L’Iran urla: la protesta del popolo contro l’oppressione islamica

È al dodicesimo giorno di proteste l’Iran, contro l’aumento dei prezzi, il crollo della valuta nazionale ed un generale malcontento dato dalla pesante e perdurante crisi economica ormai stagnante. Da Teheran le manifestazioni si sono allargate ben oltre le grandi città, raggiungendo anche regioni come quelle curde dell’ovest dell’Iran, con forti scontri in opposizione alle forze di sicurezza del regime. I manifestanti includono lavoratori, giovani, donne e commercianti. Scioperi e chiusure di attività commerciali, specialmente nei bazar, hanno dato seguito ad arresti ed uccisioni fra la popolazione.

Le proteste si collocano in una continuità ormai riconoscibile, come l’ennesima manifestazione di una crisi che si ripresenta ciclicamente. Come già accaduto nel 2017, nel 2019 e più recentemente nel 2022, il malcontento esplode a partire da rivendicazioni economiche per poi allargarsi a una critica più generale del sistema di potere della Repubblica islamica. A cambiare, di volta in volta, sono le circostanze immediate; a restare costanti sono le cause di fondo.

Un’economia fragile e diseguale

Il punto di partenza è una situazione economica ormai strutturalmente compromessa. L’inflazione rimane elevata, il rial continua a perdere valore e il potere d’acquisto di ampi strati della popolazione si sta progressivamente assottigliando. Per molte famiglie, soprattutto nelle aree urbane e nelle periferie, l’aumento dei prezzi dei beni essenziali — cibo, energia, affitti, carburante — ha superato la soglia della sopportazione.

Le sanzioni internazionali giocano un ruolo centrale anche se non esaustivo. La limitazione delle esportazioni di petrolio, l’accesso ridotto ai mercati finanziari e l’isolamento bancario hanno privato lo Stato di risorse fondamentali. Tuttavia, la crisi iraniana non è soltanto il prodotto di pressioni esterne. Da anni l’economia del paese è caratterizzata da una forte concentrazione del potere economico, da settori semi-pubblici opachi e da una rete di fondazioni religiose e imprese legate ai pasdaràn che sfuggono in larga misura a ogni controllo democratico. Questo sistema, inefficiente e poco trasparente, tende a proteggere gli interessi di una minoranza mentre scarica i costi della crisi sulla popolazione. Le riforme strutturali, spesso annunciate, vengono rinviate o applicate in modo parziale, alimentando la percezione di un’élite distante e irresponsabile.

Una protesta diffusa, che tende ad assumere un significato sistemico

Le manifestazioni non hanno un’unica guida né una piattaforma politica coerente. È una caratteristica ricorrente delle mobilitazioni iraniane dell’ultimo decennio: movimenti orizzontali, difficili da incanalare e altrettanto difficili da neutralizzare definitivamente che tendono però a stabilizzarsi ed a finalizzarsi verso un comune obiettivo. Le richieste partono da questioni concrete — salari non pagati, pensioni insufficienti, chiusura di attività commerciali — ma rapidamente assumono una dimensione più ampia, non più strettamente legata alle cause iniziali ma convergente verso un comune obiettivo condiviso di sovversione del regime esistente e neutralizzazione della repressione dello stesso, andando dunque ad investire la sopravvivenza stessa del regime, con uno slittamento verso una logica di regime change.

Nota per il lettore: in analisi geopolitica, quest’ultimo rappresenta la conclusione del seguente processo:

  • fase iniziale: rivendicazioni concrete e materiali
  • fase successiva: convergenza verso un obiettivo politico generale
  • esito potenziale: messa in discussione dell’esistenza stessa del regime.

Gli slogan contro il governo e, in alcuni casi, contro la guida suprema, riflettono una crisi di legittimità profonda. Non si tratta necessariamente di una richiesta esplicita di cambio di regime, quanto piuttosto di una sfiducia generalizzata nella capacità delle istituzioni di rispondere ai bisogni sociali.

