Gli ultimi sviluppi nel nordest della Siria segnano una fase cruciale del conflitto iniziato nel 2011 e mettono alla prova non solo la tenuta del nuovo assetto politico di Damasco, ma anche il futuro delle aspirazioni curde nella regione. A gennaio l’esercito siriano, deciso ad affermare la propria autorità su tutto il territorio nazionale dopo la caduta del regime di Bashar al Assad nel dicembre 2024, è avanzato nelle aree controllate dalle Forze democratiche siriane (Fds), l’alleanza armata a maggioranza curda che per oltre dieci anni ha governato de facto la Siria del nordest.
Dopo la riconquista di alcuni quartieri di Aleppo e l’uscita delle Fds da Raqqa e Deir Ezzor, le forze curde si sono ritirate nella loro roccaforte di Al Hasaka. Gli scontri, che hanno provocato nuove ondate di sfollamenti, sono stati temporaneamente fermati da due cessate il fuoco firmati il 18 e il 20 gennaio, poi prorogati di quindici giorni. L’obiettivo ufficiale è facilitare il trasferimento dei detenuti dello Stato islamico (Is) verso l’Iraq, in un’operazione coordinata dagli Stati Uniti, ma la tregua resta fragile e fortemente condizionata dai negoziati politici in corso.
Nei territori del nordest, abitati da curdi e arabi, la parola che ricorre più spesso è “paura”. Paura di una nuova guerra, di rappresaglie, di perdere quel poco di stabilità costruito negli anni del conflitto. Come raccontano diversi reportage da Qamishli e Kobane, molte persone hanno risposto agli appelli delle autorità locali armate, preparando barricate e turni di difesa civile, mentre le truppe governative si sono schierate lungo tutto il perimetro della regione.
L’accordo che divide: integrazione o dissoluzione
Sul tavolo c’è un accordo, delineato già nel marzo 2025 e oggi rilanciato con maggiore urgenza da Damasco, che prevede l’integrazione delle istituzioni civili e militari curde all’interno dello stato siriano. Ma il punto centrale del contendere riguarda le modalità di questa integrazione. Le Fds chiedono di essere incorporate come unità riconoscibili all’interno dell’esercito nazionale, mantenendo una catena di comando e una rappresentanza politica collettiva. Il governo siriano, invece, insiste sull’assorbimento dei combattenti su base individuale, una soluzione che di fatto comporterebbe lo scioglimento delle Fds come soggetto politico e militare.
Secondo un’analisi pubblicata da Mada Masr, le Fds puntano a un “approccio graduale”, che leghi l’integrazione militare a una riforma costituzionale capace di garantire diritti politici e culturali alle minoranze. Damasco, al contrario, segue una logica di breve periodo, basata sul principio del “chi dà, riceve”: riconoscimenti limitati in cambio di una rapida restituzione del controllo territoriale e delle risorse strategiche, a partire dai giacimenti petroliferi del nordest.
Questa distanza riflette non solo una divergenza tattica, ma due visioni inconciliabili dello stato siriano: centralista e gerarchica quella del governo mentre decentrata, pluralista e comunitaria quella promossa dall’Amministrazione autonoma del nordest, conosciuta come Rojava.

Il ritiro degli alleati e il senso di tradimento
La posizione delle Fds è resa ancora più fragile dal mutato contesto internazionale. Create nel 2015 con il sostegno degli Stati Uniti, le Forze democratiche siriane sono state per anni il principale alleato di Washington nella lotta contro lo Stato islamico. Dopo la sconfitta territoriale dei jihadisti, hanno continuato a gestire campi e prigioni dove sono rinchiusi migliaia di miliziani e familiari dell’Is, ed a presidiare un’area cruciale per gli interessi energetici statunitensi.
Negli ultimi mesi, però, questo ruolo è diventato sempre meno centrale. L’avvicinamento agli Stati Uniti di Ahmed al Sharaa, ex jihadista diventato presidente dopo aver guidato la coalizione ribelle che ha rovesciato Assad, ha cambiato gli equilibri. La visita di al Sharaa alla Casa Bianca, a novembre, e l’ingresso della Siria nella coalizione internazionale antijihadista, hanno sancito un nuovo corso: per Washington, la presenza curda armata nel nordest non è più indispensabile.
