Una protesta consolidata
Nonostante i grandi movimenti di reazione repressiva messi in atto dal regime khomeinista, le grandi proteste che nei giorni e nelle settimane scorse hanno infiammato i principali agglomerati del paese stanno continuando. Un fattore da considerare, e che talvolta si tende per converso a dimenticare, è che i numeri che giungono in chiaro all’informazione libera al di là dei confini iraniani possono essere edulcorati ed assai ridimensionati. Occorre realizzare che la censura e la repressione operate da Teheran sono di natura assoluta, e che pertanto non è possibile sottovalutarle soprattutto alla luce delle dinamiche internazionali recenti.
Secondo una nota dell’Institute for the Study of War del 22 gennaio, Teheran starebbe intensificando ed espandendo le proprie dinamiche repressive ai danni dei piccoli imprenditori e proprietari sospettati di aver sostenuto o preso parte alle proteste, chiudendone i conti bancari e limitandone sensibilmente l’autonomia gestionale e finanziaria. Questa mossa potrebbe compromettere, quantomeno nel lungo periodo, il sostegno che queste categorie avevano solitamente offerto al regime.
Crisi autoritaria e scenari ipotetici
Nei manuali di scienza politica si può leggere che le crisi dei regimi autoritari sono sovente originate quando si verifica una sostanziale rottura del patto alla base del regime stesso, che rende sostantivato il rapporto tra la coalizione in esso dominante e la popolazione.
Ovviamente ciò può concretizzarsi in molte maniere in base al livello raggiunto da quello che gli scienziati politici definiscono come il consolidamento del regime. Se esso è riuscito nel tempo ad acquisire controlli sostanziali sugli elementi e sui fattori che possono dominare l’arena coercitiva ed indirizzarla a favore del regime, la fase critica dello stesso dovrà necessariamente dipingersi come impattante e sulla classe dirigente e sulle forze militari e di sicurezza destinatarie dell’esecuzione del monopolio della forza. In quale misura tale impatto debba poi declinarsi rimane una questione sostanzialmente ancillare ai fini del nostro discorso.
I cosiddetti patti sostantivi regolanti i rapporti tra i membri di una coalizione, come ad esempio i militari e la classe politica dirigente, debbono essere individuati come il principale elemento di debolezza e di fluidità nel processo di innesco delle dinamiche di crisi autoritaria. Questo fattore ci indica che quando le forze militari e di sicurezza appaiono divise, o comunque non stabilmente ancorate alla fedeltà di regime, la crisi autoritaria può compromettere anche un regime profondamente istituzionalizzato. Se guardiamo a quanto è accaduto negli ultimi eventi, vi sono alcuni episodi in cui dei manipoli delle forze di sicurezza iraniane si sono rifiutati di agire ai danni dei manifestanti, ignorando dunque i propri ordini ed interrompendo la catena di comando. In un regime come quello iraniano, si tratta di un segnale significativo.
Oltre a questo, al fine di calarci nel contesto specifico della nostra analisi, occorre denotare il fatto che solitamente le aree politicamente più vibranti ed attive del paese risultano essere i centri urbani; mentre le aree rurali da sempre si sostanziano non tanto come conservatrici, bensì come disposte ad un maggiore adattamento sostenuto da quella che si potrebbe definire “noncuranza flessibile” a patto che la sussistenza quotidiana risulti garantita.
Pertanto, quando il paese è in protesta significa che sono i centri urbani ad animarla; proprio come sta accadendo. E se si guarda alla diffusione dei vari episodi, si scopre che sia le dinamiche di continuità temporale sia quelle di estensione in termini di centri urbani coinvolti e numero di manifestanti e forze governative attive, ferite od uccise risultano essere molto ampie. I centri urbani sono stati il nucleo delle proteste all’origine della Rivoluzione khomeinista, e se un domani l’attuale regime dovesse cadere saranno sempre loro il punto di partenza operativo e sostanziale di tale caduta.
Nello spettro ipotetico e speculativo di un Iran post-khomeinista si possono tracciare molti orizzonti di risposta più o meno probabili. Tra questi, molta rilevanza è stata acquisita dal possibile ritorno della monarchia dello Scià, impersonata da Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià deposto nel 1979.
Occorre dare rilevanza analitica a tale scenario in virtù di una serie di considerazioni poco note od anche fuorvianti, considerando al contempo che questa rimane l’unica opzione politico-istituzionale dotata di un’effettiva apparenza di realizzabilità e di ancoraggio al portato storico e culturale iraniano. Ovviamente altri scenari sono altresì possibili, ma più difficili da connotare in sede speculativa in virtù della più elevata variabilità del loro eventuale sviluppo.
Tornando quindi sullo scenario monarchico, è da osservare che molti spesso tendono a compiere un errore analitico molto insidioso. Tale errore viene spesso dettato da un pregiudizio che sorge quando si evita di applicare lo strumento fondamentale che lo scienziato politico apprende dal primo momento, ovvero l’avalutatività. In sintesi, molti dicono che la monarchia sarebbe uno sviluppo negativo per l’Iran perché l’ultimo Scià aveva mostrato tendenze autoritarie e repressive, ed era rimasto una figura quantomeno controversa nella storia nazionale. L’errore in questione consiste nel confondere la monarchia col monarca, così come spesso si fa confusione nell’identificare un presidente od un primo ministro con tutta una repubblica. Solo perché suo padre viene considerato da molti una figura controversa o financo negativa, non significa che l’attuale pretendente al trono iraniano dovrebbe necessariamente ripetere gli stessi errori.
