Le donne invisibili dell’Afghanistan

Da Herat a Kabul, cinque anni di restrizioni hanno trasformato l’Afghanistan nell’unico paese al mondo dove alle ragazze è vietato frequentare la scuola secondaria. E ora il mondo ricomincia a dialogare con i talebani

Perché proprio ora, a quasi cinque anni dalla riconquista del potere da parte dei talebani, l’Afghanistan è tornato al centro dell’attenzione internazionale? La risposta sta negli eventi delle ultime settimane a Herat e nel dibattito riaperto sulla normalizzazione del regime.

All’inizio di giugno, nella grande città dell’Afghanistan occidentale, decine di donne sono state fermate dalle autorità talebane con l’accusa di non rispettare le norme sull’abbigliamento islamico. Secondo la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama), almeno trenta donne sarebbero state arrestate durante una serie di controlli condotti dalla polizia morale. Testimonianze raccolte da organizzazioni internazionali parlano di giovani donne prelevate dai mercati, dalle strade e dai luoghi pubblici e trasferite in centri di detenzione temporanea. Le autorità talebane hanno respinto le accuse, parlando di “voci non verificate” e sostenendo che le operazioni della polizia morale rientrano nell’applicazione delle norme islamiche anche se le denunce hanno rapidamente attirato l’attenzione di osservatori internazionali e di gruppi per i diritti umani. Gli arresti hanno provocato proteste spontanee in diversi quartieri della città. Secondo Human Rights Watch, Reuters e Associated Press, le forze di sicurezza sono intervenute per disperdere i manifestanti. Negli scontri successivi almeno due persone sono morte e più di venti sono rimaste ferite. Tra le vittime ci sarebbe anche un bambino. Per molti afghani l’episodio è stato il segnale di un nuovo irrigidimento della repressione, ma per chi segue l’evoluzione del regime talebano rappresenta soprattutto la conferma di una tendenza in corso da quasi cinque anni. In un’intervista raccolta da operatori delle Nazioni Unite dopo gli arresti di giugno, una giovane residente di Herat ha raccontato di aver smesso di frequentare il mercato e gran parte degli spazi pubblici per paura dei controlli: “Quando ho sentito che stavano fermando le donne per strada, ho deciso di restare a casa”, ha spiegato. “Nessuna sa con certezza quali regole stiano applicando e nessuna vuole correre il rischio di essere portata via”. Testimonianze simili sono emerse anche da altre zone della città. Diverse famiglie hanno riferito che le figlie hanno ridotto gli spostamenti al minimo indispensabile e che molte donne evitano ormai luoghi affollati, mercati e centri commerciali. Più che gli arresti in sé, raccontano gli osservatori, è l’incertezza a produrre l’effetto più profondo: la sensazione che qualsiasi presenza femminile nello spazio pubblico possa essere oggetto di controllo o sanzione. Gli eventi di Herat arrivano in un momento particolare: per anni l’Afghanistan era progressivamente scomparso dalle prime pagine dei giornali internazionali. Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, le tensioni tra Stati Uniti e Cina e le crisi economiche globali avevano relegato il paese ai margini del dibattito pubblico. Eppure, mentre l’attenzione del mondo si spostava altrove, i talebani hanno continuato a trasformare in profondità la società afghana, soprattutto per quanto riguarda la condizione delle donne.

