La patologia della violenza e l’epidemia del male: l’uccisione di Wang Wang

Dal caso di Wang Wang ai video virali, la spettacolarizzazione della tortura è il sintomo di una società psichiatricamente malata

Negli ultimi giorni, la rete ha rigurgitato l’ennesimo abominio: la storia di Wang Wang, una cagnolina torturata a morte insieme ai suoi cuccioli da un branco di ragazzini tutti di età inferiore ai quattordici anni nella provincia cinese del Guangdong; una vicenda che è diventata l’emblema di una malvagità assoluta. La reazione dei sistemi di controllo digitale in Cina sembra sia stata immediata nel tentare di censurare la diffusione dei video, anche quelli in cui emergono il disappunto e lo sconcerto di personaggi del mondo dello spettacolo asiatico. Tale intervento appare finalizzato a contenere l’indignazione pubblica e a non fornire risposte chiare sulla sorte dei responsabili. L’opacità delle indagini e la mancanza di una legislazione nazionale organica sul benessere animale lasciano un vuoto di giustizia che concede che casi atroci siano gestiti nell’ombra anziché attraverso un percorso di trasparenza legale che condanni fermamente tali atti. Ad oggi, non risultano informazioni ufficiali e trasparenti riguardanti la punizione dei responsabili, nonostante essi siano stati identificati – i loro volti appaiono ovunque sul web, alimentando il timore che il caso possa essere archiviato.

Wang Wang è stata colpita con mazze chiodate per un’ora fino a spezzarle le ossa, trascinata con cavi di ferro, arsa viva e privata degli occhi. Chi filmava rideva, dimostrando di aver premeditato la tortura e accanendosi anche sui suoi cuccioli. Ed è a loro che Wang Wang ha pensato fino all’ultimo: glieli avevano ormai uccisi davanti in modo indicibile e, persino mentre il suo corpo era ancora avvolto dalle fiamme e dal dolore, si è trascinata per cercare di leccarli, spirando dopo un’interminabile e insopportabile agonia. Non si è difesa. È rimasta remissiva, non ha risposto alla violenza con la violenza, incarnando l’innocenza più pura perfino nel cuore di quell’inferno. Pur a costo di soffrire così tanto, non sarebbe mai scappata via dal luogo dove c’erano anche i suoi preziosi cuccioli. Il fatto che lei fosse ancora viva e cosciente durante e dopo la combustione non ha fermato i carnefici; al contrario, ha stimolato in loro un ulteriore accanimento. Continuavano a colpirla proprio perché il suo movimento o il suo respiro erano per loro parte della “spettacolarizzazione” ed erano infastiditi dal fatto che ci mettesse così tanto a morire.

L’istinto materno di una cagnolina ha solo da insegnarci: è un legame ancestrale che antepone la protezione della vita a qualsiasi altro bisogno. Dobbiamo guardare a questo istinto non con tenerezza superficiale, ma con la serietà di chi riconosce un modello di cura essenziale, valido anche per noi uomini. Proprio per questo, perché rivediamo molto della nostra umanità nella sofferenza materna di Wang Wang, dobbiamo urgentemente riflettere sul nostro rapporto con gli animali in questa società.

LA NECROSI MORALE

Per chi è abituato a indagare la clinica e a scrutare i segni del corpo e della mente, la diagnosi è immediata e spietata. Non ci troviamo di fronte a semplici devianze momentanee o a episodiche “ragazzate”: dinnanzi all’assenza totale di empatia e al sadismo estremo dimostrato dai carnefici della cagnolina, emerge con forza una grave compromissione della regolazione emotiva e un’insensibilità affettiva profonda in età evolutiva. La crudeltà inflitta agli animali in giovane età non è un dettaglio che si può tralasciare o derubricare a bravata, bensì il più inequivocabile campanello d’allarme di una devianza strutturale e di un fallimento precoce dei freni inibitori morali. Pur al di là dei modelli classici della vecchia criminologia, come la storica ma dibattuta “Triade di Macdonald”, la capacità di un essere umano di restare a guardare – o peggio, di partecipare attivamente – mentre un essere senziente subisce una tale atrocità definisce l’annientamento di ogni inibizione etica, traccia il profilo di un pericoloso vuoto relazionale e sociale e può essere considerato un predittore di futuri comportamenti di cruda violenza anche contro gli esseri umani.

Quasi contemporaneamente alla tragedia in Cina, a migliaia di chilometri di distanza, in Marocco, un altro gruppo di ragazzi si filmava mentre colpiva ripetutamente – con metodica freddezza – un gatto con un machete, ridendo compiaciuti nel sentirlo e vederlo soffrire. Il video è stato pubblicato di recente sui canali social della IAWPC (International Animal Welfare Protection Coalition), una coalizione globale che unisce 83 organizzazioni per la tutela dei diritti animali.

Autori di queste vicende, spesso poco più che bambini, si filmano e condividono le loro atrocità per vanto, normalizzando l’orrore. Una società che tollera la spettacolarizzazione di questo dolore, unita a sistemi legislativi che non puniscono talora deliberatamente tali brutali crimini, sta allevando individui clinicamente pericolosi, con pregiudizio per la sicurezza pubblica di tutti. L’assenza di empatia, la reiterazione meccanica del gesto violento e la ricerca morbosa di una platea digitale per validare l’abominio sono indicatori diagnostici precisi di una necrosi morale.

La morte di Wang Wang è stata un esempio lampante di questa disumanità: un’agonia prolungata ed intenzionale, inferta con una lucidità inaccettabile per la società.

L’ABISSO DELLA FIDUCIA TRADITA

Oltre il tentativo di una diagnosi scientifica, sociologica e clinica di questo episodio, vi è anche un’urgenza emotiva, viscerale: Wang Wang non rappresenta solo il legame affettivo che molti di noi vivono ogni giorno con i propri animali, ma anche  chiunque di noi si affidi al mondo con limpidezza e fiducia e si ritrovi, improvvisamente, gettato nell’abisso di una violenza inspiegabile: una tragedia che contorce il senso della vita traformandolo in un vuoto insopportabile. Nel buio di una società che perde la bussola, la fiducia può tradursi in una condanna a morte.

Accettare che creature capaci di provare un terrore così profondo e un amore incondizionato – spesso superiore a quello umano – vengano massacrate per puro intrattenimento, significa rassegnarsi all’idea che la vita stessa non abbia più alcun valore.

4 Commenti

    • Sì, un vuoto politico e legislativo, che tollera l’impunità e non riconosce la gravità sociale di questi crimini. È proprio da qui che dobbiamo ripartire per esigere risposte concrete, sarebbe utile un’imposizione diplomatica internazionale a tal fine.

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