Contro ogni previsione, il presidente anarco-capitalista ottiene una vittoria netta alle elezioni di metà mandato. Il voto segna una battuta d’arresto per il peronismo e conferma la polarizzazione del Paese
Javier Milei ha vinto di nuovo. Due anni dopo l’ascesa alla presidenza, alle elezioni legislative di metà mandato in Argentina del 26 ottobre, Milei rafforza la sua posizione con una vittoria elettorale netta, più ampia del previsto, consolidando il potere del suo partito, La Libertad Avanza, ribaltando completamente le previsioni di un risultato considerato piuttosto incerto. Con circa il 41 per cento dei voti a livello nazionale infatti, contro poco più del 31 per cento della coalizione peronista Fuerza Patria, Milei ha confermato la propria capacità di mobilitare l’elettorato nonostante due anni di governo difficoltosi, segnati da tagli draconiani, scandali e un generale malcontento sociale. Il voto, considerato da molti un referendum sulla sua presidenza, ha dato al leader libertario un margine di quasi dieci punti sull’opposizione e un successo in 16 delle 24 province del Paese, inclusi i distretti chiave di Buenos Aires, Córdoba, Santa Fe, Mendoza e la capitale.
Il risultato consegna al partito di governo una presenza parlamentare rafforzata: 64 nuovi seggi alla Camera dei Deputati e 12 al Senato, numeri che permettono a Milei di superare la soglia necessaria per influenzare la legislazione, anche se non ancora di governare senza alleanze. “Oggi inizia la costruzione di una grande Argentina”, ha detto nel suo discorso della vittoria, presentando il voto come la conferma di un mandato popolare per completare la trasformazione economica avviata nel 2023.
L’effetto, immediato, si è subito visto sui mercati: il peso argentino è salito fino al 10 per cento contro il dollaro, e la Borsa ha registrato rialzi a doppia cifra. Gli investitori hanno letto la vittoria come un segnale di continuità delle riforme pro-mercato e del sostegno statunitense. Negli ultimi mesi, l’amministrazione americana di Donald Trump, che si è complimentato su tweet con Javier Milei, ha concesso a Buenos Aires una linea di swap valutario da 20 miliardi di dollari e promesso nuovi finanziamenti privati per sostenere la stabilità del peso. Washington considera Milei un alleato strategico nella regione, un contrappeso all’influenza cinese in Sud America.
Sul piano interno, il governo può vantare alcuni risultati macroeconomici: l’inflazione, che nel 2023 superava il 200 per cento, è scesa intorno al 30 per cento a settembre, e il Paese ha registrato il primo surplus fiscale in quattordici anni. Ma i costi sociali sono stati altissimi. Il potere d’acquisto è crollato, più di 250 mila posti di lavoro sono andati perduti e circa 18 mila imprese hanno chiuso. Le politiche di “terapia d’urto”, che hanno comportato tagli alla spesa pubblica, al sistema sanitario e all’istruzione, hanno lasciato ampie fasce della popolazione in condizioni di forte precarietà.
A complicare ulteriormente il quadro ci sono stati scandali che hanno toccato figure di primo piano del governo, inclusa la sorella del presidente, Karina Milei, coinvolta in un’inchiesta per corruzione, e la vicenda di una criptovaluta promossa dal governo e poi fallita. Nonostante ciò, la campagna di Milei ha trovato nuova linfa grazie alla promessa di “porre fine a cento anni di decadenza” e all’appoggio esplicito dell’ex presidente Trump, che lo ha definito “un amico e un combattente per la libertà”.
Il peronismo, che ha dominato la politica argentina per gran parte degli ultimi ottant’anni, esce da queste elezioni con uno dei peggiori risultati della sua storia. Il partito fondato da Juan ed Eva Perón conserva un radicamento territoriale profondo, ma non è riuscito a mobilitare gli elettori delusi né a costruire un discorso alternativo credibile. Molti votanti della classe media, pur criticando le misure di Milei, hanno scelto di non tornare a un modello associato a crisi ricorrenti e stagnazione economica. Per Milei, la vittoria di ottobre rappresenta un punto di svolta. Pur dovendo ancora contare sul sostegno di partiti centristi per approvare le sue riforme, il presidente ha ottenuto un mandato politico più forte di quanto immaginassero analisti e opposizione. L’obiettivo ora è trasformare quel consenso in risultati tangibili: stabilizzare l’economia, attirare investimenti e ridurre la povertà che colpisce ancora un terzo della popolazione. È un compito che richiederà pragmatismo, capacità di mediazione e un equilibrio tra ideologia e realtà.
Fine del peronismo dunque fine di un’era politica? Forse, anche se il futuro resta incerto: la fiducia che oggi sostiene il presidente è solida ma fragile. La stabilizzazione del successo di Milei dipenderà dalla capacità del governo di far percepire ai cittadini che la “grande Argentina” evocata nei discorsi non resti solamente uno slogan.