L’inviato statunitense per la Siria, Tom Barrack, lo ha detto senza mezzi termini: la missione delle Fds “è in gran parte giunta al termine”. Da qui la pressione sui curdi perché accettino l’accordo con Damasco. Per molti leader e militanti curdi, questa svolta equivale a un tradimento, l’ennesimo nella lunga storia di alleanze interrotte e promesse mancate.
Civili e crisi umanitaria: cosa significa il ritorno di Damasco nel nordest
A pagare il prezzo più alto di questa transizione sono i civili. Secondo le Nazioni Unite, decine di migliaia di persone sono state costrette a lasciare le loro case nelle ultime settimane, in particolare nelle zone rurali di Raqqa, Deir Ezzor e lungo il confine turco. Le città simbolo dell’esperienza curda, come Kobane, vivono una situazione di semi-assedio, con accesso limitato a cibo, carburante e cure mediche.
Nei campi profughi del nordest, dove già vivono centinaia di migliaia di sfollati interni e familiari di ex combattenti dell’Is, la situazione è diventata ancora più precaria. Le organizzazioni umanitarie parlano di una riduzione degli aiuti e di crescenti difficoltà logistiche, mentre la popolazione teme che il ritorno dell’autorità centrale siriana possa tradursi in repressioni, arresti arbitrari e discriminazioni, soprattutto nei confronti dei curdi.
Allo stesso tempo, in alcune comunità arabe la fine del controllo delle Fds è vista con favore. Negli anni dell’autonomia curda non sono mancati abusi, imposizioni e tensioni etniche, alimentate anche dalle politiche del regime baathista che, già nella seconda metà del Novecento, aveva modificato la composizione demografica della regione insediando popolazioni arabe per indebolire la presenza curda. Oggi queste fratture rischiano di riaprirsi, in un contesto segnato da sfiducia reciproca e assenza di un vero processo di riconciliazione.
Il rischio Is: una minaccia mai scomparsa
La questione dei detenuti dello Stato islamico è uno degli elementi più delicati del negoziato. Le Fds hanno finora gestito prigioni e campi che ospitano migliaia di ex combattenti jihadisti e loro familiari, un compito gravoso e politicamente sensibile. Il trasferimento di parte di questi detenuti in Iraq, presentato come una misura di sicurezza, solleva interrogativi sulla capacità delle autorità regionali di prevenire fughe, radicalizzazione e riorganizzazione delle cellule dell’Is.
Secondo diversi analisti, l’indebolimento delle Fds e l’incertezza sul futuro assetto del nordest, potrebbero creare spazi per un ritorno del gruppo jihadista, soprattutto nelle aree desertiche e lungo il confine siriano-iracheno. È un rischio che preoccupa anche Damasco e i suoi alleati, ma che viene spesso subordinato alla priorità politica di riaffermare l’autorità di Damasco.
Un trauma che si ripete
In questo scenario si inserisce la riflessione dello psicologo Jan Ilhan Kizilhan sul trauma nazionale curdo. Per secoli, scrive, i curdi hanno vissuto nella loro patria senza mai essere riconosciuti come nazione, imparando cosa significa essere stranieri nel proprio paese. Questa esperienza ha prodotto emozioni contraddittorie: rabbia per le ingiustizie subite e impotenza di fronte all’indifferenza della comunità internazionale. Non a caso, per decenni molti curdi si sono definiti gli “orfani dell’universo”.
La crisi attuale in Siria sembra confermare questa metafora. Ancora una volta, le aspirazioni curde vengono subordinate a equilibri geopolitici più ampi; ancora una volta, la protezione promessa appare incerta, condizionata, reversibile. Il rischio è che a rimetterci non siano solo i curdi, ma l’intero paese: una Siria che, senza includere realmente le sue minoranze e le sue esperienze democratiche, potrebbe ritrovarsi formalmente unita ma profondamente instabile.