Soprattutto, si va ad ampliare l’errore analitico già menzionato e a causare distorsioni speculative quando si evita di indagare gli aspetti connotanti il soggetto da analizzare, mancando peraltro di operare un’integrazione col contesto storico-politico attuale e le istanze valoriali che esso comporta. Difatti basta ascoltare la recente conferenza stampa di Pahlavi per capire che, molto probabilmente, il suo operato si caratterizzerebbe in maniera diversa. Egli ha richiamato l’attenzione mediatica con richieste sostanziali legate al condannare la repressione delle attuali proteste e al sanzionare il regime khomeinista in ogni modo possibile. Ha inoltre espresso la chiara volontà di operare come figura guida di una transizione democratica, non di un consolidamento verticistico, basata su fattori di controllo interno ed internazionale adeguati ai principali standard politologici che declinano le fasi di democratizzazione. Chiunque voglia approfondire questi punti, prima di criticare la figura di Pahlavi, può ascoltare i primi quattordici minuti della sua conferenza stampa. Inoltre, non si può non includere nel nostro discorso il fatto che l’attenzione internazionale giocherebbe a favore di un esito positivo della transizione; e che i sentimenti profondi del popolo iraniano sono connotati dall’orgoglio storico-nazionale che solo una figura come lo Scià può risvegliare dall’inevitabile declino ultimamente percepito in relazione alla debolezza internazionale dell’Iran khomeinista.
I falchi hanno ragione
Rimane da analizzare il complesso dei risvolti internazionali legati ad un eventuale attacco statunitense contro l’Iran, ipotesi paventata più volte dal Presidente Trump, nonché all’insieme delle azioni ideate con la finalità di indebolire e compromettere la posizione di Teheran.
Molti ragionamenti potrebbero essere posti in essere, ad esempio con l’impiego della teoria dei giochi ed altri meccanismi di determinazione delle scelte decisionali, per declinare i rischi, i benefici e gli effetti dei vari tipi di attacco contro l’Iran. Lo scenario più probabile, in considerazione della distanza geografica e delle maggiori difficoltà di infiltrazione tattica in forze, è quello di un attacco aereo massivo sulla falsariga dell’operazione Midnight Hammer contro obiettivi militari e governativi rilevanti; il quale comporterebbe sicuramente un effetto di spettacolarità che galvanizzerebbe ulteriormente le proteste e assesterebbe un serio colpo alla stabilità politica del regime.
Tuttavia, a prescindere dagli sviluppi tattici, molti rimangono dubbiosi sulla convenienza, come anche la giustificazione, di operare una qualsivoglia forma di attacco. La natura attuale del sistema internazionale, meramente multipolare, impone però uno sguardo realista proprio dei cosiddetti falchi, ovvero di coloro che tendono ad essere a favore di posizioni interventiste e meno edulcorate.
L’Iran è il principale sostenitore della galassia di milizie e movimenti terroristici che da anni sconvolgono il Vicino Oriente, l’Africa e talvolta l’Occidente stesso. Alcune di queste entità sono state chiamate a dare il proprio supporto securitario internamente al paese, ulteriore segno di debolezza dei khomeinisti. Colpire l’Iran attuale significa colpire la fonte di sostentamento di tale galassia così come degli sviluppi problematici da essa causati.
Un eventuale cambio di regime operato con successo produrrebbe, e si vedano a tal proposito ancora una volta le parole di Pahlavi in conferenza stampa, la determinazione di un governo non necessariamente alleato ma quantomeno neutrale in una delle nazioni più rilevanti del Vicino Oriente. Un paese e un governo che smetterebbe di fomentare tensioni internazionali e che vivrebbe in pace coi suoi vicini, senza causare attriti e dinamiche di competitività distorsiva. Va detto che un simile scenario potrebbe, al contrario delle apparenze, non rendere tutti felici. Se pensiamo al fatto che l’Arabia Saudita ha dichiarato di non essere disposta a concedere il proprio spazio aereo per supportare eventuali attacchi aerei statunitensi, ci vengono in mente le opportune considerazioni di equilibrio regionale; ma anche il fatto che un Iran post-khomeinista rischierebbe seriamente di togliere al Regno saudita la condizione di principale paese alleato degli Stati Uniti nel Vicino Oriente. Inoltre, Riad perderebbe una rivalità geostrategica che sostanzia molti dei suoi sforzi di sviluppo militare supportati dagli americani, come ad esempio l’acquisizione di capacità nucleari al pari di Teheran e l’intervento in uno Yemen molto influenzato dall’Iran.
A prescindere dagli sviluppi finali, è evidente che molti elementi rilevanti sono in gioco in questa fase. Quello che occorrerebbe finalmente sostenere è che un approccio assertivo potrebbe determinare risvolti molto positivi in un teatro da sempre complicato ed assai pericoloso per gli equilibri internazionali.