La partecipazione delle regioni periferiche, in particolare quelle a maggioranza curda e baluca, conferisce alle proteste un significato ulteriore. Qui la marginalizzazione economica si intreccia con rivendicazioni identitarie e con una lunga storia di repressione. Non a caso, è proprio in queste aree che la risposta delle forze di sicurezza è spesso più dura.

Repressione come gestione ordinaria del dissenso

La reazione dello Stato segue uno schema consolidato: dispiegamento massiccio delle forze di sicurezza, arresti, uso della violenza e restrizioni all’accesso a internet. A questo si aggiunge una narrazione ufficiale che attribuisce le proteste a complotti esterni, nel tentativo di ridurre il malcontento interno a un “mero” problema di sicurezza nazionale. Questa strategia si è dimostrata efficace ma solo nel breve periodo. Il sistema politico iraniano ha sviluppato una notevole capacità di assorbire e contenere le crisi, evitando che si trasformino in una sfida immediata al potere centrale. Ma la repressione non risolve le cause che alimentano le proteste, piuttosto contribuisce ad accumulare frustrazione.

Parallelamente, lo spazio per il cambiamento attraverso i canali istituzionali si è progressivamente ristretto. Le elezioni, sempre più controllate, hanno perso credibilità agli occhi di una parte significativa della popolazione, soprattutto tra i giovani, che proprio nelle ultime ore stanno prendendo il capo della protesta. Questo svuotamento della partecipazione politica rafforza l’idea che la strada del riformismo dall’interno sia ormai bloccata. Le proteste in corso non sembrano preludere a una rivoluzione imminente, piuttosto, confermano l’esistenza di una frattura persistente tra stato e società, che si manifesta in ondate successive. Ogni ciclo lascia il paese più impoverito, la società civile più disillusa e l’apparato repressivo più esperto.

La Repubblica islamica ha dimostrato una notevole resilienza. Ma questa capacità di resistere alle crisi non equivale a una soluzione. Senza riforme economiche profonde e senza un allargamento reale degli spazi politici, il conflitto sociale rimane latente, pronto a riemergere alla prossima crisi valutaria, al prossimo aumento dei prezzi, al prossimo shock esterno. La questione centrale non è se il sistema iraniano sia in grado di sopravvivere nel breve periodo. È quanto a lungo possa farlo senza trasformarsi, mentre una parte crescente della popolazione sembra aver perso la fiducia nelle promesse del potere e, soprattutto, la convinzione che il sacrificio quotidiano abbia ancora un senso.

Le implicazioni geopolitiche delle ultime 24 ore

Il blackout quasi totale di internet e delle comunicazioni imposto dal governo iraniano segna un salto di qualità nella gestione della crisi. Non è solo una misura repressiva interna, ma un segnale verso l’esterno: Teheran punta a limitare la visibilità internazionale delle proteste e a ridurre il rischio di pressioni diplomatiche immediate. Al tempo stesso, questa scelta accentua l’isolamento del paese e danneggia ulteriormente un’economia già fragile.

La crescente politicizzazione delle proteste, alimentata anche da appelli provenienti dall’esilio, rafforza la narrativa occidentale di una crisi di legittimità del regime. Stati Uniti e alleati osservano con attenzione, lasciando intendere che un’ulteriore escalation repressiva potrebbe tradursi in nuove sanzioni o in un irrigidimento delle relazioni diplomatiche.

Sul piano regionale, un Iran impegnato a contenere il dissenso interno rischia di vedere ridotto il proprio margine di manovra nei dossier mediorientali, dai rapporti con gli alleati in Libano, Siria e Iraq fino alle relazioni con Russia e Cina, che potrebbero sfruttarne la crescente debolezza negoziale.

Nel complesso, le ultime 24 ore indicano che la crisi iraniana non è più solo interna: la repressione, l’isolamento informativo e le reazioni esterne stanno trasformando le proteste in un fattore di instabilità geopolitica, con effetti potenzialmente duraturi ben oltre i confini del paese.

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