“Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo.“
Con queste parole, in piazza Campo de’ Fiori a Roma, Alberto Moravia componeva un lirico e amaro addio; era un periodo breve, carico di sensi, un ritratto che al rammarico iniziale, procedeva dal limite alla selezione: era il cinque novembre 1975, tre giorni dopo la morte di Pier Paolo Pasolini. Sul finale, Moravia chiudeva il commiato, già denso di temi, con una parola che restituiva il peso del tempo: cento anni, pochi poeti, troppi terribili fatti. Guardava e pensava al ‘900, il secolo veloce: dalle guerre mondiali alle crisi economiche, il benessere post-bellico, nuovi costumi e globalizzazione. Per anni la tradizione ha identificato quel periodo con la rapidità, ignari di quello che sarebbe successo dagli anni 2000; della dialettica presente-futuro sbilanciata nei termini in favore del secondo, l’istante del qui ed ora declassato in funzione di un domani migliore, un bene che si immagina altrove. Pasolini, tuttavia, era l’uomo del ‘900 e del presente, dell’oggi che si consuma con le sue contraddizioni, dolori, ferite inferte; da qui, l’autore di Casarsa non si muove, si scava un posto in profondità: la prospettiva migliore per l’intellettuale che vuole capire, scrivere quello che vede e soffrirne, ovviamente.
Il presente di Pasolini iniziava nel 1944 nell’Italia settentrionale dell’est, nel paese d’origine materno (Casarsa) e la famiglia in piena disgregazione: il padre al fronte e Guido, il fratello minore, in montagna per difendere l’italianità del Friuli, sulle truppe comuniste che favorivano l’annessione alla Jugoslavia di Tito. Nell’eccidio di Porzûs (1944) moriva l’altro Pasolini (Guido), una mancanza che giungeva al poeta con ‘disperata vitalità‘: una tragedia così intesa, poiché ‘drammatica e inesorabile è la presenza di Guido nei suoi pensieri’. Un senso di colpa che cresceva negli anni per l’adesione al PC, e la protezione mancata verso il fratello più giovane ‘che andava difeso dalla sua generosità, dal suo coraggio.’ L’impotenza di Pasolini lievitava poiché, della comunità fieramente difesa da Guido, apparteneva anche lui, riparato a Casarsa con la madre, lontano dalla guerra civile, in pieno fervore creativo. La Storia, come altri scrittori della sua generazione, l’avrebbe consacrato poeta neorealista ma, l’assenza di quell’esperienza, della lotta partigiana in collina, ha concesso la nascita di un poeta che ha narrato l’Italia ‘ nei cupi anni ’50 e i duri anni ’60.’
C’è una sovrapposizione immediata fra Roma e Pasolini, una connessione nata come narrazione vincente sul poeta; tuttavia, i rapporti con la capitale erano stati complessi. Probabilmente, se i fatti non lo avessero impedito (Ramuscello, 1949), sarebbe rimasto a Casarsa; si lasciava ispirare dai paesaggi bucolici del Friuli, pensava liricamente in friulano e lo colpiva il rapporto che lì, e solo lì, avevano gli uomini: ‘non era un equilibrio che si cercava tra persona a persona, ma uno slancio reciproco.’
Arrivava a Roma nei primi anni ‘50, nel bagaglio tre romanzi brevi (Atti Impuri, Amodo mio, Romàns), intimi e pubblicati postumi, contenevano i motivi dell’addio a Casarsa, l’omosessualità dichiarata, ‘l’attrazione erotica e del sesso sotto il segno di una ricerca spasmodica e tormentata.’ Mancava una regola non scritta, dunque sacra, dove riconoscersi; pertanto, le ostilità al diverso gli piovevano dal partito alla comunità. Da uomo esiliato, incontrava a Roma una realtà estranea al modo settentrionale di fare: “tra questa gente, il rapporto è sempre ben definito dalla forza, dalla posizione sociale.“
Era il 1955 quando il mondo sconosciuto di Roma, diventava protagonista del suo primo romanzo (Ragazzi di Vita) edito da Garzanti; narrava le avventure tragicomiche dei giovani di borgata, tra istinti violenti, imprevedibile generosità e fuga dallo squallore. Ungaretti, che lo aveva candidato al Premio Strega e Viareggio, si trovava nello stesso anno a difenderlo dalle accuse di oscenità, con una lettera spedita al tribunale di Roma che, decretando l’inconsistenza del reato, disponeva il libero circolo del romanzo e scioglieva il processo senza condanne. Quanto alle competizioni poetiche, Pasolini non desiderava partecipare e, tantomeno, vincere; tuttavia, quando il Premio Crotone consacrava Una vita violenta (1959) al primo posto, la soddisfazione si conteneva appena. Il poeta di Casarsa era stato molto duro con la Calabria, una regione che considerava bandita, drammatica, depressa e fuori dalla storia. Nei suoi articoli di inchiesta, era stato tra i pochi a denunciare i fatti di Melissa del 1949.
Pasolini era un giornalista attivo, firma eccelsa del Corriere ai tempi del direttore Ottone che ne apprezzava la postura: il poeta capiva il presente e dimostrava “che il nostro mestiere quando raggiunge le vette più alte è poesia.” Sul quotidiano milanese narrava l’Italia degli anni di piombo, la strage di Piazza Fontana, denunciava gli abusi di potere, la polizia, l’esercito, gli apparati dei servizi segreti implicati nel favoreggiamento delle nuove linee fasciste. In ultimo, nel romanzo incompleto Petrolio (1992), indentificava Eugenio Cefis tra i mandanti del disastro aereo dove viaggiava Mattei. Il suo successo stava nel raccontare il presente, quello visibile a tutti, percependolo con i sensi, leggendolo emotivamente: un interesse totale agli anni ‘della violenza, dei depistaggi, dei delitti impuniti’ tra cui l’omicidio subito (1975).
Molti studiosi avevano costruito una lettura che, con modesto seguito, lo voleva nel ruolo di ultimo uomo, un’anima che “ha un testamento da lasciarci o un urlo da farci decodificare.” Si trovava nella frattura sociale vissuta da chi, come lui, aveva subito la guerra ma l’aveva anche superata, e il mondo com’era si era spento. Intuiva che lo scarto dei tempi stava nei fatti e nel potere dell’uomo di cambiarli: “per la generazione del dopoguerra non è successo niente, ma è cambiato tutto, valori, modelli, way of life. Si può dire di sì o no al fascismo o alla guerra, ma non si può dire sì o no alla tecnologia o alla globalizzazione.” Da qui, inizia un lungo percorso critico da cui solleva le crepe del presente: la frattura fra ideologia ed esistenza, la matrice monolitica da cui tutti gli uomini generano senza differenze ma, soprattutto, la percezione della contraddizione come unica integrità possibile. In quel tempo affollato, poneva salda fiducia nell’intellettuale che sapeva di essere: ‘produttore di significato a getto continuo.’ Il suo testamento ripudia l’omologazione, sostiene la coscienza storica e il ruolo militante della poesia. Se fosse possibile dare alle idee una sembianza, sarebbe quella del suo autore che Garzanti ricordava così: “Era magrissimo, il viso ossuto, gli occhi immensi, la bocca vuota quasi da morto; indossava un incongruo completo gessato da quattro soldi. Il tormento era già espresso lì nella sua presenza.“







