Nasce il CSDI (Center for Sports, Diplomacy and Innovation) della Rome City Institute – Parola ai direttori Mancini e Cincotta

Arriva un centro per lo sviluppo innovativo e per la diplomazia sportiva nel cuore di Roma, radicato nell’istituzione accademica “Rome City institute”. Come si legge dal sito, un “Innovativo centro di ricerca e sviluppo dedicato all’esplorazione del ruolo trasformativo dello sport nel plasmare le società, promuovere connessioni globali e guidare l’innovazione. […] Il CSDI funge da faro per la collaborazione interdisciplinare, unendo leader di pensiero provenienti dal mondo accademico, sportivo e industriale per creare un impatto duraturo in tutto il mondo”. Il centro è diretto dal prof. Valerio Mancini, per la parte di Sports Diplomacy, e dal coach Antonio Cincotta, dal lato Sports Innovation.

Valerio Mancini, analista, autore e politologo esperto di relazioni internazionali e, in particolare, di politica latino-americana.
Ha lavorato per l’Istituto Interregionale delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Crimine e la Giustizia (UNICRI), l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), l’OCSE e per il MAOC-N, Centro di Analisi ed Operazioni Marittime – Narcotici. Docente in varie università italiane (tra cui La Sapienza) e internazionali, oggi dirige il CSDI – Rome City Institute. 

Professor Mancini, quale ruolo svolge oggi lo sport nella diplomazia internazionale e perché il CSDI ha deciso di dedicargli una divisione specifica?

Lo sport è diventato uno degli strumenti di soft power più potenti del XXI secolo. Attraverso lo sport, le nazioni costruiscono ponti, aprono dialoghi e promuovono la propria immagine oltre i confini in modo non conflittuale. Presso il Center for Sports, Diplomacy and Innovation della Rome City Institute, abbiamo creato una divisione dedicata proprio all’analisi e alla promozione della diplomazia sportiva come mezzo di cooperazione, pace e sviluppo sostenibile. Lo sport parla un linguaggio universale: riesce a connettere persone e nazioni anche in contesti geopolitici complessi.

Nei suoi libri “Calcio & Geopolitica” e “Calcio, politica e potere” – tradotti in spagnolo e catalano come “El Gran Juego” / “El Gran Joc” – lei e i co-autori esplorate il rapporto tra sport e potere. Può farci qualche esempio concreto?

Il calcio è probabilmente lo strumento di soft power più potente al mondo oggi. Nel nostro libro, scritto insieme ai coautori Alessio Postiglione e Narcís Pallarès-Domenech, analizziamo come Paesi e leader politici abbiano utilizzato il calcio per proiettare influenza, costruire identità e ottenere legittimità internazionale.Il Brasile di Pelé ha trasformato il calcio in un simbolo globale di gioia e orgoglio nazionale, mentre l’Argentina, soprattutto dopo Maradona, ha costantemente rafforzato la propria identità attraverso questo sport, fino a culminare nella vittoria ai Mondiali del 2022.Oggi osserviamo dinamiche simili nel mondo arabo, dove Paesi come Qatar e Arabia Saudita hanno usato il Mondiale di calcio e il GP di Formula1 per accrescere la propria credibilità internazionale, attrarre investimenti e promuovere il turismo, chiari esempi di come lo sport diventi uno strumento strategico di comunicazione geopolitica.Nel libro analizziamo anche il caso del Barcellona, che incarna perfettamente il motto “més que un club”, letteralmente “più di un club”, rappresentando non solo una società sportiva, ma un vero e proprio motore di soft power politico legato fortemente alla causa catalana. Attraverso la sua storia, il Barça è diventato un simbolo di identità, autonomia e resistenza culturale, dimostrando come il calcio possa farsi portavoce di un messaggio politico e identitario riconosciuto in tutto il mondo.

I grandi eventi sportivi, come i Mondiali o le Olimpiadi, sono ormai considerati piattaforme geopolitiche. Quale valore portano all’immagine e alla promozione di una città o di Paese?

