Dal trauma della guerra all’amore ossessivo, il film riscrive Omero con uno sguardo profondamente umano. E riapre il dibattito sulle riprese nel Sahara Occidentale
L’attesa per l’Odissea di Nolan era palpabile sia per i cinefili che per chi al cinema invece va solo per i big blockbuster. I dipendenti delle catene cinematografiche non erano, e non sono, abituati a questo afflusso e le campagne marketing avevano martellato chiunque per mesi.
Ma cosa è stato davvero questo film?
Una grossa analisi psicologica di Ulisse come uomo, come soldato, come marito e come leader. La prima parte del film appare lenta, ma sappiamo quanto deve succedere e quanti personaggi dobbiamo ancora incontrare. Il cast molto hollywoodiano trattiene lo spettatore in superficie per un lasso di tempo più lungo del normale, per poi spingerti quasi violentemente nella storia.
Quando arriviamo a Circe siamo ormai completamente assorbiti. Le differenze con l’opera di Omero sono palesi, ma non fastidiose. Questa è palesemente l’Odissea di Nolan, uno dei registi migliori della nostra generazione. L’onda emotiva con cui racconta il disturbo post-traumatico, il lasciar andare il controllo e l’amore ossessivo fa sì che la sensazione di lentezza iniziale sparisca dopo il primo terzo di film.
I colori, le inquadrature e la colonna sonora ti trascinano nell’universo di Ulisse e della storia senza mai darti tregua. Le donne del film sono forti, presenti e indistruttibili e mostrano un coraggio che storicamente non gli apparteneva ma che dovevano trovare.
Nota di onore va infatti ad Anne Hathaway e alla sua Penelope, persino Tom Holland nei panni di Telemaco sembra un principiante ammaliato. Per concludere voglio anche parlare delle parti del film girato nel deserto occupato del Marocco.
Secondo il Centro Cinematografico Marocchino, nel 2025 le produzioni straniere hanno generato investimenti per oltre 165 milioni di dollari nel Paese. Inoltre, il sistema di incentivi copre fino al 30% delle spese ammissibili, mentre il restante 70% è sostenuto direttamente dalle produzioni, con ricadute economiche su alberghi, trasporti, tecnici, comparse e altre attività locali.
Sappiamo di vivere un momento storico particolare e difficile per scelte di set come questa. Il Sahara Occidentale è considerato dalle Nazioni Unite un territorio non autonomo. Dal 1975 il Marocco ne controlla circa l’80% del territorio, mentre il Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria, rivendica l’indipendenza del popolo sahrawi. A quasi cinquant’anni dall’inizio della disputa, una soluzione condivisa non è ancora stata trovata.
Ma come possiamo davvero criticarla senza dati reali alla mano? Sappiamo che il sussidio statale ha coperto solo il 30 per cento delle spese, quindi il resto dei costi potrebbe aver aiutato piccole realtà locali.
Inoltre, l’attenzione mediatica che il film ha portato potrebbe arrivare ad aiutare? Forse, prima di condannare o difendere una scelta come questa, dovremmo chiederci: abbiamo davvero tutti gli elementi per valutarne l’impatto, sia politico che economico, sulle persone che vivono quel territorio?







