Lo Stretto di Hormuz è chiuso: l’Europa di fronte al suo secondo shock energetico in quattro anni

Per anni gli analisti energetici l’hanno definito il “cigno nero”: lo scenario teorico, ritenuto improbabile, in cui l’Iran avrebbe effettivamente chiuso lo Stretto di Hormuz. Sabato 28 febbraio 2026, quello scenario è diventato realtà. In risposta agli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro le infrastrutture militari e nucleari iraniane, le Guardie della Rivoluzione Islamica — i Pasdaran — hanno trasmesso via radio VHF un messaggio inequivocabile alle navi in transito nel Golfo Persico: “A nessuna nave è consentito passare per lo Stretto di Hormuz.”

Il cigno nero è arrivato

Almeno 150 petroliere, secondo le stime di Al Jazeera basate sui dati di Marine Traffic, hanno gettato l’ancora nelle acque aperte del Golfo, immobili come giganti d’acciaio paralizzati. Maersk, uno dei principali operatori di navigazione commerciale mondiale, ha sospeso il transito delle proprie navi per ragioni di sicurezza. MSC, CMA CGM e Hapag-Lloyd hanno seguito a ruota ordinando alle proprie flotte di dirigersi verso aree di rifugio sicure. Una petroliera battente bandiera della Repubblica di Palau è stata colpita al largo di Khasab, nel governatorato omanita di Musandam, con quattro feriti tra i venti membri dell’equipaggio.

L’Europa, che aveva già affrontato il trauma della dipendenza dal gas russo dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, si trova ora dinanzi a un secondo shock energetico, per certi versi ancora più insidioso.

Il collo di bottiglia del pianeta

Per capire cosa significhi la chiusura di Hormuz, occorre prima comprendere cosa transita attraverso quei 33 chilometri di acqua che separano Iran e Oman. Secondo i dati dell’U.S. Energy Information Administration, ogni giorno attraverso lo Stretto passano circa 20 milioni di barili di petrolio — quasi un quinto del consumo mondiale. Se si considerano solo le esportazioni marittime globali, la quota raggiunge il 30-35%. Le grandi economie del Golfo Persico — Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e lo stesso Iran — dipendono da questo passaggio per far uscire le proprie risorse energetiche verso i mercati internazionali.

Ma è sul gas naturale liquefatto (GNL) che la partita europea si gioca in modo ancora più diretto. Circa il 20% del commercio mondiale di GNL transita per Hormuz, e la quota maggioritaria proviene dal Qatar. L’emirato spedisce quasi tutto il suo GNL attraverso quello stretto, senza alternative pratiche a breve termine. Sono circa 100 miliardi di metri cubi all’anno che, con Hormuz chiuso, rimangono intrappolati nel Golfo.

Come ha sintetizzato Edward Fishman del Council on Foreign Relations al Wall Street Journal, Hormuz è “di gran lunga il più importante punto di strozzatura marittimo del mondo”. Non è un’iperbole: è una constatazione aritmetica.

La doppia dipendenza europea: prima Mosca, poi Doha

Per comprendere perché la chiusura di Hormuz colpisca in modo peculiare l’Europa, bisogna ripercorrere il percorso degli ultimi quattro anni. Nel 2022, l’invasione russa dell’Ucraina aveva costretto i Paesi europei a un’accelerazione drammatica nella diversificazione delle fonti di approvvigionamento. La Russia, che fino ad allora forniva circa 150 miliardi di metri cubi di gas all’anno all’Europa tramite gasdotti, era diventata un partner inaffidabile e, progressivamente, un fornitore de facto escluso dal mercato europeo a causa delle sanzioni e delle scelte politiche di entrambe le parti.

L’Europa aveva risposto costruendo nuovi terminali di rigassificazione, stipulando contratti di lungo termine con i produttori di GNL americani, norvegesi e algerini, e aumentando massicciamente le importazioni dal Qatar. Quest’ultimo era diventato, in pochi anni, uno dei pilastri del nuovo mix energetico europeo e italiano in particolare. Per l’Italia, il Qatar era diventato il principale fornitore di GNL nel biennio 2023-2024, con volumi nettamente superiori a quelli di USA e Algeria.

Ora quel pilastro rischia di vacillare. Senza quel gas, i rigassificatori italiani resterebbero senza una quota fondamentale del mix energetico nazionale. Il gas TTF — il benchmark europeo del gas naturale — aveva già raggiunto 32 euro per megawattora prima dell’apertura dei mercati del 1° marzo, circa 6 euro in più rispetto a dicembre 2025. E la crisi si stava appena aprendo.

