Quando Donald Trump ha deriso Volodymyr Zelensky nella Sala Ovale, non ha fatto solo una gaffe diplomatica. Ha messo in scena la versione più tossica della mascolinità: quella per cui la forza è sopraffazione, la leadership è arroganza e il dialogo è un insulto. Il vero allarme non è il singolo episodio, ma il fatto che milioni di uomini guardino a un simile comportamento come a un modello, specialmente quando proviene dall’uomo più potente del mondo. Dalla politica alla cronaca, la stessa dinamica si ripete con Andrew Tate. L’influencer, ora ai domiciliari in attesa di processo per accuse gravissime come la tratta di esseri umani, ha costruito il suo impero su un’idea di virilità tossica, fatta di dominio, ricchezza ostentata e sottomissione delle donne. Il suo successo svela una verità scomoda: un’intera generazione di giovani maschi, affamata di modelli, è disposta ad abboccare all’illusione che la forza coincida con la prevaricazione. Ma Trump e Tate non sono il problema in sé. Sono i sintomi più vistosi di un malessere più profondo e diffuso. Il femminismo, giustamente, ha smantellato i vecchi modelli patriarcali, offrendo alle donne la libertà di ridefinirsi. E gli uomini? Molti sono rimasti orfani di un’identità, bloccati in una terra di nessuno tra un passato che non esiste più e un futuro che non sanno immaginare. In questo vuoto, alcuni abbracciano il cinismo dei “machi tossici“. Altri, forse la maggioranza silenziosa, sprofondano in un’altra crisi, più sottile e ugualmente pericolosa: quella della passività.
La trappola dell’inazione: quando l’uomo smette di lottare
Accanto alla mascolinità tossica e urlata, si sta diffondendo un’epidemia silenziosa: quella degli uomini passivi. Uomini che non lottano, non desiderano, non creano. Non sono violenti, non sono aggressivi; semplicemente, sembrano aver smesso di “vivere”. Vagano in un limbo esistenziale, privi di slanci, ideali o una direzione morale. Questa inerzia non nasce dal nulla. È la logica conseguenza di una cultura che, dopo aver demolito i vecchi stereotipi, non ha offerto alternative valide. Se l’unico modello proposto è quello da “smascherare“, cosa resta da “essere”? Senza una guida, l’energia vitale maschile quella spinta biologica e psicologica all’affermazione non scompare. Si corrompe, trasformandosi in apatia, disagio o una frustrazione che rode dall’interno.
Biologia e cultura deve essere un dialogo necessario
C’è una certa diffidenza, quasi un timore, nell’accostare la parola “biologia” al discorso sulla mascolinità. Si teme che sia il primo passo per giustificare il machismo e violenza. È un falso binario. La scienza contemporanea ci dice che biologia e cultura non sono nemici, ma partner in un dialogo costante. Prendiamo il testosterone: spesso dipinto come l’ormone dell’aggressività, è in realtà il motore della nostra spinta a cercare uno status e un ruolo nel mondo. Di per sé, non è né buono né cattivo. È un’energia grezza che, incanalata in contesti costruttivi, produce coraggio, responsabilità, generosità. In contesti distorti, si trasforma in arroganza e prepotenza. La nostra unicità come specie sta proprio nella capacità di dominare e orientare questi istinti. Allo stesso modo, l’idea dell’uomo come “tabula rasa“, cioè la teoria, ormai superata, secondo cui la mente umana nasce come un “foglio bianco” da riempire esclusivamente attraverso l’esperienza, senza alcuna predisposizione innata, plasmata solo dalla cultura, non regge più. Studi sui gemelli monozigoti cresciuti separatamente rivelano che tratti come l’aggressività, l’empatia o la propensione al rischio hanno una base ereditaria significativa. Questo non significa che siamo predestinati, ma che la cultura non scrive su una pagina bianca. Ha un terreno, più o meno fertile, su cui costruire. La vera libertà non sta nel negare la nostra natura, ma nell’imparare a dialogare con essa.
Oltre il vuoto: il coraggio di una mascolinità virtuosa
La via d’uscita non sta nel ritorno al machismo né nella rassegnazione passiva. Sta nella costruzione di un nuovo modello: la “mascolinità virtuosa”. Un’identità che sappia integrare la forza fisica e morale con la sensibilità, il coraggio con la responsabilità, l’assertività con l’empatia. Figure come Pertini, Gramsci, o contemporanei come Zelensky, ci mostrano che la vera forza non è dominare, ma proteggere. Non è servire se stessi, ma servire una causa. La loro lezione è che la mascolinità non è una scusa per prevaricare, ma una promessa di presenza e impegno. Educare alla virilità, allora, significa anche insegnare a riconoscere le proprie emozioni, ad accettare la fragilità senza vederla come una sconfitta, ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. È un percorso che richiede disciplina , ma non per dominare gli altri: per governare se stessi.
La strada della rinascita
La società ha un ruolo cruciale. Può continuare a lasciare gli uomini nel vuoto, oscillando tra la caricatura del macho e il rimprovero costante, oppure può iniziare a proporre modelli di responsabilità, coraggio e servizio. Il compito dell’uomo contemporaneo è smettere di vagare. È uscire dalla trappola della passività e rifiutare la caricatura tossica. È prendere quella forza biologica e culturale che lo abita e trasformarla in qualcosa di utile, positivo e giusto. Solo così potrà finalmente incarnare una mascolinità coraggiosa, presente e al servizio di un mondo che cambia, fianco a fianco con le donne.

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Per cambiare l’uomo si deve liberare dall’oppressione femminista e ottenere i diritti che ha in meno delle donne.Vogliamo la parità.