Il collasso dello Stato afghano

Quando i talebani entrarono a Kabul nell’agosto del 2021, il mondo osservò con un misto di incredulità e rassegnazione il collasso dello stato afghano costruito nei vent’anni precedenti. Nel giro di poche settimane il governo sostenuto dall’Occidente si dissolse, l’esercito afghano si sfaldò e il presidente Ashraf Ghani lasciò il paese. Le immagini di migliaia di persone accalcate all’aeroporto di Kabul, nel tentativo disperato di lasciare il paese prima del completamento del ritiro statunitense, divennero il simbolo della fine di un’epoca. La rapidità con cui il potere passò nelle mani dei talebani colse di sorpresa gran parte della comunità internazionale. Dopo due decenni di presenza militare occidentale, migliaia di miliardi di dollari spesi e la costruzione di istituzioni formalmente democratiche, l’Afghanistan tornava sotto il controllo dello stesso movimento che aveva governato il paese tra il 1996 e il 2001. I leader talebani promisero allora una versione più pragmatica e moderata del loro movimento: nelle conferenze stampa organizzate a Kabul parlarono di amnistia, inclusione e rispetto dei diritti delle donne “nel quadro della legge islamica”, ma come sappiamo, non fu così. Molti governi scelsero però di attendere; alcuni diplomatici sostennero che i talebani, per ottenere riconoscimento internazionale e aiuti economici, sarebbero stati costretti a moderare le proprie posizioni. Quell’ipotesi si è rivelata errata.

La prima restrizione significativa arrivò nel settembre 2021, quando alle ragazze fu impedito di tornare nelle scuole secondarie. Seguì una lunga serie di decreti che avrebbero progressivamente ridefinito il ruolo delle donne nella società afghana, come la chiusura università alle studentesse nel dicembre 2022. Pochi giorni dopo, il governo vietò alle donne di lavorare per numerose organizzazioni non governative. Nel corso del 2023 e del 2024 le restrizioni si estesero a sempre più settori professionali, limitando la possibilità per le donne di lavorare nell’amministrazione pubblica, nei media e in molte attività private. Nei mesi successivi alla presa di Kabul, furono proprio le donne a guidare una delle poche forme di opposizione pubblica al nuovo regime. Tra il 2021 e il 2023 piccoli gruppi di attiviste scesero in strada a Kabul, Herat, Mazar-i Sharif e in altre città per chiedere il diritto all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione politica. Le immagini di manifestanti che sfilavano con cartelli recanti slogan come “Pane, lavoro, libertà” fecero il giro del mondo, diventando il simbolo della resistenza civile all’interno del paese. La risposta dei talebani fu rapida. Le proteste vennero progressivamente vietate, molte attiviste furono arrestate o costrette alla clandestinità e diverse giornaliste che documentavano le manifestazioni subirono intimidazioni e detenzioni. Nel giro di pochi mesi il movimento perse la possibilità di organizzarsi apertamente, ma non scomparve. Ancora oggi reti informali di donne continuano a documentare abusi e discriminazioni, spesso a rischio della propria sicurezza.

Parallelamente vennero introdotte norme sempre più severe sugli spostamenti e sulla presenza negli spazi pubblici. In molte province le donne non possono percorrere lunghe distanze senza essere accompagnate da un parente maschio mentre palestre, parchi, centri sportivi e numerosi luoghi di aggregazione sono stati progressivamente chiusi al pubblico femminile. Le attiviste afghane hanno descritto questo processo come una cancellazione graduale dalla vita pubblica e sociale.

L’esclusione come sistema di governance

Per comprendere la portata del cambiamento bisogna ricordare che, nonostante le profonde disuguaglianze e la persistente insicurezza che caratterizzavano l’Afghanistan repubblicano, negli anni precedenti al 2021 milioni di ragazze frequentavano la scuola, decine di migliaia di donne lavoravano nelle istituzioni pubbliche e una nuova generazione di giornaliste, avvocate, insegnanti e imprenditrici aveva conquistato una visibilità impensabile sotto il primo regime talebano. La riconquista del paese da parte degli studenti coranici ha interrotto bruscamente quel processo. Secondo le Nazioni Unite, l’Afghanistan è oggi l’unico paese al mondo in cui alle ragazze è vietato frequentare la scuola oltre il livello primario. L’istruzione universitaria femminile è stata praticamente azzerata e l’esclusione dal mercato del lavoro ha aggravato la dipendenza economica delle donne dalle loro famiglie. Le conseguenze non sono soltanto sociali ma anche economiche. Diversi studi delle agenzie delle Nazioni Unite hanno stimato che l’esclusione delle donne dal lavoro e dall’istruzione abbia sottratto miliardi di dollari all’economia afghana. In un paese già segnato da povertà diffusa, disoccupazione e dipendenza dagli aiuti internazionali, la marginalizzazione di metà della popolazione rischia di compromettere qualsiasi prospettiva di sviluppo. Molte famiglie che prima contavano sul reddito femminile ad oggi si trovano in condizioni di estrema vulnerabilità.