I numeri di uno shock senza precedenti

Gli analisti cercano di quantificare l’impatto, ma le variabili in gioco rendono qualsiasi previsione soggetta a revisioni rapide. JP Morgan prevede che il prezzo del Brent possa raggiungere i 120 dollari al barile in caso di blocco prolungato; altri analisti citati da CNBC parlano di un “garantito scenario recessivo globale” già con una chiusura di alcune settimane. Nelle prime contrattazioni del weekend, il petrolio aveva già segnato un rialzo del 10%, portandosi intorno agli 80 dollari al barile: con la riapertura dei mercati asiatici nella notte tra il 1° e il 2 marzo, la soglia dei 100 dollari appariva una possibilità concreta, non un’ipotesi estrema.

Esistono alternative? In parte sì, ma insufficienti. L’Arabia Saudita dispone di un oleodotto che attraversa il Paese da est a ovest fino alla costa del Mar Rosso, e gli Emirati hanno completato un oleodotto verso il terminale di Fujairah, sul Golfo di Oman, che aggira Hormuz. La capacità complessiva di queste infrastrutture alternative è però stimata in soli 2,6 milioni di barili al giorno, a fronte dei 20 milioni che transitano normalmente dallo Stretto. Per il GNL, invece, non esistono alternative: tutta la produzione qatariota deve necessariamente passare per Hormuz, senza pipeline di bypass.

L’OPEC+ ha annunciato un aumento della produzione di 206mila barili al giorno ad aprile: un segnale politico più che una risposta sostanziale alla portata della crisi. Bloomberg rileva che l’Iran potrebbe puntare non a una chiusura totale e permanente — che danneggerebbe anche le sue stesse esportazioni — ma a una gestione intermittente della minaccia, mantenendo elevato il premio di rischio senza interrompere completamente i flussi.

L’Europa alla riunione di emergenza: tra diplomazia e impotenza

La riunione d’emergenza dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea convocata nelle ore successive alla chiusura dello Stretto ha messo sul tavolo scenari che Bruxelles sperava di non dover affrontare così presto. Kaja Kallas, Alta Rappresentante UE per la politica estera, ha ribadito la volontà europea di mantenere aperto il corridoio marittimo, ma i margini di manovra diplomatica dell’Unione sono, in questa fase del conflitto, estremamente limitati.

La missione navale europea Aspides — già attiva nel Mar Rosso per contrastare gli attacchi degli Houthi yemeniti — si trova ora in stato di massima allerta nel Golfo. La sua presenza, però, non è sufficiente a garantire il libero transito contro una chiusura imposta militarmente dall’Iran, che dispone di circa 6.000 mine navali, missili antinave e una flotta di motovedette veloci in grado di interdire il passaggio.

La vera partita diplomatica, in questa fase, si gioca a Washington. La Casa Bianca ha dichiarato che i colloqui tra l’inviato americano Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi sono ancora in agenda, ma le condizioni per un accordo restano elusive. Trump ha minimizzato l’impatto della crisi sul prezzo del petrolio, mentre funzionari dell’amministrazione hanno escluso al Financial Times l’ipotesi di attingere alle riserve strategiche americane per calmare i mercati.

Le conseguenze concrete per i cittadini europei

Al netto della geopolitica, cosa significa la chiusura di Hormuz per un lavoratore italiano, spagnolo, o tedesco? Le ricadute sono molteplici e si dispiegherebbero su orizzonti temporali diversi.

Nel breve periodo, l’impatto più immediato sarà sui prezzi dei carburanti. Con il petrolio proiettato verso i 100 dollari al barile o oltre, i prezzi alla pompa si aggiornerebbero rapidamente verso l’alto, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie. Le bollette energetiche — gas ed elettricità — seguirebbero con un ritardo di alcune settimane, legato ai meccanismi di aggiornamento tariffario.

Sul fronte industriale, i distretti manifatturieri europei ad alta intensità energetica — dalla ceramica emiliana all’industria siderurgica del Nord Italia, dai settori chimici tedeschi alla produzione di vetro e carta — subirebbero pressioni sui costi di produzione difficilmente assorbibili senza conseguenze su prezzi finali o occupazione. Si stima che l’impatto inflazionistico sul cosiddetto “core” europeo potrebbe attestarsi tra lo 0,3% e lo 0,7% nei prossimi mesi, qualora il blocco si prolungasse.

Una crisi energetica prolungata riaccenderebbe pressioni sull’inflazione in un momento in cui la BCE ha faticosamente riportato i prezzi verso l’obiettivo del 2% e sta gestendo un difficile equilibrio tra crescita e stabilità monetaria.

Chi perde di più: il paradosso cinese

Un aspetto paradossale della crisi merita attenzione: tra i Paesi più duramente colpiti dalla chiusura di Hormuz figura la Cina, che è al contempo il principale alleato e partner commerciale dell’Iran. Circa il 90% delle esportazioni energetiche iraniane è diretto verso Pechino, e la Cina riceve attraverso Hormuz circa la metà delle proprie importazioni totali di greggio. Un blocco prolungato sarebbe economicamente insostenibile per Teheran stessa — che dipende dalle esportazioni petrolifere per circa l’85% delle entrate governative — ma anche geopoliticamente controproducente, alienando il sostegno del suo principale partner strategico.

