Lagarde: «L’Europa può crescere, ma deve abbattere le barriere interne»

La presidente della Bce invita l’Unione a puntare maggiormente sulla domanda interna e a costruire un vero mercato europeo dei capitali. Il vecchio modello fondato sull’export è sempre più fragile davanti alle tensioni geopolitiche L’Europa sta dimostrando una capacità di tenuta superiore alle attese, ma il modello economico sul quale ha costruito gran parte della propria crescita negli ultimi decenni non appare più sufficiente. È questa, in sintesi, la lettura proposta da Christine Lagarde nei giorni scorsi durante un panel dell’International Business Council del World Economic Forum a Ginevra.

La presidente della Banca centrale europea ha sottolineato come l’economia europea abbia continuato a crescere nonostante lo shock energetico, sostenuta soprattutto dalla domanda interna. Un elemento che, secondo Lagarde, potrebbe diventare una componente strutturale della crescita futura se l’Unione riuscisse a ridurre le divisioni ancora presenti tra i suoi mercati nazionali. Il problema, quindi, non sarebbe soltanto quello di produrre di più, ma di riuscire a far funzionare davvero l’Europa come un unico grande mercato.

Il vecchio motore perde potenza

Per decenni la crescita europea ha trovato nell’apertura commerciale uno dei suoi principali motori. L’export, la forza dell’industria manifatturiera e un sistema internazionale relativamente stabile hanno consentito alle economie del continente di costruire una posizione centrale nelle catene globali del valore.

Quel contesto, però, è profondamente cambiato. Lagarde ha ricordato come i tre pilastri sui quali si è sviluppato il modello europeo – espansione del commercio internazionale, competitività manifatturiera favorita anche dall’energia a basso costo e stabilità dell’ordine internazionale – siano oggi sottoposti a una forte pressione.

Le tensioni geopolitiche hanno modificato le relazioni economiche tra gli Stati, aumentando l’attenzione verso le dipendenze strategiche, le materie prime e i cosiddetti colli di bottiglia delle catene di approvvigionamento. Allo stesso tempo, l’Europa si trova a fronteggiare un quadro di sicurezza più complesso lungo i propri confini. In questo scenario, affidarsi esclusivamente alla capacità di vendere sui mercati esteri rischia di diventare sempre più problematico.

Il mercato unico che ancora non è davvero unico

La risposta indicata da Lagarde parte da una risorsa che l’Europa possiede già: il mercato unico.

Ventisette Paesi e circa 450 milioni di consumatori costituiscono uno dei più grandi spazi economici integrati del mondo. Il problema è che questa dimensione non viene sfruttata pienamente, perché continuano a esistere ostacoli nazionali che rendono più difficile per imprese e investitori muoversi su scala continentale.

Secondo la presidente della Bce, rimuovere queste barriere avrebbe conseguenze dirette sulla capacità di crescita delle aziende europee. Una startup tecnologica, per esempio, dovrebbe poter crescere rapidamente oltre il proprio mercato nazionale senza incontrare una nuova serie di ostacoli normativi, finanziari o amministrativi ogni volta che attraversa una frontiera. Lo stesso vale per l’accesso ai capitali e per la possibilità delle imprese di espandersi attraverso i diversi mercati europei. La questione riguarda quindi anche la dimensione delle aziende.

Il problema della scala

Uno dei punti centrali del ragionamento di Lagarde è proprio la necessità di trasformare la dimensione europea in una vera scala europea.

L’Europa dispone di imprese innovative, competenze tecnologiche e un enorme bacino di consumatori. Ma spesso non riesce a trasformare questi vantaggi in campioni industriali capaci di competere con le grandi aziende statunitensi e asiatiche. Ridurre la frammentazione dei mercati potrebbe consentire alle imprese più dinamiche di crescere più rapidamente, mentre una maggiore integrazione finanziaria renderebbe più semplice reperire capitali all’interno dell’Unione. È un passaggio particolarmente importante per il settore tecnologico, dove la velocità di espansione può determinare la capacità di un’impresa di conquistare una posizione dominante a livello globale.

Una nuova idea di competitività europea

Il messaggio lanciato da Lagarde va quindi oltre la politica monetaria. Nel suo intervento non si è concentrata sulle decisioni della Bce sui tassi, ma sulla struttura dell’economia europea e sulle condizioni necessarie per renderla più competitiva nel lungo periodo. La sfida è costruire un modello nel quale la domanda interna possa compensare almeno in parte la maggiore fragilità dell’export.

Questo significa favorire gli investimenti, rendere più semplice la crescita delle imprese e completare l’integrazione dei mercati dei capitali. Ma significa anche affrontare uno dei problemi storici dell’Unione: la distanza tra l’ambizione di avere un unico mercato e la persistenza di numerose regole e strutture nazionali.

La geopolitica cambia anche l’economia

Dietro le parole di Lagarde c’è, in realtà, una questione più ampia.

La trasformazione dell’economia mondiale sta obbligando l’Europa a ripensare il proprio ruolo. Le guerre, le tensioni commerciali, la competizione tecnologica e la crescente attenzione alle dipendenze strategiche stanno riducendo lo spazio per un modello europeo fondato esclusivamente sull’apertura dei mercati globali. Per anni l’Europa ha potuto contare sulla globalizzazione come moltiplicatore della propria forza economica. Oggi deve fare i conti con un mondo nel quale l’interdipendenza può trasformarsi rapidamente in vulnerabilità.

Da qui la necessità di rafforzare ciò che l’Unione controlla direttamente: il proprio mercato interno, le proprie imprese, la capacità di finanziare l’innovazione e la propria autonomia nelle filiere considerate strategiche.

L’occasione e il rischio

La prospettiva indicata dalla presidente della Bce presenta però una difficoltà politica non secondaria. Ridurre le barriere nazionali significa trasferire una parte ulteriore delle decisioni dal livello degli Stati a quello europeo.

È un passaggio che può produrre benefici economici, ma che inevitabilmente apre un confronto sulla sovranità nazionale e sul grado di integrazione che i singoli Paesi sono disposti ad accettare. La questione è destinata quindi a rimanere al centro del dibattito europeo: continuare a proteggere mercati e interessi nazionali oppure utilizzare pienamente la dimensione continentale per competere con Stati Uniti, Cina e le altre grandi economie mondiali.

Il punto sollevato da Lagarde è però difficilmente eludibile. L’Europa dispone già della scala necessaria per essere una potenza economica. Deve ancora riuscire a comportarsi come tale. E in un mondo nel quale la geopolitica sta tornando a determinare sempre più direttamente le dinamiche economiche, il vero rischio per l’Unione potrebbe non essere soltanto crescere meno degli altri, ma continuare a presentarsi al mondo come 27 economie quando avrebbe la possibilità di agire come una sola.

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