I grandi eventi sportivi si sono ormai evoluti in potenti strumenti di promozione dell’immagine di un Paese o di una città. Quando Napoli celebra Maradona, non celebra soltanto un eroe calcistico, ma una vera e propria identità collettiva che suscita ammirazione a livello globale e alimenta il turismo. Allo stesso modo, l’Argentina e diversi Paesi arabi utilizzano gli eventi sportivi per presentare al mondo un’immagine nazionale rinnovata e moderna. Nel caso del Qatar, il Mondiale è stato un palcoscenico straordinario di visibilità internazionale e una dichiarazione d’intenti sulle ambizioni del Paese come hub globale di innovazione e connettività. In sostanza, lo sport non è solo intrattenimento: è un motore di reputazione, diplomazia e opportunità economiche.

Nel mio caso personale, come dirigente e brand ambassador della squadra L’Aquila 1927, “la squadra della gente”, sto sperimentando da alcuni anni in prima persona l’importanza dello sport e, in particolare, del calcio, come strumento di promozione territoriale. Lo stadio e il club diventano, anche in realtà minori, un esempio concreto di rigenerazione urbana e sociale, contribuendo attivamente a progetti di coesione e partecipazione nel contesto del lungo processo di ricostruzione, non solo fisica, della città capoluogo d’Abruzzo. L’Aquila, che porta ancora i segni del devastante terremoto del 2009, dimostra come il calcio possa essere molto più di una passione sportiva: un simbolo di rinascita, identità e appartenenza collettiva. In questo senso, progetti “Football Makes History”, piattaforma europea creata per stimolare la produzione e la circolazione di conoscenza sul patrimonio storico del calcio in Europa, rappresentano un modello esemplare. L’iniziativa nasce per raccontare la storia di un Paese, di una città o di una comunità attraverso i protagonisti e gli episodi legati al mondo del calcio, mostrando come lo sport possa essere un ponte tra passato e presente. È uno straordinario strumento educativo e culturale per avvicinare vecchie e nuove generazioni a storie, aneddoti e valori che rafforzano l’identità culturale e il senso di appartenenza, utilizzando il calcio come linguaggio comune e universale.

Il CSDI include un prestigioso Comitato Scientifico internazionale. In che modo questo rafforza la missione del Centro nella diplomazia sportiva?

Il nostro Comitato Scientifico è uno dei pilastri del Centro. Riunisce professionisti di altissimo profilo provenienti da ambiti diversi: ex atleti di fama internazionale, dirigenti di federazioni sportive, rappresentanti di associazioni di categoria, diplomatici, accademici e membri di altri centri dedicati alla diplomazia sportiva in tutto il mondo. Questa rete interdisciplinare ci permette di unire la prospettiva accademica con l’esperienza pratica, trasformando la ricerca in iniziative concrete. Insieme, lavoriamo per promuovere lo sport come strumento di promozione nazionale ma anche di dialogo, cooperazione e pace tra le nazioni.

Antonio Cincotta, allenatore di calcio, coach e formatore, oggi allena la Ternana Femminile, neo-promossa in Serie A. Con una lunga esperienza nel settore,  tra i suoi successi vanta, in particolare, uno scudetto vinto con la Fiorentina nella stagione 2016/2017, 4 qualificazioni UEFA Women Champions League, 1 SuperItaly Cup e il premio di “Italy Best Coach of the Year” conferitogli nella stagione 2013/2014. È nell’ambito accademico-sportivo da anni e oggi dirige l’ambito Sports Innovation del CSDI – Rome City Institute. 

Com’è nato l’Innovation Department del CSDI – Rome City Institute e quali sono i suoi principali obiettivi? In che modo intendete connettere ricerca, formazione e diplomazia sportiva per creare un impatto concreto sui sistemi sportivi italiano e internazionale?