Questa contraddizione strutturale è uno degli elementi su cui puntano i negoziatori americani: la pressione su Pechino affinché eserciti la propria influenza su Teheran per riaprire il corridoio. Se e quanto questa leva funzionerà rimane da verificare. Come hanno più volte sottolineato gli analisti, dal 1979 ad oggi Teheran ha minacciato la chiusura dello Stretto in circa venti occasioni senza mai attuarla integralmente — ma quella del 28 febbraio 2026 rappresenta una prima assoluta nella storia.

La domanda che nessuno vuole fare

Eppure, nel mezzo delle discussioni sui prezzi alla pompa e sulle riserve strategiche, c’è una domanda che il dibattito pubblico — almeno quello visibile sui social media — sembra deliberatamente evitare. Non la domanda su cosa è successo, ma su come è successo, e su chi ne pagherà le conseguenze.

Perché il punto non è Khamenei. Il Supremo Leader iraniano è un dittatore che ha oppresso il suo popolo per decenni, represso le rivolte con la forza, finanziato proxy armati in tutta la regione. Su questo non ci sono ambiguità che reggano. Ma la domanda legittima — e più scomoda — riguarda il metodo. L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele alle infrastrutture militari e nucleari iraniane è la risposta giusta? E soprattutto: produce i risultati che dichiara di voler produrre?

La storia recente non offre molte ragioni per l’ottimismo. L’Iraq nel 2003: rovesciato Saddam Hussein sulla base di accuse di armi di distruzione di massa poi rivelatesi false, il paese è sprofondato in una guerra civile che ha generato l’ISIS, prodotto milioni di profughi e lasciato uno Stato cronicamente instabile. L’Afghanistan, vent’anni di presenza militare occidentale per poi riconsegnare Kabul ai Talebani nell’agosto del 2021. La Libia, “liberata” da Gheddafi nel 2011 con l’avallo dell’ONU, trasformata in un territorio frammentato dove ancora oggi si combatte. Il modello si ripete con una coerenza che sfida qualsiasi lettura ottimistica: il regime cade, il caos lo sostituisce, i civili pagano il prezzo più alto, e l’Europa raccoglie — in termini di profughi, instabilità energetica, pressione sui conti pubblici — le conseguenze di decisioni che non ha preso.

Quello che si vede oggi sui social media — la gente che esulta come se avesse vinto una partita di calcio, politici e sedicenti intellettuali che si schierano con la velocità di un riflesso condizionato, incapaci di distinguere il tifo dalla lettura geopolitica — è esattamente la forma di cecità analitica che Lanterna Web ha scelto di non praticare. Non è cinismo, non è antiamericanismo: è semplicemente chiedersi se abbattere un regime equivalga a liberare un popolo.

L’Iran ha milioni di cittadini che hanno manifestato per la libertà, che hanno rischiato la vita scandendo “Donna, Vita, Libertà”. Loro meritano la libertà. La domanda è se la ottengano così — o se si ritrovino, come già altrove, tra le macerie di un paese distrutto con i medesimi carcerieri, magari rinominati.

Uno scenario, due lezioni per il futuro

Anche se i negoziati dovessero portare a una riapertura dello Stretto in tempi relativamente brevi — come suggerisce l’analisi storica, che non registra mai una chiusura prolungata — la crisi attuale offre due lezioni strategiche che l’Europa non può permettersi di ignorare.

La prima riguarda la vulnerabilità strutturale di un continente che ha sostituito la dipendenza dal gas russo con una dipendenza, altrettanto fragile, dal GNL del Golfo Persico. La diversificazione post-2022 è stata necessaria e parzialmente riuscita, ma ha sostituito un rischio geopolitico con un altro. Il blocco di Hormuz è il promemoria brutale che nessuna rotta marittima è immune da crisi, e che l’unica vera sicurezza energetica passa per la riduzione della dipendenza stessa dai combustibili fossili importati.

La seconda lezione è di natura geopolitica: l’Europa continua a subire shock energetici originati da conflitti in cui il suo ruolo è marginale, ma le cui conseguenze economiche ricadono in modo sproporzionato sui suoi cittadini. Sviluppare una capacità diplomatica e militare autonoma nel Golfo Persico — o, in alternativa, accelerare in modo radicale la transizione verso fonti rinnovabili domestiche — non è più una questione di visione politica di lungo periodo. È diventata una necessità strategica urgente.

Nel frattempo, nelle stazioni di servizio di Milano e Berlino, di Madrid e Varsavia, i prezzi alla pompa iniziano già a muoversi. E lo Stretto, largo 33 chilometri, pesa su trecento milioni di europei come non aveva mai pesato prima.

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