L’Emilia-Romagna è la regione che aiuta di più le mamme. Sicilia ultima

Elena ha 34 anni, vive a Bari e fino a quattordici mesi fa era la responsabile marketing di una piccola azienda locale. Dopo la nascita di Tommaso, la sua vita si è trasformata in un incastro impossibile, fino a dover lasciare il lavoro. Elena fa parte di quel 63,6% di donne che, secondo l’ultimo Rapporto di Save the Children, rassegnano le dimissioni perché i carichi di cura sono diventati incompatibili con l’impiego.

a Puglia, secondo il Mother’s Index di Save the children realizzato in collaborazione con l’ISTAT contenuto nel Rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026” è una delle regioni che rendono la vita più difficile alle madri. L’indice misura le condizioni delle madri attraverso sette ambiti – Demografia, Lavoro, Rappresentanza, Salute, Servizi, Soddisfazione soggettiva e Violenza – utilizzando 14 indicatori provenienti da diverse fonti del sistema statistico nazionale. La regione più “amica delle madri” è l’Emilia-Romagna seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Valle d’Aosta. Segnali di miglioramento si osservano per il Piemonte, che sale dal 12° all’8° posto e per la Calabria. Peggiora la situazione nel Nord-Est: scendono il Friuli-Venezia Giulia e il Veneto, il Molise, e il Lazio.

Nel Mezzogiorno il quadro resta complessivamente stabile ma su livelli inferiori alla media nazionale. L’Abruzzo si conferma la regione meglio posizionata tra quelle meridionali (14° posto), mentre in fondo alla classifica si collocano la Basilicata, la Puglia e – ultima – la Sicilia. Il rapporto di Save the Children descrive un’Italia spaccata, dove la maternità è spesso il fattore scatenante di una vera e propria penalizzazione professionale. Se per gli uomini la paternità è quasi neutra (o addirittura un incentivo alla carriera), per le donne italiane è un freno a mano tirato.

I dati raccolti nel 2024 e proiettati nel 2025 delineano uno scenario di “resistenza” più che di esistenza. Il tasso di occupazione per le donne tra i 25 e i 49 anni con figli vede un distacco drammatico rispetto ai padri con una differenza che sfiora il 30,7%. Le sfide legate alla cura dei figli rappresentano oltre il 60% delle motivazioni che spingono le lavoratrici madri a convalidare le dimissioni presso l’Ispettorato del Lavoro. Al contrario, per gli uomini, l’interruzione del rapporto di lavoro è quasi sempre dovuta a un passaggio verso un’azienda migliore (78,9%). L’Italia detiene il primato per il part-time subito. Molte madri accettano contratti a orario ridotto non per scelta, ma come unica via per non soccombere ai carichi familiari.

La condizione delle madri è strettamente legata a due fenomeni che stanno ridisegnando il Paese: denatalità e povertà. L’età media al primo figlio è salita a 31,6 anni, la più alta d’Europa. Il timore della precarietà spinge molte donne a posticipare la gravidanza fino a rinunciarvi: il numero medio di figli per donna è sceso a 1,20. Anche il rischio povertà relativa in cui versa più di un minore su quattro (26,7%) influenza la scelta di non avere figli. Questa vulnerabilità colpisce soprattutto i nuclei guidati da madri sole o in famiglie dove la madre non è riuscita a rientrare nel mondo del lavoro dopo il parto. Per sostenere davvero la genitorialità è fondamentale adottare politiche strutturali, fondate su interventi integrati: occupazione stabile, servizi per l’infanzia accessibili e di qualità, adeguati strumenti di sostegno economico e percorsi di autonomia abitativa per le giovani generazioni.

Serve rafforzare un welfare coerente e coordinato lungo tutto l’arco della vita, insieme a un’organizzazione del lavoro compatibile con le responsabilità familiari”, afferma Giorgia D’Errico, Direttrice Affari pubblici e Relazioni istituzionali di Save the Children,sottolineando come “la condivisione della cura rappresenti una leva decisiva per ridurre le disuguaglianze di genere e rendere sostenibile la maternità. In questa direzione, è fondamentale riformare il sistema dei congedi per garantire una reale equità tra genitori, introducendo congedi paritari come diritto individuale. Allo stesso tempo, va potenziato il sistema educativo 0-6, assicurando servizi di qualità omogenei su tutto il territorio, continuità tra nidi, scuole dell’infanzia e percorsi scolastici successivi, e una piena integrazione con i servizi del territorio”.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here