Negli ultimi mesi il quadro è diventato ancora più cupo. Organizzazioni internazionali e gruppi per i diritti umani denunciano una crescente istituzionalizzazione della discriminazione. Alcuni decreti recenti sono stati interpretati come un ulteriore rafforzamento del controllo maschile sulle decisioni matrimoniali e familiari. Nel frattempo, aumentano le segnalazioni di matrimoni precoci, povertà estrema e problemi di salute mentale tra le giovani donne private dell’accesso all’istruzione e all’occupazione. È in questo contesto che gli arresti di Herat assumono un significato politico che va oltre la cronaca locale. Le operazioni della polizia morale mostrano come il regime non si limiti più a imporre divieti formali, ma punti a una sorveglianza quotidiana e capillare del comportamento femminile. Non si tratta soltanto di impedire alle donne di studiare o lavorare. Si tratta di controllarne la presenza stessa nello spazio pubblico.

La vicenda ha attirato l’attenzione internazionale anche per un’altra ragione: mentre a Herat si verificavano arresti e proteste, in Europa si discuteva del futuro dei rapporti con Kabul. A giugno una delegazione talebana è stata ricevuta a Bruxelles per una serie di colloqui tecnici con funzionari dell’Unione europea. Formalmente gli incontri riguardavano questioni pratiche, tra cui la cooperazione sui rimpatri e la gestione dei flussi migratori, ma politicamente il loro significato è apparso molto più ampio. Nessun paese riconosce ufficialmente il governo talebano come legittimo rappresentante dell’Afghanistan nonostantenegli ultimi anni numerosi stati hanno riaperto canali di comunicazione con Kabul. La Cina, la Russia, diversi paesi dell’Asia centrale e alcune monarchie del Golfo hanno intensificato i rapporti diplomatici ed economici. Anche in Europa cresce il numero di funzionari convinti che sia impossibile affrontare le questioni migratorie e umanitarie senza un dialogo diretto con le autorità che controllano il paese. Per le attiviste afghane questo processo rappresenta una fonte di crescente preoccupazione. Il timore è che la necessità di gestire crisi regionali, flussi migratori e problemi di sicurezza finisca per relegare in secondo piano la questione dei diritti umani; in altre parole, che la comunità internazionale si abitui progressivamente a considerare normale ciò che fino a pochi anni fa appariva inaccettabile. Non è un caso che negli ultimi anni sempre più giuristi abbiano iniziato a utilizzare l’espressione “apartheid di genere” per descrivere la situazione afghana. Il termine non ha ancora una definizione codificata nel diritto internazionale, ma viene impiegato per indicare sistemi politici che separano ed escludono le donne dalla vita pubblica attraverso un insieme coerente di leggi, pratiche e istituzioni. Herat ha riportato questa discussione sulle prime pagine dei giornali perché gli arresti, le proteste e le vittime hanno ricordato al mondo che la questione afghana non appartiene al passato. Mentre la diplomazia internazionale cerca un equilibrio tra pragmatismo e principi, milioni di donne continuano a vivere in un paese dove il diritto allo studio, al lavoro e alla libera circolazione può essere revocato per decreto.

Cinque anni dopo il ritorno dei talebani, il vero interrogativo dunque non riguarda più la direzione presa dall’Afghanistan, quella appare ormai – purtoppo – chiara, ma la domanda riguarda piuttosto la comunità internazionale: fino a che punto è disposta a normalizzare i rapporti con un governo che continua a costruire la propria legittimità politica sull’esclusione sistematica delle donne dalla vita pubblica?

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