oriente al caos”. Parole che, se da un lato consolidano la sua immagine presso gli alleati arabi autoritari, dall’altro ne ribadiscono la linea unilaterale e fortemente personalista. L’episodio mostra inoltre come il vertice di Sharm sia servito anche a consolidare un asse personale e mediatico, più che a definire un vero percorso di pace. Si è inoltre osservato come – e non è una novità – il tycoon sia stato attentissimo a non fare mai riferimenti allo stato palestinese e ai suoi abitanti.
Le reazioni: cautela e scetticismo
Dalla comunità internazionale sono arrivate reazioni miste rispetto al Vertice di Sharm. Macròn ha parlato di “una finestra di opportunità che va consolidata con trasparenza”. Starmer ha invocato “meccanismi di verifica credibili” per la sicurezza di Gaza, mentre l’ONU ha espresso sostegno al cessate il fuoco, ma ha avvertito che “nessuna pace sarà duratura senza giustizia”.
Israele, dal canto suo, ha accolto con freddezza il summit: il governo ha ribadito che non intende riconoscere alcun ruolo politico a Hàmas, mentre parte della destra israeliana ha accusato Trump di “premiare il terrorismo”. Hàmas, attraverso un comunicato diffuso da Beirut, ha definito il piano “una trappola di legittimazione coloniale”.
L’ordine da ricostruire
Sullo sfondo, la realtà di Gaza resta devastante: oltre 35.000 morti, infrastrutture distrutte, ospedali al collasso. Il rilascio degli ultimi venti ostaggi israeliani e la restituzione parziale delle salme di quelli deceduti hanno rappresentato un momento di sollievo simbolico, ma anche la prova delle enormi difficoltà operative del processo. Israele ha reagito bloccando temporaneamente il valico di Rafah dopo che Hàmas ha consegnato solo quattro dei ventotto corpi previsti dallo scambio, segnalando quanto sia fragile la fiducia reciproca.
Sul piano istituzionale, il nodo centrale sarà la costituzione del “Board of Peace”, un consiglio provvisorio incaricato di governare Gaza durante la transizione. Fonti egiziane parlano di 15 membri palestinesi approvati da tutte le fazioni, compresa Hàmas, e supervisionati da un comitato internazionale guidato da Trump. Ma la presenza dell’ex premier britannico Tony Blair come possibile co-presidente ha scatenato proteste: considerato troppo vicino a Israele e agli Stati Uniti, è inviso alle forze palestinesi. L’ipotesi di sostituirlo con Al-Sisi conferma quanto sia ancora fluido l’assetto di governo della futura Gaza post-bellica.
Molti analisti convergono su un punto: la “fase due” del piano Trump nasce sotto il segno dell’ambiguità. L’accordo è pragmatico, ma privo di basi politiche solide. L’assenza di un impegno vincolante da parte di Israele e la mancanza di garanzie sull’effettivo disarmo di Hàmas rendono l’intesa vulnerabile a ogni crisi futura. Come ha osservato l’ex inviato israeliano Nimrod Novik, “basta una provocazione di Hàmas e una risposta sproporzionata di Israele per far saltare l’equilibrio”.
Il rischio, dunque, è che la tregua si limiti a sospendere il conflitto, senza risolverlo. In un Medio Oriente dove la stabilità è spesso costruita “dall’alto”, attraverso accordi imposti più che negoziati, la pace rischia di restare una parola di scena. Eppure, paradossalmente, il vertice di Sharm segna anche un ritorno alla diplomazia: dopo anni di disimpegno americano, la Casa Bianca di Trump tenta di riaprire un canale negoziale che altri avevano abbandonato. “Ci sono voluti tremila anni per arrivare a questo punto”, ha proclamato Trump. Ma dietro la retorica monumentale, il vero banco di prova sarà la capacità di trasformare l’immagine in sostanza, la tregua in governance, la diplomazia dello spettacolo in una pace reale. Oggi, la pace di Sharm resta soprattutto un esperimento: ambizioso, controverso, e fragile come la sabbia del Sinai su cui è stato firmato. Trump l’ha definita “la pace dei tremila anni”. Ma, per ora, assomiglia piuttosto a una tregua con ancora molto – se non tutto – da definire.