L’Innovation Department è nato da un’idea precisa: trasformare il Rome City Institute in un vero laboratorio in cui formazione, ricerca applicata e diplomazia sportiva internazionale si incontrano. La nostra missione è colmare il divario tra conoscenza accademica e dinamiche reali delle organizzazioni sportive, creando modelli capaci di generare cambiamenti misurabili – a partire dall’Italia, ma con una prospettiva globale. Per noi innovazione significa molto più che tecnologia: significa progettare nuovi paradigmi di leadership, governance e inclusione nello sport. Attraverso programmi di ricerca, partnership con le federazioni e lo sviluppo di modelli educativi basati sui dati, vogliamo formare professionisti in grado di interpretare la complessità e guidare la trasformazione. In definitiva, il nostro obiettivo è rendere la ricerca tangibile: far sì che i risultati dell’università si traducano in effetti concreti dentro uno spogliatoio, una federazione o una politica sportiva locale. Questa è l’essenza della diplomazia sportiva: connettere sistemi, persone e culture attraverso un linguaggio comune di progresso.

L’innovazione nello sport è spesso associata alla tecnologia. Dal suo punto di vista, qual è il lato “umano” dell’innovazione? E come possiamo formare una nuova generazione di manager e allenatori capaci di unire competenze digitali e consapevolezza sociale?

La tecnologia è uno strumento, ma le persone restano il motore. Il lato “umano” dell’innovazione risiede nella capacità di pensare, ascoltare e guidare con empatia. Le migliori innovazioni nascono dove i dati incontrano l’intuizione — dove gli algoritmi orientano le decisioni, ma i valori umani ne definiscono la direzione. Formare i manager e gli allenatori del futuro significa insegnare loro non solo a utilizzare la tecnologia, ma a interpretarla attraverso uno sguardo umano. Al CSDI crediamo che i leader di domani debbano unire competenza digitale e intelligenza emotiva, rigore scientifico e senso di responsabilità sociale. Un’innovazione senza etica è solo efficienza; un’innovazione con consapevolezza diventa progresso. È questo il modello educativo che vogliamo promuovere: capace di formare professionisti tecnicamente eccellenti, ma soprattutto profondamente umani.

Come allenatore della Ternana Women, recentemente promossa in Serie A, quali insegnamenti porta con sé in questo nuovo ruolo? Ci sono aspetti della sua leadership, del suo metodo o della sua visione che ritiene rilevanti anche nel campo dell’innovazione sportiva?

Nel corso della mia carriera ho avuto la fortuna di vincere otto titoli, e ognuno di essi mi ha insegnato che il successo non è mai solo il risultato di tattica o talento: è il frutto di cultura, identità e coerenza quotidiana. Ciò che porto in questa nuova avventura con la Ternana Women è proprio questo: la convinzione che la cultura venga sempre prima della performance. Non si possono costruire risultati senza prima costruire senso di appartenenza, responsabilità e ambizione condivisa. Gli stessi principi valgono per l’innovazione. Così come in una squadra, creare qualcosa di nuovo nei sistemi sportivi richiede chiarezza di visione, coraggio di cambiare e fiducia nelle persone. Il mio approccio alla leadership parte sempre dall’ascolto e dalla connessione. Dati e tecnologia possono supportare le decisioni, ma sono l’energia umana e l’intelligenza collettiva a generare davvero la trasformazione. In definitiva, che si tratti di uno spogliatoio o di un dipartimento universitario, il mio obiettivo resta lo stesso: aiutare le persone a credere nel progresso, insieme.

Guardando al futuro del calcio femminile in Italia, quali ritiene siano le principali priorità (in termini di infrastrutture, competenze e modelli di gestione) per garantirne una crescita sostenibile e realmente competitiva nel lungo periodo?

La prossima fase di sviluppo del calcio femminile dipenderà dalla nostra capacità di costruire ecosistemi solidi, non solo squadre vincenti. Servono tre elementi fondamentali: 1) infrastrutture che sostengano l’eccellenza quotidiana 2) formazione e competenze, sia per le giocatrici che per lo staff, perché il futuro del movimento femminile apparterrà a chi saprà investire nella preparazione delle proprie persone 3) modelli di gestione moderni, capaci di bilanciare performance e sostenibilità, business e identità, inclusione e competitività. Il calcio femminile rappresenta una delle frontiere più potenti dell’innovazione sportiva. Ci sfida a ripensare la leadership, la comunicazione e la meritocrazia. Se sapremo investire con visione e coerenza, l’Italia ha tutto il potenziale per diventare un punto di riferimento in Europa. 

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