Mosca-Pechino: l’asse che sfila a colpi di carri armati e diplomazia anti-Occidente

C’è chi per celebrare la fine della guerra organizza un concerto sinfonico, e chi preferisce sfilare con 15.000 soldati, decine di carri armati e missili ipersonici puntati verso il cielo. Indovinate quale opzione ha scelto la Cina?

Ieri Pechino ha messo in scena la parata militare più grande della sua storia per celebrare l’80° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale e della liberazione dall’occupazione giapponese. Una celebrazione solenne, certo, ma anche una dimostrazione di potenza: Xi Jinping ha voluto ricordare al mondo che il “gigante asiatico” non è più soltanto fabbrica globale, ma anche potenza militare pronta a marciare in prima fila nella geopolitica del XXI secolo.

A dargli manforte, ospiti di assoluto peso: Vladimir Putin, che tra Ucraina e sanzioni continua a cercare ossigeno diplomatico, e Kim Jong Un, il “fratello minore” nucleare che ama le coreografie tanto quanto i missili. Una foto di gruppo che vale più di mille comunicati ufficiali: Mosca, Pechino e Pyongyang non si limitano più a parlare di collaborazione, la esibiscono come trofeo.

Il club del “Non-Occidente”

Non si tratta solo di una semplice parata, ma di un tassello del mosaico che Xi Jinping sta costruendo da anni: un fronte alternativo all’Occidente, definito da alcuni come il “Non-Occidente” – un club informale che include Russia, Cina, India e altri partner riottosi all’egemonia americana. A Tianjin, poche settimane fa, questo asse ha trovato il suo palcoscenico politico, con dichiarazioni al vetriolo contro gli Stati Uniti dipinti come “bullo globale”.

La narrativa è semplice: l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, sono in declino, mentre la vera forza del futuro si gioca ad Est. Una retorica che affascina molti Paesi emergenti stanchi di essere considerati semplici pedine sullo scacchiere euro-atlantico.

Putin e Xi: fratelli d’armi o matrimonio di convenienza?

Il Cremlino e Zhongnanhai amano presentarsi come alleati di ferro. Ma siamo sicuri che questo asse sia solido quanto appare? Mosca porta in dote le sue immense risorse energetiche e il know-how militare, mentre Pechino ha l’economia più potente del pianeta. Eppure, le relazioni tra due potenze abituate a primeggiare raramente scorrono senza frizioni. La Cina teme di restare impigliata nelle guerre russe, la Russia di diventare junior partner nella “partnership senza limiti” proclamata nel 2022.

Al di là dei sorrisi e delle strette di mano, la realtà è che ciascuno difende il proprio interesse nazionale. E in geopolitica, le alleanze eterne non esistono: esistono solo le convergenze temporanee.

L’Europa? Sempre fuori gioco

Mentre a Pechino sfilavano carri armati e missili, a Parigi si apparecchiava la tavola. Emmanuel Macron ha invitato Volodymyr Zelensky all’Eliseo per una cena che, nelle intenzioni, doveva riaffermare la compattezza del fronte europeo a sostegno dell’Ucraina. Una mossa elegante, certo, ma che difficilmente può controbilanciare l’impatto scenico della parata cinese. Le foto dei brindisi tra Parigi e Kiev non hanno lo stesso peso mediatico delle immagini di Putin accanto a Xi e Kim.

Intanto a Bruxelles, tra riunioni e bozzetti di comunicati, si discute di nuove sanzioni contro Mosca. Sul tavolo c’è tutto: dal gas alle tecnologie dual use, passando per gli asset finanziari russi ancora congelati. Ma quante volte abbiamo già visto questa scena? Ogni giro di vite sulle sanzioni sembra sempre “quello decisivo”, eppure la Russia continua a resistere, appoggiandosi proprio alla sponda cinese.

Il risultato è che l’Europa appare come l’eterno giocatore di rincorsa, costretto a reagire piuttosto che a dettare l’agenda. Macron prova a fare il regista di una diplomazia “sovrana”, Scholz resta imprigionato nei suoi dilemmi energetici, Bruxelles inanella regolamenti su regolamenti. Ma la verità è che Xi e Putin recitano sul palcoscenico globale, mentre l’UE resta chiusa nel backstage, litigando sugli applausi.

E gli Stati Uniti?

Dall’altra parte dell’oceano, Donald Trump continua a incarnare il volto muscolare della politica americana. Ma tra le oscillazioni del tycoon e la stanchezza strategica di un Paese che non vuole più farsi carico dei conflitti altrui, l’asse Mosca-Pechino trova spazi di manovra sempre più ampi. La parata di Pechino non è solo celebrazione: è un messaggio diretto alla Casa Bianca.

Dunque, la parata di Pechino non è stata solo un rito militare, ma un manifesto politico: l’era dell’egemonia americana è finita – o almeno questo sperano Xi e Putin. L’Occidente risponde con cene diplomatiche e pacchetti di sanzioni, strumenti che sembrano sempre meno incisivi davanti alla propaganda muscolare orientale.

La storia, però, non aspetta. Mentre i carri armati sfilano a Pechino, l’Europa continua a muoversi come in un film rallentato. Il rischio? Che quando Bruxelles troverà la sua voce, il sipario sulla geopolitica del XXI secolo sia già calato.

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