In questi giorni finali dell’anno classicamente si tracciano le sintesi di ciò che è successo, di come si sono dipanati i settori che ci interessano maggiormente.
Ho provato a pensarci anch’io, sintetizzando quel che ho notato in questo anno di eventi eccezionali in un modo sottile, quasi iniziatico, per leggere l’economia del nostro Paese. Non ho guardato ai numeri o ai grafici che salgono o scendono, e neppure mi sono concentrato sui moltissimi comunicati rassicuranti o allarmistici.
Coerentemente al mio modo di essere, ho cercato di attivare un ascolto più profondo, che intercetti le correnti lente sotto la superficie, come fa il rabdomante quando cerca l’acqua. L’Italia del 2025, se la osserviamo così, non è un Paese fermo né un Paese in ripresa lineare: è un Paese in transizione interiore, prima ancora che economica.
I numeri raccontano una crescita modesta, diseguale, fragile. Ma i numeri, da soli, non spiegano mai nulla; Keynes lo sapeva bene quando scriveva che “le decisioni economiche sono prese in un’atmosfera di incertezza radicale”.
E l’incertezza, oggi, è il vero clima economico italiano. Non è solo inflazione che rallenta, non è solo debito che incombe come un convitato di pietra; è piuttosto una sensazione diffusa di attesa, come se il Paese fosse sospeso tra ciò che non è più e ciò che non ha ancora il coraggio di diventare.
Nel 2025, come da molti anni, l’Italia – a mio giudizio – ha camminato su una linea sottile. Da un lato, una struttura produttiva che resiste più per abitudine che per visione, dall’altro, una spinta silenziosa ma reale verso nuovi equilibri: filiere che si accorciano, imprenditori che tornano a interrogarsi sul senso prima ancora che sul margine, giovani professionisti che rifiutano modelli di successo ereditati e ne cercano altri, meno appariscenti ma più coerenti. Non fa notizia, ma è lì che l’economia si muove davvero.
Per me il 2025 è stato un anno in cui ho seguito svariati progetti interessantissimi, in settori industriali vecchi e nuovi; ho visto aziende sopravvivere a shock violenti semplicemente perché guidate da una leadership capace di leggere il momento storico e non solamente il mercato.
E ne ho viste altre, teoricamente solide, sgretolarsi perché incapaci di accettare che il mondo stesse cambiando.
Eraclito, molto prima degli economisti, lo aveva detto con una chiarezza disarmante: “Non ci si bagna due volte nello stesso fiume”; l’Italia del 2025 paga ancora il prezzo di aver pensato troppo a lungo che quel fiume fosse immobile.
Il PNRR, che doveva essere la grande occasione di rinascita, assomiglia sempre più a un test iniziatico. Non tanto per la quantità di risorse disponibili, quanto per la capacità – o incapacità – di modellarle in senso alchemico, trasformativo, rendendole molto più che semplice spesa.
L’impressione, parlando con amministratori e imprenditori, è che manchi esattamente una visione simbolica condivisa: sappiamo cosa dobbiamo fare, ma non sempre sappiamo perché. Senza un “perché”, l’economia diventa meccanica, e la meccanica, prima o poi, si inceppa, oltre che a non riuscire più con esattezza ad intercettare il futuro.
C’è poi il tema del lavoro, che nel 2025 è diventato una questione quasi metafisica.
Non è più solo domanda e offerta, ma identità, riconoscimento, dignità. Simone Weil scriveva che il lavoro dovrebbe essere “un atto di attenzione verso il reale”. Bellissima suggestione, peccato che in Italia, troppo spesso, resta un atto di sopravvivenza.
Eppure, proprio qui intravedo uno dei segnali più interessanti: cresce lentamente ma inesorabilmente il numero di persone che rifiuta compromessi al ribasso sul proprio tempo e sulla propria competenza. Non è ancora un movimento, ma è un visibile sintomo di cambiamento.
Nel 2025 ho anche notato un meritevole nuovo rapporto con la gestione del rischio. Per anni l’Italia ha avuto un atteggiamento quasi superstizioso: evitarlo, nasconderlo, rimandarlo. Oggi, complice la pressione esterna e interna, il rischio torna al centro del discorso, non come minaccia ma come elemento strutturale.
In molte stanze dei bottoni aziendali si ricomincia finalmente a parlare di governo, non di negazione, del rischio. È un passaggio di maturità che, sebbene in ritardo, finalmente sta emergendo.
Se dovessi riassumere l’andamento economico italiano del 2025 con un’immagine, non sceglierei una freccia verso l’alto o verso il basso. Sceglierei una spirale.
La spirale è un potentissimo simbolo di crescita; torna su se stessa, ma a un livello diverso. Ripropone vecchi problemi – produttività, demografia, debito – ma in un contesto che obbliga a risposte nuove. Come scriveva Jung, “ciò a cui resisti, persiste; ciò che accetti, si trasforma”. L’economia italiana è esattamente lì: nel punto in cui la resistenza comincia a costare più del cambiamento.
Non so se il 2025 verrà ricordato come un anno di svolta. Forse no. Ma potrebbe essere ricordato come l’anno in cui, sotto il rumore di fondo, l’Italia ha iniziato a farsi domande diverse.
E in economia, come nella vita, le domande giuste contano spesso più delle risposte immediate, perché è proprio da lì che nasce, lentamente, ogni vera trasformazione.







