Si era pensato sin da Roberto Longhi che del Domenichino non esistessero dipinti dell’Ecce Homo. Vittorio Sgarbi avanzò qualche ipotesi anni fa, ma non fu trovato nulla.
Di Domenico Zampieri, il nome di battesimo dell’artista bolognese chiamato dai sodali Domenichino per via della sua piccola statura e del suo carattere estremamente docile, non sono mai pervenuti ufficialmente soggetti che ritraggano Cristo Gesù nel momento in cui è presentato da Pilato alla folla.
Ma soprattutto non sono mai pervenute opere del Domenichino dall’entroterra della Basilicata.
Domenico Zampieri è nato a Bologna il 21 ottobre 1581 ed è morto a Napoli il 6 aprile 1641, allievo dI Ludovico Carracci e seguace della forma raffaellesca. Operò la maggior parte della sua vita nei grandi cantieri della Roma ludovisiana e aldobrandina, dove potè fino al 1628/30 assorbire tutto ciò che di esemplare era lasciato da Michelangelo e Raffaello attraverso le prodigiose amicizie di Guido Reni e Annibale Carracci.
L’opera dell’artista bolognese ha compreso un’ampia gamma di sezioni tematiche, dall’Assunzione della Vergine alla Cacciata di Adamo ed Eva, dal Martirio di San Sebastiano all’Ascensione di San Paolo, dalla Flagellazione di S. Andrea alla Caccia di Diana e altre ancora.
“E che un soggetto così squisitamente seicentesco nonché usitato dall’insorgente progetto controriformista, non appaia tra le corde del Domenichino è sempre stato un turbamento della critica.” (Parole di Mauro Di Ruvo)
Tuttavia forse un Ecce Homo del Domenichino lo possediamo veramente, e non è a Roma, ma a Melfi, nella terra di Federico II di Svevia.
Durante una personale ispezione di Mauro Di Ruvo al Museo Diocesano dell’Episcopio di Melfi eseguita a settembre, era emerso un dipinto esposto in un angoletto della sala che sembrava occultare una grande paternità storiografica. Un Ecce Homo arrivato in totale anonimato da Napoli e acquisito nella Collezione personale del Cancelliere Mons. Ciro Guerra negli anni ’70.
“Decisi su suggerimento del cancelliere vescovile di avvicinarmi all’opera e notai alcune striature semantiche che non sono proprie di un’opera orfana o di banale fruizione – dichiara il critico d’arte.
Appena la vidi, notai delle contraddizioni tra il fondale terroso scuro tipico napoletano e la resa iconografica di Cristo, quasi estranea all’ambiente partenopeo e più familiare al côté di Guido Reni. Ma non era Reni né Annibale Carracci. Il volto di Cristo aveva un’altra paternità meno nota e più elitaria. Il primo nome che mi venne in mente fu il Domenichino”.
Le indagini partirono quindi dal mese di settembre 2025, dice Di Ruvo, “e seguendo il criterio filologico dello stemma codicum già usato per la Pala Decemviri di Perugino da Donal Cooper, nonché quello archivistico-documentale, emergevano volta per volta nuove concordanze stilistiche e iconografiche tra le opere dello Zampieri a Roma e la novità apportata da Caravaggio, e dai suoi allievi, alla tradizione dell’Ecce Homo, nell’opera omonima di Madrid e di Genova. La solitudine di Cristo e la sostituzione del corollario evangelico ancora usato dal Correggio, il manto sanguigno ricadente sugli omeri e la focalizzazione a mezzo busto del Messia, sono i nuovi tratti identitari dell’Ecce Homo che il Domenichino avrebbe già assopito qualche prima di mettere mano all’opera di Melfi”.
L’Ecce Homo di Melfi è infatti del tardo Domenichino, dell’artista già maturo (già autore della Cacciata di Adamo ed Eva per intenderci) che deluso dall’ambiente romano decide di accettare l’incarico dal viceré di Napoli Zúñiga y Fonseca, VI conte di Monterrey, di decorare la Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro.
Ed è nella sincronia del cantiere napoletano, afferma il critico, che riusciamo a vedere meglio la vicinanza espressiva somatica dei due angeli del fondale dell’Ecce Homo con le figure interne al ciclo di Storie di San Gennaro, tra cui la Liberazione dell’ossessa.
“La datazione che regge l’attribuzione dell’opera all’artista bolognese è dunque quella vicina alla sua morte, ma non prima del ciclo delle Storie, quindi 1639/40. La committenza si rispecchierebbe così nel giro elitario frequentato dall’artista a Napoli, quale l’aristocrazia che pur era proprietaria del dipinto nell’Ottocento a Riviera di Chiaia, da cui proviene l’acquisizione nella odierna collezione”.
Si tratta con l’Ecce Homo di Melfi – dichiara infine Di Ruvo – di un unicum internazionale all’interno del panorama della storia dell’arte, perché potrebbe essere forse il nodo di aggancio per rischiarare altre opere inedite sul medesimo soggetto che non sono state mai considerate prima. Un punto di partenza quindi e non di arrivo per il Domenichino è la scoperta di questo Ecce Homo.




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