Marty Supreme, un film straordinario di Josh Safdie

Ambizione, sopravvivenza e ideologia del successo in Marty Supreme, in sala distribuito da I Wonders, forte di un successo americano destinato a ripetersi in tutto il mondo grazie a un film semplicemente straordinario

I fratelli Safdie si stanno imponendo come una delle voci più anomale e vitali nella periferia di Hollywood. Seguendo le scie tracciate da autori come Kelly Reichardt o Sean Baker, costruiscono un’idea di cinema statunitense infinitamente più interessante di un mainstream sempre più addomesticato, levigato, privo di rischio. Due fratelli, due traiettorie complementari: Benny, attore nel cinema di Nolan e autore solista di The Smashing Machine (2025), con “The Rock” nei panni di un combattente di MMA; Josh, il primogenito, che dopo cortometraggi e incursioni produttive firma con Marty Supreme il suo film più ambizioso e compiuto. Una parabola apertamente anticapitalista, in cui talento e determinazione si scontrano frontalmente con le disuguaglianze economiche e le strutture di potere.

Marty Supreme colpisce per ritmo, audacia morale e radicalità dello sguardo, e Timothée Chalamet ne è il centro nervoso. Marty Mauser, 23 anni, ebreo del Lower East Side degli anni ’50, è un cialtrone di talento: un incrocio mal riuscito tra un personaggio minore di Scorsese e una comparsa dei fratelli Coen che ha deciso di prendersi fin troppo sul serio. È straordinariamente capace sia di infilarsi in situazioni assurde e borderline illegali, sia di uscirne con la stessa faccia tosta con cui ci è entrato.

La sua non è una scalata sportiva, ma una traiettoria accidentata fatta di imbrogli, piccoli colpi, cadute e ripartenze. Marty non avanza migliorando, ma complicando tutto ciò che tocca. Attorno a lui gravitano altri perdenti: l’ex fidanzata da cui aspetta un figlio non desiderato (Odessa A’zion) e Kay Stone (Gwyneth Paltrow), ex diva del cinema che ha sacrificato il proprio sogno artistico sull’altare della stabilità economica, sposando il capitalista Milton Rockwell (Kevin O’Leary). Dall’altra parte c’è il mondo dei vincitori veri, quello che Marty desidera senza comprenderne fino in fondo le regole. Milton lo tratta come si trattano i giocattoli difettosi: con disprezzo e paternalismo.

È così che Marty Mauser diventa Marty Supreme: non un uomo nuovo, ma una versione ipertrofica di sé stesso. Il British Open di ping pong diventa il suo Santo Graal, l’occasione per sfidare il campione del mondo Koto Endo, figura glaciale e apparentemente invincibile. Non per vincere davvero, ma per legittimarsi, per esistere.

Pur dialogando apertamente con il cinema americano degli anni Settanta — il primo Scorsese, la paranoia urbana di Quel pomeriggio di un giorno da cani, la marginalità nervosa di Schatzberg e l’istinto ferino di Abel Ferrara, qui in un cameo sanguinolento — il film non si limita a citarne le forme: le riattiva politicamente, restituendo al cinema un’idea di conflitto e urgenza che il presente tende a neutralizzare.

Safdie con stile ossessivo ma elegante. Le scene si accavallano, le corse di Marty tra tetti, scale antincendio e tornei diventano una danza anarchica, accompagnata da una colonna sonora synth anni ’80 volutamente anacronistica. La macchina da presa cattura New York come un organismo vivo, sporco, inquieto, ma attraversato da un’energia incessante. Strade, bar, locali da gioco e appartamenti degradati diventano il teatro di un capitalismo sempre sotto stress, continuamente messo alla prova dai suoi stessi scarti.

L’ironia è nerissima, la violenza sempre imminente ma raramente esibita. Safdie lavora sulla tensione come metodo, non come ornamento. Le azioni individuali non sono mai innocenti: producono effetti storici, sociali, culturali. Marty non è solo un cialtrone ambizioso, ma un uomo “in anticipo” sul proprio tempo, un embrione del vincente contemporaneo che agisce prima che le regole siano definitivamente codificate.

Ogni scena contribuisce a costruire un mondo coerente e spietato, dove anche i volti di passaggio contano quanto i protagonisti. I cameo non sono strizzate d’occhio, ma elementi ideologici. L’idolo Tyler, the Creator interpreta Wally, taxista di colore in lotta nell’America razzista del dopo guerra. La presenza di Géza Röhrig — indimenticabile protagonista de Il figlio di Saul — nei panni di Béla, sopravvissuto ad Auschwitz e veterano del ping pong, introduce con un racconto asciutto e surreale il peso della memoria storica in una narrazione proiettata in avanti, creando una frattura emotiva che ridimensiona ogni ambizione individuale.

Marty è un piccolo ribelle in un mondo dominato da denaro, potere e norme morali rigide. Ogni truffa, ogni scorrettezza, è una micro-battaglia contro il sistema che lo schiaccia. Il suo cinismo, il suo ego smisurato, le sue bugie non sono semplici tic caratteriali: sono strumenti di sopravvivenza in un capitalismo che predica la meritocrazia mentre nega sistematicamente l’accesso al merito stesso.

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